Regeni trovato per caso?
Il Pm smentisce
gli 007 egiziani

L’autista del minivan, Khalid Mohamed, è stato ascoltato il 18 febbraio 2016 da investigatori egiziani e italiani. Ha detto di aver rinvenuto il corpo di Regeni sul cavalcavia che immette sulla strada desertica Il Cairo-Alessandria (Alexandria desert road), dove era stato costretto a fermarsi per la foratura di un pneumatico. Dai suoi passeggeri aveva appreso della presenza del corpo che “ad una verifica visiva da parte sua, si presentava in posizione seduta, senza pantaloni e biancheria intima, con la schiena appoggiata al muretto e la testa china su un lato”.

Il pm Colaiocco spiega: “A favore dell’ipotesi dell’occultamento del corpo, solo casualmente scoperto, deporrebbe il fatto che, trattandosi di una zona desertica, non vi era motivo di fermarsi. “Il corpo era all’interno di un muro di cemento armato non visibile dalla strada e solo due circostanze eccezionali e concomitanti – la foratura di un pneumatico minivan e le necessità fisiologiche di un passeggero hanno permesso di scoprirlo”.

A favore di un ritrovamento che potremmo definire “voluto” o “pilotato”, sempre secondo il magistrato, deporrebbe invece la circostanza “che sarebbe stato possibile far sparire il corpo in altre zone ed in altri modi, forse più definitivi”.

Due possibilità

Il magistrato italiano, almeno per il momento, non sceglie tra le due possibilità. “Al di là delle speculazioni ipotetiche – scrive – non appare possibile trarre, dalle circostanze acquisite, elementi certi in ordine alla reale volontà dei responsabili di far trovare il corpo o, invece, di farlo scomparire”. Per sciogliere il quesito, Colaiocco chiede giustamente di conoscere i tabulati dei telefoni che hanno attivato le celle della zona – quella dove secondo la Nsa non c’erano ripetitori – tra l’ora presunta della morte di Giulio Regeni e quella dell’avvistamento del cadavere. Ma questa e molte altre richieste istruttorie rimangono inevase dalle autorità egiziane.

Il corpo di Giulio Regeniè stato trovato nel punto indicato dalle coordinate “30° 1’24.83’’N” e “31° 4,48.24’’E”. La zona è in una sorta di triangoloall’interno dell’incrocio di due grandi arterie, la Sahara al Ahram Road (Sar), la strada delle piramidi, e l’Alexandria Desert Road (Adr). Se si utilizza Google Hearth, si nota che in corrispondenza dell’incrocio, alla sinistra della Sar guardando verso nord, proprio in prossimità della zona di ritrovamento, sorgono un centro commerciale (Al Azizia Shopping Center), una concessionaria della Mercedes Benz e un gigantesco compound denominato Kpmg Hazem Hassan Consulting, centro di consulenza finanziaria con circa mille dipendenti e, a quanto si capisce dal sito, appartenente a una rete di entità indipendenti di rilevanza globale affiliate a Kpmg International limitided, società di diritto inglese.

Alla destra della stessa arteria, si nota un centro residenziale costituito da palazzine circondate da vegetazione e con al centro un lago, ovviamente artificiale: è indicato su Google Maps come Mountain Views Giza Plateu. Spostato a nord-est rispetto al luogo di ritrovamento, quindi subito al di là della Adr, c’è un centro denominato “Super Control For Trading”, dove si producono veicoli per campi da golf. Infine, guardando verso ovest, c’è una struttura non indicata dalle mappe e quindi di natura indefinita. Viene da chiedersi se si tratti della “struttura appartenente alla sicurezza egiziana” a cui fa riferimento il procuratore generale al Sawi, presumibilmente un centro di detenzione di cui nel 2016 parlarono alcuni reportage.

Dunque quella indicata dalla National Security come zona desertica lo è solo in senso strettamente geografico. Se si preferisce, la zona è desertica ma certo non disabitata. In secondo luogo, le immagini da satellite fanno balzare all’occhio come zone incomparabilmente più solitarie si estendano verso il confine con la Libia o, a est, verso la costa completamente militarizzata – quindi, si suppone, estremamente comoda per proteggere eventuali operazioni “sporche” dei servizi di sicurezza – del Mar Rosso.

