Referendum, il No
può far uscire
il Pd dai guai

C’è agitazione nel Pd sul referendum sul taglio del parlamento. Ci si rende conto in ritardo che la maggioranza di cui fa parte ha deciso di votare per il referendum il 20/21 settembre, con uno strappo istituzionale che mischia il voto per cambiare la Costituzione con quello per Regioni, Comuni e supplettive parlamentari. Tanto è vero che c’è voluta una nuova legge che rendesse possibile fare ciò che in 70 anni non è mai accaduto.

La ragione è evidente. Il Movimento 5 Stelle si è reso conto che il referendum sul taglio dei parlamentari non “tira”, con il concreto rischio (dal suo punto di vista) che, non essendoci quorum per i referendum costituzionali, diventasse possibile la vittoria del No.
Per questo ha fatto carte false per arrivare ad un voto unico per portare gli elettori a votare per ragioni diversissime tra loro, nella speranza di un aumento degli elettori, anche se a macchia di leopardo.

In materia costituzionale se si arriva, come in questo caso, al referendum popolare la vittoria del No può sbarrare la strada al populismo e alla demagogia contro cui finora non c’è stato il coraggio di fare una battaglia seria.

Capriole politiche

Purtroppo il resto dell’attuale maggioranza parlamentare è stata contraria per leprime tre votazioni ma poi ha capovolto la propria posizione e ha votato a favore nella 4° ed ultima, alla Camera. Questo clamoroso capovolgimento di posizione è stato giustificato con la formazione del governo Conte 2 e temperata (a parole) con l’impegno a ulteriori modifiche della Costituzione e per una nuova legge elettorale proporzionale.

In questo anno di tempo per i cosiddetti riequilibri non c’è stato il tempo e ancora meno la sintonia politica per avviare in parlamento le nuove leggi. Va ricordato che il malefico Calderoli, che voleva ottenere una legge elettorale che attuasse il taglio dei parlamentari in coerenza con l’attuale sistema elettorale, fece approvare in via definitiva il nuovo testo prima dell’ultima votazione sul taglio del parlamento, confermando che il giudizio politico è una cosa e la sapienza politica un’altra. Tanto è vero che il M5Stelle votò senza problemi la proposta Calderoli e oggi è in vigore.

Se – paradossalmente – si votasse presto dovremmo farlo con una sorta di nuovo porcellum voluto da Calderoli per conto della Lega.

La sinistra che fa parte della maggioranza parlamentare ha subito la perdita di tempo per un anno e oggi si sveglia all’improvviso affermando che è indispensabile la nuova legge elettorale.
Sinistra Italiana ha capito che questo impegno non verrà mantenuto e si è già pronunciata per il No, sembra che anche articolo 1 lo farà presto, forse già giovedi 6. Il Pd scalpita ma si illude (?) che l’impegno non verrà mantenuto, ignorando che il problema non è solo approvare la legge elettorale. Non a caso la regione Basilicata ha fatto ricorso alla Corte costituzionale perchè il taglio del parlamento la penalizza. Mentre il Trentino Alto Adige avrebbe in futuro 6 senatori la Basilicata, più o meno gli stessi abitanti, ne avrebbe solo 3, altre regioni verrebbero ugualmente penalizzate ma hanno preferito tacere. Ancora più clamoroso il caso degli italiani all’estero che con quasi 5 milioni di votanti avranno solo 4 senatori (-2).

Un pasticcio che si aggiunge all’errore strategico di avere subito il taglio del parlamento come se i rappresentanti dei cittadini fossero la casta. Si può comprendere (forse) che la demagogia populista del M5Stelle contro la casta cerchi di fare dimenticare che oggi anche i suoi esponenti sono casta, infatti sono la metà del governo, hanno indicato il Presidente del Consiglio, partecipano nelle Regioni e nei Comuni e decidono le nomine pubbliche con impegno. Hanno imparato in fretta.

Prendersela con il parlamento rappresenta un tentativo improvvido di nascondere di essere parte della casta, per rivendicare argomenti dell’identità delle origini, sperando di recuperare i consensi perduti.
Per il M5Stelle c’è chi ha parlato, troppo, come Davide Casaleggio che ha previsto di qui a 15/20 anni la fine del ruolo del parlamento e questo fornisce una cornice teorica inquietante al taglio del parlamento che sembra la premessa per arrivare a questo risultato, trascurando che il parlamento in Italia è l’architrave istituzionale.

Una questione di credibilità

E’ vero che il parlamento vive oggi una caduta di credibilità ed è in crisi il suo ruolo di rappresentanza, ma il problema non è lavorare per eliminarlo, ma al contrario rimuovere gli ostacoli che ne minano la credibilità. Proprio le leggi elettorali che si sono succedute dal porcellum ad oggi hanno determinato la crisi attuale, dovuta alla nimina dall’alto dei parlamentari, scelti per la fedeltà e non per la qualità, al punto che i cittadini non hanno idea di chi sia oggi il loro rappresentante, semplicemente perchè non hanno alcun potere nella scelta diretta.

Per quel che si sa la nuova legge elettorale di cui si parla non rimuove questi macigni: porta al 5% la soglia di accesso ad un parlamento diminuito del 36,5%, quindi di fatto con una soglia ancora più alta, i partiti in parlamento saranno 3 al massimo 4 e la proporzionalità di fatto impossibile.

Inoltre restano le liste bloccate decise dall’alto e quindi il vulnus che ha sottratto finora ai cittadini la possibilità di scegliere i parlamentari continuerà come prima.
Ma c’è un aspetto ancora più grave, la legge elettorale non può cambiare la Costituzione e quindi i senatori eletti in Basilicata, ad esempio, resteranno 3. Come si fa a sostenere che la legge elettorale farà da riequilibrio? A parte il merito descritto la legge elettorale deve agire a Costituzione in vigore e quindi non può riequilibrare proprio nulla, semmai il problema riguarda le altre modifiche costituzionali come il superamento della base regionale per eleggere i senatori, ma di queste modifiche non c’è traccia, solo chiacchiere e promesse.

Quindi se il Pd ottenesse ora la nuova legge elettorale, per quanto improbabile, dovrebbe approvare un testo che non riequilibra proprio nulla, semplicemente perchè non lo può fare. Questo conferma che il chiasso sulla legge elettorale è propaganda, per nascondere la sconfitta di una linea che ha subito senza riflettere il ricatto del M5Stelle e ha trascurato che prima o poi al voto si sarebbe arrivati.

Ora siamo vicini e l’unica strada che ha il Pd per correggere una posizione insostenibile è ammettere che l’accordo di governo su questo punto è stato un errore e ammettere che il voto No è l’unica soluzione ragionevole, altrimenti rischia di pagare un prezzo doppio. Questo metterebbe in discussione la maggioranza e il governo? Improbabile, il M5Stelle sa bene che ha tutto da perdere da nuove elezioni e ha già dimostrato di sapere convivere con sconfitte non minori: Ilva, Tap, Tav, ecc.