Referendum: ecco
molte buone ragioni
per cui votare no

Con un proclama ingannevole “meno spesa, più efficienza”, liberisti di diverso colore politico hanno tagliato drasticamente, negli ultimi vent’anni anni, scuole, ospedali e tribunali, attraverso accorpamenti, privatizzazioni e soppressioni, senza alcuna progettualità realmente riformatrice e condivisa.

Non c’è stata mai, nella sostanza, né riduzione di spesa, né maggiore efficienza. Anzi: i risultati disastrosi sono oggi sotto gli occhi di tutti. A pagarne le conseguenze, come sempre, le fasce più deboli della popolazione e i territori minori e periferici.

Ora, populisti di varia estrazione -da quelli che chiedono “pieni poteri” (Salvini) a quelli che odiano il Parlamento e ne sognano il superamento (Casaleggio e Di Maio)- promettendo anche loro “meno spesa e più efficienza”, vogliono mutilare il parlamento italiano, luogo e strumento della sovranità popolare.

Gli attori di questa modifica costituzionale, M5S e Lega – e solo per carità di patria non parlo delle comparse di PD e LeU che dopo 3 NO si sono espressi per il SI all’ultima votazione- sono in perfetta sintonia strategica nel demolire la centralità che il parlamento detiene nel nostro ordinamento istituzionale.

Demagogica mistificazione

Diciamo la verità: la bandierina della riduzione della spesa pubblica, che è pari allo 0,007%, si è rivelata nient’altro che una miserabile e demagogica mistificazione da parte di chi, al governo o all’opposizione, vive e convive da anni con una selva intricata di privilegi e di enti inutili e con un’evasione fiscale scandalosa, fra le più alte al mondo.

All’agitazione propagandistica sul numero eccessivo dei parlamentari italiani, rispetto agli altri Paesi europei e agli USA, si contrappone una serie di ricerche scientifiche fatte da studiosi, costituzionalisti e uffici-studi qualificati che riportano in modo corretto, per ogni Paese, la composizione e le funzioni delle due Camere, analizzano le diverse forme di Stato e di Governo, nonché gli assetti federalisti, ove esistenti. La conclusione cui si perviene è che la modifica costituzionale oggetto del prossimo referendum, lungi dal rappresentare un processo di “armonizzazione” con gli altri Parlamenti europei, si configura nei fatti come una gravissima mutilazione  che, se approvata, assegnerebbe  al nostro Paese la “maglia nera” per quanto riguarda il rapporto fra eletti ed elettori, specie in presenza di una crisi profonda della politica.

Interi territori con una storia importante e una forte identità, importanti settori sociali rischiano di vedersi sbarrare la porta d’ingresso al parlamento. Altro che “taglio delle poltrone”, come recita la propaganda anti parlamentare, goliardica  e qualunquistica dei grillini: in realtà si farebbero  saltare esclusivamente 345 “ponti di comunicazione” fra cittadini e Stato, senza aver costruito prima una viabilità istituzionale alternativa. E le vittime sarebbero ancora una volta i cittadini e non gli eletti.

Una prova lampante

Aggiungo una considerazione facilmente documentabile: il numero dei parlamentari italiani non è mai stato causa di inefficienza o di allungamento dei tempi dei lavori parlamentari. I lavori, semmai, sono stati bloccati o fortemente ritardati da contrasti e conflittualità politiche all’interno di tutte le maggioranze (centrodestra, centrosinistra, governo giallo-verde, governo giallo-rosso). La mancata approvazione della nuova legge elettorale, come degli altri “correttivi” chiesti da PD e LeU e concordati in sede di formazione del governo Conte-bis, ne è la dimostrazione più lampante.

Intendiamoci: l’attuale numero dei deputati e dei senatori non è certamente un tabù. Ma è d’obbligo chiedersi: a bicameralismo paritario invariato e in presenza di impegni parlamentari addirittura crescenti in rapporto anche al recepimento di direttive e regolamenti comunitari, come si può pensare a una maggiore efficienza, qualità e rappresentatività della legislazione nazionale con un taglio abnorme del numero dei deputati e senatori di 345 unità, pari al 36,5%?

E, inoltre, finché non si affrontano questioni decisive quali il superamento del bicameralismo perfetto, il rapporto governo-parlamento, le modifiche dei regolamenti parlamentari, il tema fondamentale del ruolo dei territori e delle forze sociali e culturali, qualcuno può sostenere seriamente che meno parlamentari  farebbero di più e meglio?

Osservando in questi ultimi anni quello che succede nelle proprie città, qualcuno può sostenere seriamente che la riduzione del numero dei consiglieri comunali ha portato a una migliore selezione degli eletti e a una maggiore “qualità” dei lavori delle assemblee cittadine?

Chi garantisce che la riduzione del numero dei Parlamentari non penalizzerà i rappresentanti più seri, impegnati e preparati e non premierà assenteisti (alla Salvini e alla Meloni) e parlamentari incompetenti premiati per la loro fedeltà a tutti i capi e capetti politici?

Una nuova legge elettorale

Che senso ha questo taglio del numero dei parlamentari se intanto non si definisce contestualmente il tema di una nuova legge elettorale che superi le liste bloccate e ridia agli elettori la sovranità, il potere di scegliere i propri parlamentari? E se poi non si affrontano le questioni della riforma dei partiti e della politica, della formazione, della selezione, della competenza, della moralità e della qualità dell’intera classe dirigente e dei parlamentari in particolare?

Per concludere, sono convinto che  la vittoria del SI, per le finalità destabilizzanti enunciate e perseguite, bloccherebbe ogni serio progetto di riforma costituzionale e porterebbe a  squilibri istituzionali con lo strapotere delle segreterie di partito e del governo  sull’autonomia e la sovranità del parlamento.

Con la vittoria del NO, invece, rimarrebbe aperta la strada a riforme utili, equilibrate, condivise e rispettose dell’impianto fondamentale della nostra Costituzione che assegna al parlamento eletto dai cittadini un ruolo centrale.

*L’autore è Senatore della Repubblica