Renzi imperatore
del vado-non vado

Nascosto adesso in un Partenoncino lacano-trotzkista, l’Imperatore si fa portare l’ultimissima Urbis Romae Hit Parade: L’Aurelia intasata, eh, eh!, Signor Vigile, a me no!, Carrozzella a Monteverde con te, mamma mia, Ma lo sai che sei teribbile?, Matriciana mia, Roma mia, Mozzarella mia…
Ma comincia o no questo contro-consiglio?
Eliogabalo si avvede con sgomento di esser rimasto ancora una volta senza senno del poi. Ne chiede quasi con affanno ai compagni, che ne trovano un po’, dimenticato, frugando in fondo alle tasche. Lo mettono in comune, mescolandolo con un po’ di memoria prenatale per farlo sembrare di più. Ma non è molto. L’Imperatore fa quello che può. Ma non c’è più tempo. Prende un altro foglietto.
“ero qui pronto per voi/ come uno specchio o una palla/ di cristallo, ero qui, avevo già/ trovato e provato TUTTO, anche per voi, ma/ il vostro azzeramento/ di ogni esperienza/ di ogni emozione/ il vostro via col vento/ di ogni conoscenza/ di ogni sensazione/ ha ormai abrogato/ ogni memoria storica/ ogni coscienza collettiva/ ogni sapienza o prospettiva teorica/ col gioco della torre/ perciò vi occorre ormai/ recuperare (ah se mia nonna) il cancellato/ (fosse stato un tramvai) ricominciare/ tutto dal TILT, ovvero/ ogni volta da ZERO…”.
Passa i foglietti a un compagno, che dopo un momento non ce li ha più. Deve averli buttati via.
Si era nascosto nella Clinica del Fantasma. Con un gran salto sul gap sempre crescente fra Natura e Ragione, era successivamente passato nei gabinetti del Laboratorio dell’Avventura Teorica; e qui nessuno l’aveva udito, perché erano tutti impegnatissimi a far le prove dell’odio dei vecchi contro i giovani, del disprezzo dei giovani per i vecchi, del risentimento fra giovani e giovani, delle ripicche tra vecchi e vecchi, dei dispetti tra spettri e spettri sempre in giro qua e là. E neanche qui era stato notato, giacché aveva provveduto a camuffarsi con una pelliccetta di vecchia talpa cucita col filo rosso. Sporgendosi da una finestrina pragmatica come una Realpolitik, si lascia quindi scivolare lungo un tubo di ghisa coerente come una nevrosi, e casca su un’accumulazione metodica senza forza di rottura né accumulazione di gruppo.
La fine spettacolare di Eliogabalo provoca scroscianti applausi a scena aperta, innumerevoli chiamate, richieste di bis, e trambusti sublimi: anche perché un attimo dopo la scomparsa incomincia immediatamente a fare miracoli.
Sono miracoli maestosi: taluni, addirittura impressionanti. Però, se un rilievo è lecito, peccano sempre per eccesso; e anche per scombinatezza.
(Alberto Arbasino, “Super-Eliogabalo”, 1969)