Responsabilità, certo, ma sappiamo
come si fa ad essere “responsabili”?

Responsabilità è stata – e continua a essere – una delle parole più adoperate in quest’epoca di pandemia prodotta dal coronavirus. Siamo stati chiamati a praticare una responsabilità all’ennesima potenza. Gesti semplici della quotidianità come lavarsi le mani, attenzione all’igiene personale e dell’ambiente, sono divenuti oggetto di maggiorata “responsabilità”. Un’entità tanto invisibile quanto reale ed “efficace” come il covid19 ha messo a dura prova la vita umana e l’organizzazione sociale ed economica del mondo intero. Ha fatto prendere coscienza in misura più profonda della vulnerabilità della specie umana che può facilmente soccombere a una microscopica pallina di grasso che aggredisce la vie respiratorie con esiti troppo spesso letali.

D’altra parte, le prescrizioni dettagliate su molti aspetti dei nostri comportamenti ha indotto non pochi opinionisti e politici a denunciare una restrizione illegittima delle libertà personali. Altri, al contrario, richiamano al rispetto del valore preminente, alla salvaguardia del bene primario: la vita e la salute delle cittadine e dei cittadini, un bene costituzionale e un dovere per lo Stato in tutte le sue articolazioni, considerato di interesse superiore anche rispetto ai problemi economici che ne potrebbero derivare.

Esplosione di significati

In tale drammatico frangente si è potuta osservare un’esplosione di significati e di sfumature del termine responsabilità, anche se durante il lockdown si è venuto a creare un paradosso: il richiamo ad aderire – responsabilmente – alle prescrizioni emanate dalle autorità ha creato al contempo uno stato di “irresponsabilità” o almeno di un alleggerimento della responsabilità personale su altri versanti di attività, come il lavoro, l’istruzione, ecc. Altri ci dicono cosa fare. A noi tocca ubbidire. Si è creata una sorta di responsabilità che potremmo definire ossimorica: un’irresponsabilità responsabile. Dovevamo seguire le prescrizioni e dunque eravamo esonerati dal prendere decisioni in totale autonomia. La responsabilità consisteva nell’assecondare le regole e le prescrizioni che venivano fornite per il bene comune.

Fra le molteplici dimensioni che il termine ha esibito mi limiterò a citarne alcune, quelle che a me sembrano le più evidenti, come: rispetto, fiducia, autonomia, riconoscimento, reciprocità, solidarietà, ma anche libertà, democrazia, civismo.

Sul rispetto. Se si condivide la premessa della salvaguardia del bene considerato primario, la vita e la salute, osservare responsabilmente le regole indicate dalle autorità competenti è da considerare non solo come un’obbedienza dovuta, ma soprattutto come segno di rispetto per gli altri, oltre che per se stessi. Anche osservare la distanza di sicurezza – il distanziamento sociale – rientra nella stessa categoria: è uno “spazio di rispetto”, che significa “mi prendo cura anche di te”.

Nel termine “cura” si condensano il farsi carico, il prestare attenzione a noi e agli altri vista l’interdipendenza che connota il vivere in società. Si tratta di una forma di responsabilità individuale che richiede la reciprocità; è la stessa condizione di pandemia, con gli altissimi rischi di propagazione del contagio, che richiede il reciproco «riconoscimento di responsabilità». Siamo chiamati a proteggerci reciprocamente.

Libera adesione alle decisioni

Ma è emerso con forza un altro aspetto della responsabilità. La situazione inedita che abbiamo vissuto ha reso più tangibile di quanto già non fosse l’interconnessione che in una democrazia avanzata si viene a creare fra dettami giuridici (i DPCM) e adesione personale e autonoma ad essi. La parola che tiene congiunti i due termini è proprio responsabilità. In questo caso, responsabilità significa libera adesione di ciascuno a decisioni prese dalle autorità competenti per difendere e garantire il bene comune; farsi carico individualmente delle conseguenze che ha sugli altri il proprio agire. Ciò comporta il fatto che le restrizioni contenute nei vari provvedimenti urgenti della Presidenza del Consiglio abbino creato obblighi giuridici, il cui rispetto e la cui efficacia sono tuttavia affidate principalmente all’esercizio della responsabilità individuale. Lo dice bene Gustavo Zagrebelsky: «In una società libera e di fronte a problemi dove il bene dei singoli e il bene di tutti si implicano strettamente, la legge incontra limiti di efficacia se non può contare sulla partecipazione responsabile di ciascuno e di tutti» (L’obbedienza e la responsabilità, “la Repubblica”, 30 aprile 2020). Piano giuridico e piano etico si intrecciano e si crea una particolare forma di ubbidienza fondata sull’autonoma assunzione di responsabilità. Responsabilità è in questo contesto una forma di dovere morale che si forma attraverso l’autoconvincimento, l’autopersuasione circa la bontà della decisione a cui si è chiamati ad aderire. La stessa parola in questo caso contiene diritti e doveri: la pretesa del diritto alla salute, alla protezione, alla libertà e il dovere del rispetto delle regole per garantirlo per tutti. Si tratta però di un dovere non soltanto di natura giuridica, ma che ha dentro di sé un di più di responsabilità etica verso gli altri in nome – uso di nuovo le parole di Zagrebelsky – «della libertà propria e degli altri, in nome cioè della solidarietà».

