Reddito di cittadinanza
tra Casaleggio e Trentin

Nonostante nelle sue rare apparizioni televisive abbia dimostrato di non essere di favella lesta, continuo a credere che Davide Casaleggio sia la vera testa pensante del M5s. Il figlio di Gianroberto è l’artefice di una meticolosa strategia comunicativa, che procede insieme all’elaborazione del programma, tutto rigorosamente votato on-line (viva la cliccocrazia). Il suo piatto forte resta il reddito di cittadinanza condito con un po’ di riduzione dell’orario. Poco importa se in prima battuta viene presentato come una misura di sostegno ai più poveri. Infatti, il reddito di cittadinanza è qualcosa di più. Esso nasce da un’analisi della rivoluzione digitale in corso e allude a un’idea di società. Il suo finanziamento è farlocco? Poco male. Ciò che conta è il messaggio: la città del Sole di Tommaso Campanella o, se si preferisce, l’isola di Utopia di Tommaso Moro è ormai a portata di mano.

Qual è il postulato della proposta regina dei Cinquestelle? Il postulato è il tramonto del lavoro umano, per effetto dell’automazione integrale dei processi produttivi. In questo senso, il reddito di cittadinanza funge sia da ammortizzatore sociale universale, sia da “sussidio all’innovazione”. Se non ho più l’obbligo morale di far lavorare le persone, posso spingere il progresso tecnologico fino alla sua ultima frontiera, senza preoccuparmi più di tanto dei “danni collaterali”. Non è la scoperta dell’America, sia chiaro.

Forse i meno giovani ricordano un film di Nanni Loy, Mi manda Picone (1982). Racconta la frenetica ma vana ricerca di un operaio delle acciaierie di Bagnoli, scomparso in ambulanza dopo essersi dato fuoco davanti al consiglio comunale. Lo spettatore scopre lentamente, attraverso un viaggio tra i misteri di una Napoli che è la traparente metafora dei vizi nazionali, che quell’operaio faceva mille mestieri diversi e aveva molte vite differenti. In altre parole, la sua identità sociale non era chiaramente definita, ma era ambigua e sfuggente, quasi inafferrabile. La sensibilità artistica di Loy aveva colto perfettamente la mutata percezione del lavoro di fabbrica, ormai vissuto come un ripiego e non più come motivo di orgoglio. Dopo un decennio di lotte straordinarie che ne avevano celebrato la centralità, la classe operaia sembrava sulla via di uno storico arrettamento. Come già era era stato intuito dai vignettisti di Cipputi, la tuta blu sfidata dalla modernità, e di Gasparazzo, il proletario disincantato e scansafatiche.

È allora che comincia a fiorire una vasta letteratura sul declino irreversibile del lavoro nella società industriale. L’aveva pronosticato nel 1974 lo studioso marxista Harry Braverman, esaminando gli effetti della meccanizzazione di massa negli Stati Uniti. All’inizio degli anni Ottanta, André Gorz, davanti alla disoccupazione in salita e agli orari in discesa, decreta addirittura la sparizione della società dei salariati. Tornano in auge le riflessioni di Hanna Arendt sull’homo laborans (che agisce nella sfera della necessità), sull’homo faber (che agisce nella sfera della produzione), sull’homo politicus (che agisce nella sfera della libertà).

Non senza una discutibile manipolazione del pensiero della filosofa tedesca, dall’esaltazione del “lavoro liberato” all’esaltazione dell’ozio creativo il passo è breve. L’edificio della cittadinanza si separa dalle sue fondamenta lavoriste. L’analisi dei cambiamenti del lavoro non solo così non viene affrontata, ma viene aggirata con trucchi linguistici. Poiché non esiste alcuna possibilità di opporsi alla frantumazione del lavoro subordinato che si consuma nel passaggio dal fordismo al postfordismo, l’unica risposta plausibile diventa la creazione di una nuova cittadinanza basata sui principi del reddito garantito e dell’economia solidale.

La fine del lavoro, insomma, partorisce miracolosamente una nuova cittadinanza, che trova in se stessa le sue radici e la sua giustificazione. Non per caso uno dei guru dei pentastellati è quel Jeremy Rifkin che nel 1995 scriveva: “oggi, per la prima volta, il lavoro umano viene sistematicamente eliminato dal processo di produzione […]” (La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi). Smentito dai fatti, il futurologo americano è stato costretto ad aggiornare le proprie profezie, arrivando ad ipotizzare una società dell’abbondanza, in cui l’economia diventerà “più democratica” grazie alle inedite possibilità di cooperazione offerte da Internet (La terza rivoluzione industiale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia, il mondo, Mondadori, 2011).

Il mio maestro sindacale, Bruno Trentin, diceva che chiunque non sia un acchiappanuvole non dovrebbe gingillarsi con le fanfaluche del non lavoro (finanziato dai contribuenti). Fantasticherie che considerava come il segno più vistoso di una vera e propria regressione culturale. Formatosi negli ambienti del socialismo liberale, l’ultimo grande leader della Cgil non ha mai nascosto l’importanza che per lui aveva avuto l’incontro con il personalismo cristiano di Emmanuel Mounier. E cioè con l’idea secondo cui, essendo indivisibile l’umanità del lavoratore, devono essere indivisibili anche i diritti fondamentali attraverso cui tale umanità si manifesta. Se diamo un’occhiata al tempo presente, il problema non è soltanto l’esistenza di un movimento politico che ha fatto del reddito garantito la sua bandiera. Il problema è che a sinistra ci sono intellettuali che subiscono il fascino di questa miracolosa scorciatoia. Il lavoro non c’è più, sventura. Il lavoro non c’è più, evviva. Non è strano tutto questo?