Raggi, Spelacchio
e Forrest Gump

Si farà luce (oops, il lessico non aiuta) sulla fine di Spelacchio, l’albero di Natale prematuramente secco a Roma. Il Comune, dopo aver ufficializzato il decesso il più tardi possibile, promette un’inchiesta interna. La Magnifica comunità della Val di Fiemme, patria dell’abete, la sua risposta tecnica l’ha già data: è partito dalle Dolomiti in piena forma, qualcuno l’ha ucciso a Roma durante la slegatura dei rami. Ma furoreggia, come si usa dire, la ridda delle ipotesi: è stato mal tagliato, si è disidratato lungo il percorso, è colpa della piantumazione, è stato vittima della siccità che ne aveva minato la salute. Litigano gli uffici giardini  del Nord e del Sud.

L’ironia social, che ha accompagnato l’agonia pubblica, infierisce sul Comune. Dopo l’account twitter con migliaia di follower, c’è chi organizza i finti funerali  dell’albero (poi annullati per eccesso di partecipazione), chi recita l’orazione di Marco Antonio sulla tomba di Cesare (“sono qui per seppellire Spelacchio, non per lodarlo”), chi rilancia l’appellativo conferito da Russia today, “toilet brush tree”. Esagerati. Non sarà la prima né l’ultima volta che un albero di Natale si dissecca anzitempo, nei parchi pubblici o nei tinelli privati. Semmai, si  può eccepire come fanno ogni dicembre tanti inascoltati ambientalisti, bisognerebbe smetterla di consumare  legno, e ripiegare  sui tronchi finti.

E però… però, come ormai accade per qualsiasi starnuto a Roma, anche Spelacchio è diventato suo malgrado una metafora: della totale incapacità della Raggi secondo gli avversari più accesi, di una certa tapineria del personaggio secondo i più benevoli. E’ solo accanimento? Un’altra vendetta dei gruppi di potere aggrediti dall’intransigenza grillina, come la sindaca ebbe a insinuare al tempo della morìa dei  frigoriferi?

No. C’è una terza via.  Vediamola.

Nel caso dell’albero Virginia Raggi, presente all’ addobbo in pompa magna, ha concionato sullo stile “semplice e raffinato” dell’allestimento, spiegando a tutti noi che “l’abete è certificato FSC (Forest Stewardship Council) e conforme ai più rigorosi standard ambientali”. A seguire, ogni giorno dal  profilo Facebook annuncia altre rivoluzioni: l’illuminazione a Porta di Roma, i bus turistici nel centro storico, la preferenziale di via Gregorio VII, il progetto “quattro Erre per l’ambiente”, la lotta al degrado di Villa Doria Pamphilj e via esaltando.

Della fine di Spelacchio abbiamo saputo: era in pieno centro, i giornalisti mestatori non aspettavano altro che dare addosso alla novella Nathan. A differenza che per il povero abete, però, verosimilmente non sapremo mai se le nuove luci pubbliche di Val Cannuta, per dire, funzionino ancora o si siano spente dopo dieci giorni.

La terza via, dunque, è semplice: abbandonare la propaganda e raccontare la  città per quel che è, con i tentativi e anche con gli errori. Sarebbe buona regola per tutti in politica, ma è “più vero” per chi ha fatto della trasparenza e della purezza autocertificata il suo brand, per adesso vincente (pare). Virginia Raggi dunque chieda scusa per l’abete certificato. Poi, e solo poi, vada avanti, informandoci  del resto. In agguato, altrimenti,  per lei ci sarà l’immortale Forrest Gump: “Stupid is as stupid does”.