Questo senso di responsabilità come rispetto degli altri e riconoscimento degli altri a un certo punto – durante il lockdown – è sembrato accrescere il senso di comunità, che era anche rispetto condiviso delle regole. Terminata quella fase di massima emergenza, il senso di responsabilità si è però gradualmente ridotto in nome di un esercizio di libertà individualistica – di quella libertà senza responsabilità che diventa sovranità assoluta – e ha conquistato spazio l’indifferenza verso le regole quando non la esplicita disobbedienza rispetto a ciò che a non pochi è apparsa – e continua ad apparire – come “dittatura sanitaria”.

Ma che cosa dobbiamo intendere più precisamente per responsabilità? La parola responsabilità ha la sua etimologia nei verbi latini respondeo e sponso, rispondo, prometto, garantisco. Mi impegno e mi faccio carico di una cura, di un dovere. Posso farlo se dispongo della necessaria autonomia e libertà, però devo al contempo riconoscere un altro, altri, e la loro aspirazione a godere della stessa libertà e autonomia. I due termini della libertà e del legame con gli altri sono già insiti nel concetto stesso di responsabilità.

Una intrinseca ambivalenza

La dimensione della responsabilità morale che risulta subito evidente è la sua intrinseca ambivalenza; essa contiene dentro di sé libertà e legame; autonomia e relazione; sovranità o potere decisionale e limite. È difficile privilegiare uno dei due termini dei binomi escludendo l’altro. In essa vive una coincidenza di opposti. Limite significa che la libertà non può essere assoluta, ma è necessariamente relativa. L’atteggiamento responsabile non contempla la sovranità assoluta dell’individuo, avendo come dimensione intrinseca il riconoscimento di altri, di una pluralità di altri.

Sotto questo aspetto, la responsabilità è uno dei principi che presiedono alle relazioni umane e alla convivenza, è uno strumento indispensabile al vivere civile, in una comunità regolata da norme. Sulla nozione di limite, occorre specificare che ci troviamo di fronte a un’accezione positiva. Esso va considerato come possibilità di consentire – fino a promuoverle – autonomia, libertà, sviluppo delle capacità e diritti anche per altri. Riconoscere che gli altri hanno pari dignità. Siamo dunque fuori dalla sua accezione liberale di “non interferenza”, di non invasione del campo altrui. Nella responsabilità finiscono per entrare in gioco più libertà, quella dell’io e quella di altri, che devono trovare la misura del con-vivere.

In una società libera e democratica responsabilità è dunque parola chiave, insostituibile e irrinunciabile, perché fa degli individui dei cittadini attivi e consapevoli della loro relazionalità. La democrazia implica la responsabilità diffusa, la co-responsabilizzazione dei cittadini, la cooperazione per il bene comune. In questo caso responsabilità si rivela anche come pratica di un dovere civico, al quale si aderisce in autonomia. Per questa ragione a me sembra non improprio inserire anche il civismo nella famiglia di dimensioni della responsabilità. Esso rivela una particolare sensibilità per le esigenze della comunità in cui si vive; è consapevolezza dei propri doveri di cittadino; coscienza del fatto che talvolta si deve sacrificare il benessere proprio per il bene comune. Un esempio di civismo – per riprendere il contesto della pandemia – sono i tanti medici e infermieri già fuori dal lavoro che sono volontariamente rientrati per sostenere i colleghi che si sono trovati a combattere in prima linea gli effetti di un virus sconosciuto e dai comportamenti imprevedibili.

