Il leader Pd, la sinistra
e una mano di poker

Chiamiamolo come ci pare, quel che sta avvenendo. Dieci piccoli indiani. Spoon river. C’eravamo tanto amati. Resta il fatto che a cinque mesi dalle urne, se Matteo Renzi va a staccare i biglietti del Pd Express, si ritrova solo. La locomotiva piddina, progettata per superare pendenze del 40 per cento, arranca attorno al 26. Berlusconi invece si è accomodato nel convoglio del centrodestra federale; e il team grillino vola con l’ Alta velocità. I sondaggi non sorridono al Pd, Pisapia missing. La sinistra nelle varie forme, archiviata dopo lo schiaffo della fiducia al Rosatellum l’effimera apertura di Speranza, torna a bombardare il quartier generale renziano e a cercarsi un leader trainante.

Il valore del puzzle-Renzi si chiarirà solo a urne chiuse. Vietato sovrapporre i vaticini di oggi alla defenestrazione del conducator domani; perché i sondaggi, in Italia è noto, sono un mondo esposto ai fischi e ai fiaschi. E perché Renzi ha mille vite, come i gatti e come Berlusconi.

La novità che si può dare per acquisita, però, resta sostanziosa: critiche, censure e abbandoni si sono spostati dal vituperato ceto politico ai padri nobili. Se prima Fassina-chi-era, e gli altri erano gufi, rosiconi, irresponsabili, ingrati e/o cercatori di cadreghe, le categorie denigratorie dell’estremismo renzista sono difficilmente applicabili oggi a Napolitano, Grasso e Prodi. Anche Veltroni, a giudicare dagli ultimi interventi, ha perso la pazienza. Perfino Gentiloni, nel corso dell’improvvisazione piddina sul caso Bankitalia, ha detto il suo No.

Messa così, sembrerebbe scoccata l’ora del de profundis. Per il Pd e il suo leader, ma anche per l’elettorato che nel passato e nel presente ha consentito al centrosinistra di governare. Il Paese verrà consegnato ai grillini o al centrodestra. Resettato il partitone del 2007, si riparlerà di alleanze solo sulle macerie del renzismo. Se non addirittura cacciato, l’uomo di Rignano sarà costretto all’abbraccio mortale con Berlusconi, che lo screditerà per sempre. Il voto di primavera sarà il secondo atto, e finale, del referendum del 2016.  Questo immagina una parte della sinistra.

Ma tolte le esagerazioni evidenti  – non è buona politica demonizzare il leader democraticamente eletto d’un partito che resta l’unico potenziale alleato – il futuro non è lineare quanto lo immaginano gli avversari più accaniti di Matteo Renzi. Anzi arriva carico di incognite (a cominciare dalla tenuta elettorale del Pd, che dopo il triennio di duplice governo potrebbe rivelarsi più consistente del previsto). E su queste incognite conviene fermarsi a riflettere.

L’enigma primario riguarda Grillo e Berlusconi. In questa forma: anche ammesso che nessuno dei due protagonisti riesca a formare un governo in proprio, chi può escludere che dopo le urne la Grande coalizione la facciano loro, unendosi contro ciò che resta del centrosinistra e inaugurando la versione italiana e di governo dei populismi europei?

Solo chi sottovaluta la spregiudicatezza dei due protagonisti può considerare irrealistico uno scenario del genere. Berlusconi ha governato nell’arco di vent’anni federando il diavolo e l’acqua santa. Ha insegnato lui a un sistema politico boccheggiante, nel ’94, che chi unisce vince (i Progressisti e Occhetto ancora se lo ricordano).  Lezione che ha ricominciato in queste settimane a impartire. Quanto ai Cinque stelle, già convivono sotto lo stesso ombrello un partito-movimento e un partito-istituzione, il Masaniello/Di Battista e il Risolutore/Di Maio. La formula grillina del “programma con chi ci sta” può fare da porta d’ingresso a qualsiasi avventura. Non ci sarebbe, dunque, solo uno sporadico prezzo da pagare per la cacciata di Renzi,  ma si consumerebbe l’avallo a un progetto di più lunga durata, che ratifica e consolida nei populismi di destra l’identità italiana di inizio millennio.

Insieme a questo rischio e alla relativa chiamata di responsabilità andrebbero riconsiderate – liquidando i luoghi comuni – le affinità programmatiche tra gli attori del dramma italiano. E’ vero, lavoro e scuola sono una terra di conflitto nella quale fra Pd e sinistra sarà necessaria una lunga, estenuante ricucitura. Ma resta il fatto che su questioni fondamentali, e al netto dei veleni accumulati in tre anni, lo spirito del centrosinistra, in profondità, regge ancora.  Una per tutte, la più importante: la politica sui migranti, che trascina con sé la civiltà generale del Paese e la sua idea di Europa. Il Pd – anche nella versione Minniti, che non è un reduce di Salò ma un ex stimatissimo dirigente del Pci – punta sull’integrazione del debole e la gestione comune delle Grandi migrazioni, l’opposto della caccia al diverso e della guerra di religione sponsorizzate dagli avversari politici. Lo ius soli è un merito del centrosinistra, così come lo è l’espansione dei diritti civili. La Ue è un mito fondante dell’Ulivo di cui il Pd di Renzi continua a tenere in piedi l’eredità, alternativa alle piccole patrie e ai protezionismi neonazionali che rinascono nel mondo.

I termini sono chiari a tutti. E sono termini che anche dentro il Partito Democratico cominciano a far discutere.  Gentiloni richiama l’amico-rivale a “un gioco più largo di squadra”.  Altre voci propongono mediazioni con la sinistra,  anche se Renzi apre e non apre, conviene sulla necessità delle alleanze ma non accetta addebiti alla propria politica.  A questo punto la sinistra è di nuovo chiamata in causa.  Si può ricontrattare un modus vivendi negli spazi che la legge elettorale, ancorchè sciaguratamente imposta, consente; o far prevalere la reciproca autonomia in termini così netti da rischiare il risultato. Desistenza o concorrenza, questo è il bivio.  Nessuna strada è obbligata, tutto è nelle mani dei gruppi dirigenti del Pd e dei partitini (“ini” almeno per ora e almeno nei sondaggi) di sinistra. Al dilemma non si potrà sfuggire: se si cerca un accordo si inghiotte l’astio, come sembra ora suggerire Gentiloni, e si sceglie il primum vivere.  Altrimenti bisognerà confessare a milioni di elettori – di sinistra e del Pd – che per questa mano i loro partiti dicono “passo”, come a un brutto tavolo da poker.