Una escalation di contatti

L’immagine “dall’alto” di una parte decisiva della scena del delitto – quella del ritrovamento del cadavere di Regeni – conferisce maggior peso all’ipotesi di una manovra ad hoc, mentre rende più debole quella del ritrovamento accidentale. Che non può essere scartata ma incontra qualche ostacolo logico. Il principale è che, tra il 26 e il 31 di gennaio 2016, ci fu una vera escalation di contatti ad alto livello riguardanti Regeni. Il 27 gennaio, a 24 ore dalla formale denuncia di scomparsa, l’ambasciatore Maurizio Massari si attivò con gli interlocutori dei ministeri degli Esteri, in particolare l’assistantminister, il viceministro per gli affari europei, l’ambasciatore HossamZaki, e dell’Interno, del capo di gabinetto dell’allora ministro dell’InternoGhaffar, il colonnello Shawkat. Il 31 gennaio, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ebbe un contatto telefonico con il suo omologo egiziano. Il 2 febbraio ci fu un lungo incontro tra il nostro ambasciatore e l’allora ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar. Ancora alla vigilia del ritrovamento, il ministro Federica Guidi, in visita ufficiale a capo di una delegazione di industriali italiani, aveva incontrato i vertici egiziani – compreso il presidente al Sisi – per sensibilizzarli sulla scomparsa del giovane ricercatore italiano. In teoria, chi avesse ricevuto l’ordine di farne sparire il corpo – ammesso ovviamente che tale ordine esistesse – avrebbe sentito sul collo il fiato delle massime autorità politiche oltre, naturalmente, a quello dei superiori. In simili situazioni, e in un contesto paranoico come quello egiziano, non conveniva sbagliare.

Questo avvalora la tesi di un ritrovamento con finalità antiegiziane proposta dalla Procura generale del Cairo? Pare proprio di no. La tesi di cinque truffatori dediti alla destabilizzazione del loro Paese traballa, come si è visto, già da sola. Se a questo si aggiunge che la banda avrebbe scelto, come data per sequestrare Regeni, il 25 gennaio, anniversario della (mancata) Primavera egiziana, giorno in cui le principali città erano blindate per il timore di sommosse; che non sono stati fatti accertamenti su tutti i telefoni dei malviventi per capire se il 25 gennaio avessero attivato le celle intorno a Doqqi, il quartiere del Cairo dove Regeni viveva e dove si sono perse le sue tracce; che, al contrario, i tabulati telefonici dell’apparecchio del capobanda, gli unici che gli inquirenti italiani hanno potuto esaminare, rivelano la sua presenza in una zona a 100 chilometri a nord del Cairo; che persino le traiettorie dei proiettili sembrano incompatibili con la tesi del “conflitto a fuoco” in cui i cinque personaggi sarebbero rimasti uccisi; se si considera tutto questo, dicevamo, il fragile edificio costruito al Cairo crolla rovinosamente.

La paranoia del regime

Rimane una sola possibilità: che intorno al corpo di Regeni, vittima della paranoia del regime di al-Sisi, si sia sviluppato uno scontro di poteri (e apparati segreti ) tutto egiziano. In assenza di prove materiali, questa rimane una possibilità teorica, ma non troppo.

I genitori di Giulio Regeni

Ha scritto Joshua Stanch, del Middle East Research and Information Project: “Un regime autoritario può essere impopolare, persino odiato, ma almeno di solito ha delle regole…I cittadini sanno quali limiti non superare…L ’Egitto governato dal capo delle forze armate al Sisi, non funziona così. Le forze di sicurezza sembrano sfuggire a ogni controllo. E’ tutto incerto, imprevedibile, e per questo molto pericoloso”.

In una lunga intervista rilasciata nel 2016, AmrDarrag, rappresentante in esilio della Fratellanza Musulmana, ha dichiarato: “La general Intelligence, che è l’Intelligence civile (Mukhabarat al Amma,ndr), è la più importante ed è anche la più decisa contro Al Sisi, che era il capo della Military Intelligence. La terza, che è la National Security, ha ruoli più che altro operativi, un po’ come l’Fbi”. Queste forze di sicurezza, secondo Darrag sono divise su tutto. “Ora ad esempio, sono ai ferri corti su Hamas. La General Intelligence ha invitato una delegazione di Hamas con tutti gli onori di una delegazione di Stato ma, secondo la Nsa, Hamas ha ucciso il procuratore del Cairo che si occupava del processo ai Fratelli Musulmani”.

2 continua (http://www.strisciarossa.it/giulio-regeni-5-anni-dopo-misteri-bugie-e-gaffe-nel-deserto/)