Ragazzi, facciamo che il Natale ci regali
le parole d’uno scrittore “necessario”

Siccome è Natale e gli italiani scoprono, tra stupore e fastidio per l’incombenza, l’esistenza delle librerie, c’è da dire una cosina sull’argomento delle pagine scritte e stampate e su un tipo speciale, Jerome David Salinger. Che è poi uno scrittore “necessario” e allora la questione si complica un poco. Necessario perché? E c’entrano forse le nuvole scure della pandemia e quel venticello stille nacht, heilige nacht che proprio non riesce a spazzarle via? C’entrano. Lo spirito del tempo segna sul suo barometro solo una parola: crisi. Acque agitate, pericolo che induce timore ma pure discernimenti, valutazioni nuove. Un passaggio, stare in viaggio con un biglietto senza nome della stazione d’arrivo, perché il nome lo dobbiamo scrivere noi come se fossimo tutti adolescenti su sentieri impervi in cui dobbiamo perderci per ringraziare chi mette le frecce di legno colorato con distanza e tempi; o studenti che imparano a rispettare ed esigere una Scuola in primo luogo riaperta e non lasca e fintamente materna, ma vera e che munisca di “scarponi chiodati” (utili per scalare e leggere Dante, scriveva Osip Mandel’štam) e rifiuta di rendere “deboli i saperi anziché forti gli allievi” (compito assegnabile – scambiando “allievi” con “cittadini” – anche a un qualsiasi governo o politico eletto che non vive di sondaggi ma di parole vere e ogni tanto, di sera, da solo, si chiede: “ma io che ethos ho?”, come i giovani partigiani dei “Piccoli maestri” di Luigi Meneghello).

Osip Mandel’štam

Il nostro “non ancora”

Se poi siamo davvero adolescenti e studenti e ragazzi e ragazze a mezza via, in quel limbo pessimo e fatato quando costruiamo col nostro “non ancora” gli uomini che saremo, se siamo insomma gente che ama lo stupore delle salite faticose e ha capito di preferirle alle fughe, quindi ragazze e ragazzi fortunati, pazienti, ispirati, o se siamo ancora fermi allo stupore, al sogno e basta, ecco, in tutti e due i casi (che poi nella realtà saranno circa diecimila diversi) di Salinger non possiamo fare a meno. Nè della sua poesia. Mandel’štam era un poeta grande, morto schiacciato – cimice molesta – dal delirio staliniano: “Nel lager di transito di Vtoraja Recka, moriva d’inedia Osip Mandel’štam. Testimoni oculari hanno raccontato che, semiassiderato, rosicchiando zollette di zucchero, se ne stava accovacciato, vicino a un immondezzaio, e recitava brani della Divina Commedia e del Canzoniere del Petrarca” (così Gario Zappi, traduttore e curatore de “L’opera in versi”, editori Giometti & Antonello).

Il poeta morì con la bocca dolce. Una brezza viva di parole destinata a spegnersi una volta (non è mai battaglia pari tra versi e gulag sotto qualsiasi bandiera e in qualsiasi tempo) e a vivere per sempre. Salinger è stato uno scrittore grande con molta poesia incorporata, suggerita, evocata, narrata. In momenti di transito, tra anno in estinzione e anno nuovo, in questo scollinamento dove si spera d’ufficio, l’americano di Manhattan è salubre e amico, necessario per scoprire che essere o immaginarsi troppo felici è pericoloso, che nessuno dovrebbe, a partire dai 16 anni, essere orfano di qualche nostalgia, che sulla superfice del mondo, fosse anche un portacenere con i mozziconi di sigarette ordinatamente separati dalla cenere chissà quando e chissà da chi, si “nasconde” la Poesia.

Poetica dei pescibanana

David Foster Wallace (un altro tostissimo, assaggiatelo a partire da “Una cosa divertente che non farò mai più”, un reportage più altri racconti, poi vedrete il da farsi, c’è “Infinite Jest” che, al fondo del viale, vi aspetta), ha scritto cose alluvionali e spesso toccate dalla Grazia, non ha saputo dire basta e ci è riuscito solo levandosi la vita. Salinger ha scritto quantitativamente poco – sicché l’invito a leggerlo tutto-tutto è plausibile e non snobistico – e a un certo punto, forse perché era arrivato in cima all’Everest, forse perché ci teneva alla salute, ha smesso di scrivere e si è fatto i cavoli suoi, o meglio, ha provato a farseli, visto che il mito planetario dell’autore silente de “Il giovane Holden” stuzzicava troppo.

Jerome David Salinger

Holden allora, che è l’unico romanzo, quindi “Franny e Zooey”, “Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione”, “Nove racconti” (edito come gli altri da Einaudi, traduzione di Carlo Fruttero, comprensivo di “Un giorno ideale per i pescibanana”, dove troviamo Muriel e Seymour Glass, quest’ultimo poeta di haiku e fratello maggiore dell’io narrante Buddy Glass – in “Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione” – onorabile membro della famiglia Glass, genealogia di artisti per vocazione e natura, comprendente, tra gli altri, i fratelli Franny e Zooey. Un gruppo umano newyorchese di superdotati strani ma veri, il regista Wes Anderson deve averne fatto tesoro per “I Tenenbaum”). Il sedicenne Holden Caulfield vi aspetta per un giro tra Central Park e il Greenwich Village, scoprirete di avere molti punti in comune, magari l’assenza di un baricentro, la tendenza a sdrucciolare sui giorni, la fame di crescere e l’impossibilità di grattarsi via le stigmate benedette dell’innocenza. Una opportuna complicazione della vita, quella cosa che oscilla tra il troppo illuminato e lo sfuocato, tanto per capire dove ci tocca stare.

Qualche anno fa, già sopra i sessanta, ero in un passaggio a ostacoli (per questo l’adolescenza è preziosa, ci educa agli alti e ai bassi) e mi stavo impegnando con una Settimana Enigmistica, tra un sonnellino e l’altro. Finito un cruciverba, buttai l’occhio sulla rubrica “Spigolature”, una piccola antologia di curiosità strepitosamente inutili. Non quella volta lì: “Da un giornale del 1954: ’Basandosi su una serie di dati rigorosamente statistici, uno psicologo di New York ha sintetizzato così le cause per cui un bambino di seconda elementare ritarda di dieci minuti nell’arrivare a scuola, quando compie da solo il tragitto fra la sua casa e la scuola stessa: 1) osservazione di una fila di formiche; 2) valutazione estetico-tecnica di una vetrina di biciclette, 3) sosta per osservare un meccanico al lavoro; 4) giro attorno a sei o sette pali della luce; 5) approcci con cani randagi’”. Una delizia. La voce amica di J. D. mi aveva insegnato a riconoscere la poesia vera, a non accontentarmi di “una specie di gocciolìo sintattico terribilmente affascinante” (cit. da “Franny e Zooey”), mi aveva insegnato anche ad averne fame. E lo ringraziai.

Dice l’aforisma zen posto a esergo nei “Nove racconti”: “A battere le mani, sappiamo il suono delle due mani insieme. Ma qual è il suono di una sola mano?”. Per (non) avere una risposta, fatevi trovare dai libri di Salinger, loro sanno quando è il momento giusto.