Razzismo, la Ue esca dall’illusione
di esserne immune

È chiaro che le istituzioni dell’Unione Europea hanno fallito nel fare della diversità “razziale”, o più correttamente dell’appartenenza a diverse famiglie umane, una priorità. Lo dimostrano manifestazioni, ricerche, libri, e l’iniziativa assunta dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen. La quale, annunciando la prima sessione plenaria del parlamento per prendere misure economiche e sociali che pongano fine al razzismo, ha indicato un programma concreto. Peccato che sia stato praticamente oscurato, o trascurato, dalla stampa, sebbene interessante e inedito nella politica europea.

Ursula von der Leyen ha fatto una premessa: “Non ho mai provato cosa sia essere trattata diversamente per le circostanze in cui sono nata. Non so cosa significhi essere trattata con sospetto, giorno dopo giorno, quando cammino per strada, faccio la spesa, chiedo un lavoro, mi trasferisco in una nuova casa. La maggior parte di noi in quest’aula lo ignora. Molti dei nostri concittadini, nostri compagni uomini e donne, ora ci dicono chiaro e forte che abbiamo lasciato per troppo tempo il razzismo prendere terreno”. Ha continuato la presidente: “Il popolo protesta nelle nostre strade, nei nostri Paesi, al di là dell’Atlantico e in tutto il mondo si alzano voci che esigono di essere ascoltate. Ma è tempo di fare ben più che ascoltare e condannare. È tempo di parlare di razzismo. Apertamente e onestamente. È il momento. I fondi per un cambio strutturale ci sono. Dobbiamo suonare l’allarme e agire immediatamente”.

#brusselssowhite, Bruxelles troppo bianca

Le successive sessioni parlamentari porranno mano a leggi, finanziamenti, norme attuative in questi campi: lavoro e mercato abitativo, educazione e sanità, politica e immigrazione. Vengono stanziate somme ingenti per ciascuna di queste voci.

Foto di Javier Robles da Pixabay

Quanto fosse urgente muoversi per arginare la discriminazione lo dimostrano tanti fatti. L’hashtag #brusselssowhite era nato anche grazie a un gruppo di euroburocrati che chiedono di assumere o promuovere funzionari e dirigenti dell’Unione appartenenti a minoranze. Gli uomini e le donne di macchina sono poco visibili, non li ha eletti nessuno, ma sono un’élite che fa funzionare le istituzioni. È importante reclutare e far crescere dirigenti radicati in culture diverse, o in più culture, per una burocrazia che sia un servizio pagato con le tasse e reso a tutti.

Se negli uffici va male quanto a diversità di culture o origini, in aula c’è da piangere. È minuscola la rappresentanza di uomini e donne con ascendenze africane, del vicino o lontano Oriente, d’origine rom o di qualunque altro gruppo faccia parte dei cinquanta milioni di europei “not so white”. In tutto trenta deputati e deputate su 705. Di norma vengono sbattuti nelle commissioni contro le discriminazioni o gruppi di lavoro simili, senza sfiorare neppure le stanze dove si decide su lavoro, economia o cultura.

Che razza di polizia

Nel gruppo dei trenta c’è anche la verde tedesca Pierrett Herzberger-Fofana, cresciuta in Senegal, docente universitaria, sociolinguista e filologa a Parigi e a Treviri. Da tempo, inascoltata, si batte contro il profilo che la polizia di alcuni Paesi membri dell’Unione fa dei cittadini che ferma: esso indica anche la “razza” e resta agli atti.

Una pratica persistente in alcuni Stati del Nord, come la Germania o il Belgio, e in molti Paesi dell’Est. Anche, nell’84% per cento dei casi, quando viene fatta una semplice identificazione e l’agente restituisce il documento con tante grazie e nessuna conseguenza. È capitato anche all’europarlamentare Fofana che ha inquadrato il brutto episodio accadutole non come fatto personale. A suo parere è ciò che continuerà a succedere in un’Europa che non ha la memoria dei vinti, della schiavitù e del colonialismo. La polizia, come qualunque ente di servizio, è radicata in questa cultura.

