Rai, macché riforma è un attacco al canone

Una botta di populismo elettorale. Qual è la tassa più odiosa? Il canone tv. Che fare? Abolirla. E che fare della Rai? Quel che capita capita: venderla, inzepparla di pubblicità, mantenerla a spese dello Stato, mettere una tassa dentro le tasse (che si vede meno). A chi la spara più forte.

È poco interessante sapere cosa è passato per la testa di Renzi, se conquistare il cuore di chi non vuole pagare il canone o se fare un trappolone al partito-azienda di Berlusconi (che si è immediatamente messo sul chi va là), toccandolo sul vivo di una diversa spartizione pubblicitaria. È interessante invece che tutto il dibattito che si è affastellato in queste ore avvenga “a prescindere”: non una parola su cosa significa servizio pubblico; su cosa non va alla Rai e perché non va; sulla Concessione decennale di servizio pubblico firmata solo lo scorso maggio – dopo un lunghissimo regime di proroga – da Gentiloni; sul Contratto di servizio quinquennale approvato dal Consiglio dei ministri il 23 dicembre scorso (appena due settimane fa!) …

Quello che non va, alla Rai, è che la politica non ha mai fatto un passo indietro. E certo non con la riforma del 2015 – la riforma Renzi – con un cda che in futuro sarà in pratica nominato direttamente da Camera, Senato e Governo.

Quello che non va, alla Rai, si misura giorno per giorno. Sono le “trasmissioni dell’odio” recensite dall’Osservatorio di Pavia, dove – altro che “attenzione alla coesione sociale” – si da il microfono aperto e senza replica alle affermazioni becere e di pancia del “pubblico della strada”, quello pronto a dire tutto e il contrario di tutto davanti a una telecamera, ma in particolare che i migranti sono brutti, sporchi, cattivi e rubano le case e il lavoro. Sono le interviste addomesticate ai politici. È l’incapacità di raccontare la realtà, di offrire un punto di vista che non sia sempre attento al potente di turno.

Sono le scelte industriali scellerate, e anche quelle – ahinoi – non danno tregua: Mediaset ha appena “soffiato” i mondiali di calcio alla Rai, persino la Formula 1 è a rischio, come se lo sport non fosse a pieno un tema del servizio pubblico.

Ma vogliamo persino spendere una parola sul Capodanno che Raiuno ha fatto festeggiare con la coppia Al Bano-Romina Power e la colonna sonora di “Felicità” (successo targato 1982)? Un triplo tuffo carpiato nel passato che ha lasciato intontiti.

Eppure, è bastato mandare in scena Roberto Bolle e gli ascolti sono schizzati; è bastato che Alberto Angela raccontasse le “Meraviglie” d’Italia è lo share è andato alle stelle (ed è quello che avviene quando le inchieste sono inchieste; l’informazione non si fa veli): e diciamolo che è questo “servizio pubblico”, non Peppa Pig che parla inglese. Questa la ragione per cui si paga un canone.

E le affermazioni di queste ore, a chi vince urlando di più? Un finanziamento statale, sganciato dal canone, sarebbe solo lo strumento per asservire sempre più la Rai al Governo di turno.

La privatizzazione suona invece come una svendita, come si è fatto con tanti altri pezzi preziosi di questo Paese, persino con le reti di telecomunicazione. Eppure in sé non è un tabù, è uno dei temi delle riflessioni di questi anni, per un diverso equilibrio televisivo: dibattiti, approfondimenti, polemiche, che sono rimasti tra visionari addetti ai lavori che pensavano a una vera riforma del settore. Pensavano agli spettatori, alla qualità della produzione televisiva, a una concorrenza sulle idee… roba da matti.