Un’altra dimensione che si è rivelata nella complessità del concetto di responsabilità è la fiducia: il poter contare su comportamenti responsabili degli individui e dei cittadini in presenza o in assenza di prescrizioni giuridiche. La fiducia fa parte integrante del tessuto democratico in cui vigono libertà e responsabilità individuali. Implica la capacità di rispondere anche in assenza di prescrizioni e sanzioni. Fa parte anch’essa del civismo, che è intessuto di fiducia e responsabilità verso gli altri. Ha ragione il biologo e scrittore svedese Fredrik Sjöberg che, argomentando la scelta della Svezia di non ricorrere a provvedimenti legislativi o amministrativi che rendessero obbligatorio il confinamento, come hanno fatto quasi tutti gli altri paesi europei, ha parlato della fiducia come di «un ingente capitale, proprio come le finanze dello Stato».

Ethos pubblico e fiducia

Certamente la fiducia costituisce un’importante risorsa per la tenuta del tessuto democratico, anche se da sola evidentemente non è sufficiente visto che, per effetto di tale decisione politica, la Svezia è stata fra i Paesi europei più colpiti dal contagio. Quando è in gioco il bene supremo della vita, non è uno scandalo se la fiducia viene accompagnata con norme più stringenti, sia pure auspicabilmente temporanee. Bisogna distinguere – come propone Nadia Urbinati – fra «obbedire da liberi e obbedire da sudditi». L’obbedienza da liberi si fonda su un margine di adesione presa in autonomia, che costituisce la relazione di fiducia reciproca fra cittadini e fra questi e lo Stato. Obbedire da sudditi vuol dire invece che è venuta meno la capacità responsiva, la possibilità di esercizio della responsabilità, che si è stati de-responsabilizzati, nel senso di essere stati privati della possibilità di esercitare responsabilità; vuol dire cioè che il tessuto democratico non esiste o si è lacerato e che la fiducia reciproca è venuta meno.

Durante la fase acuta della pandemia è apparso chiaro anche il fatto che i molteplici richiami alla responsabilità condivisa tendevano a creare un più forte ethos pubblico proprio attraverso la fiducia. Un ethos pubblico che, per essere efficace e ridurre al minimo i contagi, avrebbe dovuto riguardare non solo i cittadini di uno Stato o di poche aree geografiche, ma – in un mondo interconnesso – la comunità globale. Su questo versante più strettamente politico si è registrato un fallimento grave, dovuto al fatto che alcuni Paesi grandi e importanti come gli USA o il Brasile – in nome del sovranismo populista o del negazionismo non hanno accettato la linea della responsabilità condivisa per creare un ethos comune più esteso e globale concordando regole di comportamento.

È emersa con forza anche l’idea di responsabilità come “cura del mondo comune”, per usare la celebre espressione di Hannah Arendt, intesa anche come cura dell’ambiente, del Pianeta, dell’equilibrio ambientale, dell’ecosistema. Emerge cioè un concetto di responsabilità che non è solo rispondere di, rendere conto, ma anche responsabilità prospettica, rivolta al futuro, ai cambiamenti necessari, a rivedere i canoni della normalità e gli stili di vita, rimediare con maggiore urgenza alle diseguaglianze, ripensare i modelli di produzione e distribuzione della ricchezza.

Il concetto di responsabilità verso le generazioni future elaborato alla fine degli anni ’60 da Hans Jonas ritorna quanto mai attuale. Essa riguarda non tanto più la distruzione del Pianeta ad opera della bomba atomica, ma la sua possibilità di continuare ad essere l’habitat della specie umana e delle altre specie. Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future a raccogliere quel testimone e a battersi per un cambiamento radicale di mentalità, di cultura, di comportamenti: il loro futuro passa anche per una cura più attenta del pianeta Terra.

 

Questo testo è una sintesi della relazione sulla Responsabilità che Vittoria Franco terrà stasera (15 ottobre) alle 17.30 nella Sala Semiottagono delle Murate, in piazza della Neve a Firenze. Il ciclo di incontri, ideato da Per un Nuovo Mondo Comune e realizzato in collaborazione con La Nottola di Minerva, è dedicato alle Parole della pandemia. Introduce Emilia D’Antuono.

 L’incontro sarà tramesso in streaming sulla pagina Facebook di Per Un Nuovo Mondo Comune  partire dalle 17,45 e in differita sulla pagina youtube di La Nottola di Minerva.