Il 17 giugno scorso Fofana stava riprendendo col telefono, sul suolo pubblico, alla stazione, un controllo di polizia su due adolescenti neri. Gli agenti, come documentato da altri presenti, si sono voltati verso di lei, hanno sbattuto la parlamentare contro un cancello, le hanno strappato la borsetta e l’hanno fermata per “comportamento ribelle e insultante contro la polizia”. La stessa Fofana, denunciando l’episodio, ha detto che il pregiudizio contro le minoranze ha origini lontane, attraversa tutta la società e quindi anche la polizia, senza per questo giustificare l’inappropriato comportamento degli agenti.

Adil, 19 anni, (la famiglia non vuole sia diffuso il cognome), è morto recentemente a Bruxelles durante un controllo di polizia sulle violazioni delle restrizioni anti-Covid. Adil era in motorino, ha preso paura c’è stato uno scontro con l’auto degli agenti. Non vi sarebbero segni di frenata. L’altro caso recente di morte di un cittadino durante un controllo in Europa è accaduto a Zwolle, nei Paesi Bassi. Tomy Holten, di origine haitiana, è stato fermato da sei agenti in un supermercato perché disturbava alcuni clienti. Si è sentito male, la polizia ha subito chiamato un’ambulanza, ma il personale paramedico avrebbe detto che poteva essere portato alla gendarmeria. Dove, mentre aspettava, è morto novanta minuti dopo.

Riconoscere la nostra storia

La FRA, l’Agenzia per i diritti fondamentali che collabora con l’Unione Europea, ha registrato in due diverse ricerche come il 41 per cento degli intervistati di origine africana su un campione di seimila e il 42 per cento di europei di origine mussulmana, su un campione di undicimila, si sia sentito trattato con la durezza del pregiudizio durante un fermo o un’identificazione. EuroCop, la confederazione di trenta sindacati di polizia di ventisei Paesi, ha anche lanciato l’interrogativo sull’utilità di inserire maggiori agenti e dirigenti appartenenti a minoranze. Ricerche ed esperienze hanno purtroppo dimostrato che, di per sé, questo non basterebbe a cambiare le cose, anche se è sempre auspicabile una maggiore apertura alla diversità, dando opportunità di lavoro e carriera a chi è stato finora discriminato.

Gustavo Zagrebelsky coraggioJennifer Cobbina, docente di criminologia all’università del Michigan, ne sta parlando con i colleghi europei in vari incontri di studio. Cita ricerche da cui non emerge alcuna differenza nel rapporto poliziotto-cittadino se entrambi fanno parte di una minoranza, e anche della stessa minoranza. Gli agenti tendono a conformarsi alla politica di chi governa e amministra, anche quando questo non è esplicito. “Le centinaia di persone con cui ho parlato – scrive Cobbina – indicano che è la disuguaglianza strutturale sul piano economico e culturale a generare un basso livello di cooperazione polizia-cittadini e, da parte delle forze dell’ordine, una bassa aspettativa di supporto da parte della comunità, associata a un senso di disagio e timore nelle zone di degrado”.

La memoria dello schiavismo e del colonialismo, che hanno arricchito anche e prima di tutto l’Europa, non è mai stata affrontata come una parte della nostra storia da imparare a fondo, ha giustamente detto la presidente von der Leyen. La scrittrice, giornalista e attivista nigeriana Olu Timehin Adegbeye definisce il razzismo come “un sistema pratico, una gerarchia socio-economica creata per giustificare la sfruttamento, la violenza e l’assassinio degli schiavi da parte delle élite europee”. Per l’autrice è un sistema che si è evoluto, ma esiste ancor oggi. “Cinquecento anni fa – scrive Adegbeye – l’idea di razza era irrilevante. Quando gli europei fecero degli africani un oggetto, un bene patrimoniale, era necessario costruire un racconto che giustificasse come la ricchezza dei bianchi fosse basata sulla sofferenza e la morte dei neri”. Pigrizia, ottusità, ma soprattutto bestialità erano tratti caratteristici utili a deumanizzare i vinti. “Messi in schiavitù, impoveriti e oggi criminalizzati”: per Adegbeye questo è come i non bianchi sono stati e sono ancora trattati. Non occorre essere un razzista per comportarsi da razzisti, osserva. “È invece razzista permettere passivamente che questo continui”.