Il governo fermi
la vergogna
dei respingimenti illegali

Niente di nuovo sul fronte nordorientale. Per ora. Alla Questura di Trieste assicurano che le cosiddette “riammissioni”, ovvero, fuori dal linguaggio burocratico, i respingimenti o le espulsioni di migranti al confine con la Slovenia sono al momento bloccate “in attesa di disposizioni superiori”. Almeno per quanto riguarda la Questura stessa, aggiungono, ammettendo con ciò di non sapere quello che fa la polizia di frontiera, la quale dipende dal Dipartimento della Polizia di Stato, cioè direttamente dal ministero dell’Interno.

Insomma, l’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ha giudicato illegale il respingimento di un cittadino pakistano – di cui si conosce il nome di battesimo: Mahmood – perché gli è stata negata la possibilità di chiedere asilo in Italia a qualcosa è servita (https://www.meltingpot.org/IMG/pdf/tribunale-roma_rg-564202020.pdf). Di che si tratta è noto: finora i migranti della rotta balcanica che riuscivano a raggiungere l’Italia venivano bloccati e, senza dar loro il tempo di presentare richiesta di asilo come sarebbe stato loro diritto, venivano consegnati alla polizia slovena, la quale provvedeva ad espellerli immediatamente in Croazia, da dove venivano ricacciati, spesso con metodi violenti che rasentavano la tortura in Serbia o in Bosnia. Le orribili condizioni di vita nel campo di Lipa, trenta chilometri dalla città bosniaca di Bihać, hanno fatto il giro del mondo testimoniando il modo tragico in cui si concludono quei viaggi all’incontrario. Le “riammissioni” in Slovenia avvenivano in forza di un accordo bilaterale siglato da Roma e Lubiana nel lontano 1996, oltretutto mai ratificato dal Parlamento italiano. Il Tribunale ha stabilito che si trattava di una pratica in violazione di una quantità di convenzioni, di sentenze di corti internazionali, del diritto europeo e della stessa Costituzione italiana (articolo 10).

La fortuna di Mahmood

Ora Mahmood, che era difeso da due avvocate dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), Caterina Bove e Anna Brambilla, può restare in Italia e presentare regolarmente la sua richiesta di asilo, motivata dal fatto che in patria era perseguitato e minacciato di morte per le sue scelte sessuali, e cercare di dimenticare l’odissea che ha vissuto: la lunga marcia a piedi dall’Iran alla Bosnia, le botte prese dalle guardie croate quando cercava di attraversare il confine, le ferite dei morsi dei cani che gli avevano sguinzagliato contro, la fame, il freddo. E però, nonostante tutto questo, Mahmood è stato a suo modo fortunato perché a differenza di gran parte dei suoi disgraziati compagni di sventura, a lui i croati non avevano sequestrato i documenti e così agli attivisti dell’associazione umanitaria Border Violence Monitoring Network è stato possibile rintracciarlo in un rudere di Sarajevo dove aveva trovato rifugio e ha potuto presentarsi con un nome e un cognome davanti al tribunale.

Per la grande maggioranza degli altri nelle sue condizioni invece non sarà possibile far nulla: sono quelli che vediamo nelle foto e nelle sequenze girate in questi giorni di neve nella piana di Bihać o di cui sentiamo i racconti di come vengono picchiati e torturati ogni volta che cercano di attraversare il confine croato per il primo crudelissimo incontro con l’Europa. Un “si dice” che speriamo davvero che sia solo una calunnia evoca dubbi ancor più inquietanti. Qualcuno sostiene che perfino gli orari delle “riammissioni” erano studiati in modo da garantire che tutto filasse liscio nel viaggio all’incontrario dei disgraziati bloccati al confine: la polizia italiana doveva consegnare i fermati agli sloveni prima delle 16,30, in modo che potessero essere trasferiti in Croazia e poi in Bosnia entro la notte, cosicché si trovassero fuori dell’Unione europea prima di avere la minima possibilità di segnalare per iscritto la loro volontà di chiedere asilo. Qualcuno ha raccontato di aver provato a farlo a voce, nella stanza di un posto di polizia o di essere stato picchiato selvaggiamente come tutta risposta. Vogliamo credere che, se è vero, sia accaduto in Slovenia o in Croazia. Non prima.

Il problema riguarda, ormai, non questi fantasmi, ma quelli che verranno. Ricominceranno i respingimenti dall’Italia di chi avrà avuto la forza e la fortuna di sfuggire alla caccia al profugo della polizia croata e delle squadracce razziste e raggiungere la Slovenia? Non si sa. Come dicono a Trieste dipende da Roma, dai vertici del ministero. Si attende una decisione e diciamo subito che le premesse non sono confortanti. Pochi giorni fa il Dipartimento della PS ha diffuso una dichiarazione nella quale, “pur nel totale rispetto dell’ordinanza emessa dall’Autorità Giudiziaria”, si dice pronto a dimostrare “la non fondatezza della ricostruzione dei fatti oggetto di testimonianza del cittadino pachistano, su cui è basata la sentenza”.  Non ci stanno, insomma, perché – così spiegano – si sentono obbligati a tutelare “la correttezza e l’onorabilità dell’operato delle donne e degli uomini della Polizia impegnati quotidianamente nel delicato servizio di prevenzione nelle zone di confine con la Slovenia”. Una presa di posizione subito appoggiata dall’assessore leghista alla Sicurezza della giunta del Friuli Venezia Giulia, il quale si è augurato che lo stesso atteggiamento venga adottato dal governo impugnando la sentenza.

Correttezza e onorabilità

Noi, invece, speriamo proprio di no, perché pensiamo che la correttezza e l’onorabilità delle forze di polizia vadano misurate sulla rispondenza o meno del loro operato alle leggi internazionali e, più ancora, ai princìpi fondamentali del rispetto dei diritti umani: princìpi morali prima ancora che giuridici. Respingere i profughi provenienti dalla Slovenia senza accertarsi se abbiano o no diritto a presentare domanda di asilo non è solo praticare respingimenti di massa che sono proibiti da precise disposizioni dell’Onu e dell’Unione europea (il governo italiano si prese una bella procedura d’infrazione quando questo infame giochetto era praticato dall’allora ministro dell’Interno Maroni), ma è, soprattutto, condannare delle persone innocenti alle conseguenze di evidenti e gravissime violazioni dei loro diritti, fino al loro diritto alla vita perché nei campi come quelli di Lipa si muore per il freddo, per la fame e per la malattia. Violazioni ben note alle autorità di governo italiano, pure se nella risposta a un’interrogazione alla Camera la ministra Luciana Lamborgese ha sostenuto che la Slovenia e la Croazia sono paesi “sicuri”, in cui perciò le “riammissioni” non sono un problema. Era il 13 gennaio scorso. I giornali erano pieni di foto dei disperati in Bosnia, ne parlavano le televisioni, le immagini di quella “sicurezza” dilagavano in internet.

È una questione morale quella che poniamo al governo che arriverà alla fine di questa bizzarra e improvvida crisi e alla ministra Lamorgese, se resterà lei a capo del Viminale. Smentite la notizia secondo la quale sarebbe stato già deciso di ricorrere contro l’ordinanza. Dite che la rispetterete. Dite che la polizia italiana non sarà più complice, neppure involontaria, di una pratica infame. Dite che solleverete a Bruxelles il problema del comportamento disumano delle forze di polizia di due paesi dell’Unione. Ditelo.