Referendum, a Roma
si vota: in gioco
c’è l’interesse pubblico

Domenica a Roma il referendum meno pubblicizzato della storia d’Italia chiederà ai cittadini se è bene affidare il servizio pubblico in mano privata. Un’iniziativa fortemente voluta dai radicali e appoggiata anche da una parte del Pd romano. Come finirà? Intanto c’è da dire che un’amministrazione che dei diritti dei cittadini e della democrazia diretta si fa vanto, su questo referendum ha messo la sordina: forse vuole le mani libere, forse teme un ennesimo focus sull’ennesimo disastro amministrativo. Così c’è rischio che non si raggiunga il quorum, per quanto bassissimo, il 33% degli aventi diritto.

Epoure la questione è seria. Il servizio, in questi anni. è stato decurtato del 30%, che significa del 50% in periferia.

Che l’Atac sia un carrozzone farcito di dipendenti assunti in modo clientelare non va nemmeno dimostrato. C’è una parte di dipendenti onesti e lavoratori, ma l’altra parte fa cadere le braccia. “Non sono pagato per dare informazioni” è quel che si sente dire, nella migliore delle ipotesi, un cittadino che chiede a un autista se è successo qualcosa, se l’autobus passerà alla fine. Nella peggiore, insulti e sarcasmo. Si sa che l’assenteismo in Atac è a livelli stratosferici, in gara con quello dell’Ama, l’azienda della raccolta rifiuti. Ma è una buona idea, se c’è un problema di inadeguatezza del personale, chiamare un’azienda – che vorrà certo il suo bel profitto – per risolvere un problema di maestranze? Magari licenziando?


E poi a Roma il servizio gestito in concessione c’è già, è il Tpl, si occupa di trasporto periferico e non va benissimo. Intanto nel contratto di servizio il costo a chilometro effettuato è ben più alto di quello previsto a Roma, senza nemmeno l’impaccio del traffico del centro. Poi perché chi non è in grado di controllare e gestire i propri autisti, non è in grado di controllare e gestire nemmeno le aziende concessionarie. Dunque le corse saltano, i lavoratori hanno stipendi più bassi, e la società preferisce pagare gli stipendi in ritardo perché in banca, intanto, i profitti lievitano. E la gente resta a piedi.
Come ha fatto Roma, sta facendo anche Milano. L’Atm, come l’Atac, è una spa di diritto privato controllata al 100% dal Comune. Ma poi la nuova linea M5 è affidata a Metro 5 spa, società privata costituita da Astaldi, Ansaldo STS, Torno, Ansaldo Breda, Alstom ed Atm, che l’ha costruita e la gestirà per 27 anni. Ma in modo molto diverso da Roma: Atm fa 40 milioni di attivo e il 57% dei ricavi dalla bigliettazione contro una media nazionale del 30%, l’Atac invece ha portato i libri in tribunale. Eppure il sindaco di Milano ha annunciato per il prossimo anno un aumento del biglietto a 2 euro, ed è probabile, come è sempre avvenuto, che le altre grandi città ne seguiranno l’esempio.


A Firenze la privatizzazione è iniziata nel 2012, sindaco Renzi. All’Ataf fiorentina gli esuberi sono stati circa 150, gestiti attraverso esodi volontari e incentivati. In Toscana volevano seguire la stessa strada ma Trenitalia si è scontrata per l’aggiudicazione del lotto unico del trasporto regionale con la francese Rapt: deciderà la Corte di Giustizia Europea. Intanto, in attesa della decisione, la Regione ha formato un consorzio con le 14 società che gestiscono il servizio con un contratto ponte con Busitalia e Ratp una volta emesso il verdetto.
A Genova, dopo molte discussioni, il controllo del trasporto pubblico è rimasto in house, niente gara – come sarà invece obbligatorio fare dal 2019 a norma del regolamento europeo 1370 che considera l’inizio del prossimo anno come la fine del periodo transitorio in cui è concesso fare affidamenti diretti in Italia – e accorpamento tra la municipale Atm e l’Atp, che si occupa del trasporto metropolitano. Il tentativo di affidamento a BusItalia, l’azienda delle Ferrovie dello stato che fa shopping di trasporto locale, è andato male.


In Abruzzo, stresso panico di fronte alle gare europee: il servizio resta in house, ma viene affidato alla Sangritana Spa il ramo commerciale. E di chi è la Sangritana spa? Il 100% delle azioni è di Tua – Società Unica Abruzzese di Trasporto. Nata, quest’ultima, dall’Incorporazione di Arpa spa, Autolinee Regionali Pubbliche Abruzzesi, di FAS spa, Ferrovia Adriatico Sangritana di Lanciano, e di Gtm spa, Gestione Trasporti Metropolitani di Pescara.
A Savona, c’è voluta una grande manifestazione in aprile per fermare l’ipotesi di vendere il 34% delle azioni di Tpl, quelle che appartengono all’ex Provincia. Le altre azioni Tpl sono al 28% del Comune di Savona, al 12% di Gtt (spa pubblica torinese) e al 26% di 68 piccoli comuni.


A Napoli l’azienda di trasporto pubblico Anm è in concordato preventivo da gennaio, è stato valutato un esubero di 300 lavoratori, tra prepensionamenti, spostamenti di azienda e licenziamenti. E cominciano a diventare concreti i timori di uno spacchettamento dell’azienda, di una sua privatizzazione.
Come è evidente, si va avanti in ordine sparso, ogni città e ogni regione per suo conto. A volte con scarsa cura per i cittadini, per il loro diritto alla mobilità. Intanto in Gran Bretagna, pioniera della privatizzazione, si sta già tornando indietro. A caro prezzo.
Servirebbe più partecipazione, più cura per il servizio pubblico, e anche una strategia per la riqualificazione del servizio. Invece l’atteggiamento smagato e senza passione favorisce il menefreghismo e l’indifferenza. Quell’indifferenza, diceva Gramsci, che “è il peso morto della storia… dove regna l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva”.