Capacità di spesa
e rischio mafie:
raccomandazioni Ue

È stato quello che nel linguaggio della boxe viene chiamato un “uno-due”. In rapida successione, prima Paolo Gentiloni e a seguire, senza dare il tempo agli avversari di raccapezzarsi e mettersi in difesa, Roberto Gualtieri. Tutti e due su Repubblica e per due giorni di seguito hanno messo il peso delle loro cariche politico-istituzionali sul confuso, e a tratti sconcertante, dibattito tutto italiano sul Recovery Plan, ovvero sul modo in cui il nostro paese dovrà spendere i 208 miliardi e 800 milioni del Next Generation EU.

Gualtieri con Lagarde e Gentiloni

È evidente che il commissario europeo e il ministro italiano erano ben consapevoli di intervenire nel merito di una querelle tutta italiana, incentrata sulle controversie intorno alla governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza e sulle modalità del passaggio dalle indicazioni di massima del PNRR stesso alla progettualità concreta dei singoli capitoli, ovvero la materia di discussioni e contestazioni che sta squassando il dibattito politico italiano di questi giorni, con i temerari affondi di Renzi, i dubbi del Pd, le alte grida della destra.

Nella sua conferenza stampa di fine d’anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ripreso ieri gli argomenti usati dal commissario e dal ministro pur senza forzare nella difesa dello schema di governance avanzato nei giorni scorsi ma sostenendo la necessità di “una sintesi politica urgente”, la quale dovrebbe essere definita in Consiglio dei ministri “già nei primi di gennaio”. Un altro passaggio della storia infinita che si sta dipanando ormai da settimane intorno alla sorte del governo, come se la pandemia non esistesse.

Due problemi “italiani”

Ma più utile, e forse anche più interessante, è considerare il problema dal punto di vista di Bruxelles. È abbastanza chiaro che dopo l’assegnazione al nostro paese di una quota molto consistente (ben il 30% del totale: non dimentichiamolo mai) della somma che verrà raccolta con i bond europei la Commissione UE deve fare i conti con due problemi molto “italiani”.

Il primo è la comprovata difficoltà della nostra amministrazione pubblica a spendere i soldi che vengono stanziati. Ancorché ci sia stato qualche miglioramento per merito di alcuni ministri dei passati governi di centrosinistra, l’Italia è ancora drammaticamente incapace di utilizzare tutte le risorse finanziarie messe a disposizione con i fondi europei ordinari. Praticamente alla fine dell’esercizio di bilancio 2014-2020, il nostro paese è al 25° posto (su 28, giacché la statistica comprende ancora il Regno Unito) per tasso di risorse impegnate sui 75 miliardi ricevuti. Le ragioni di questa incapacità di spesa sono note a Bruxelles come a Roma: farraginosità burocratiche, arretratezza del sistema della giustizia civile, instabilità politica a livello centrale e locale e via elencando. Fatto sta che molto spesso i soldi europei non possono essere spesi perché mancano i cofinanziamenti che spettano agli enti erogatori italiani.

Il problema è forte di suo, ma diventa enorme se si considera che mentre i “normali” fondi europei se non vengono spesi restano comunque, almeno per un certo tempo, in dotazione, i fondi del NGEU verranno erogati su progetti da realizzare per tappe successive e le erogazioni verranno bloccate se le tappe non verranno rispettate. Non solo ma, come ha ricordato ieri lo stesso Conte, in caso di inadempienze potremmo anche essere obbligati a restituire quanto ci è stato già dato.

Condizionalità

È curioso che nel gran dibattito che si è fatto, nelle settimane e nei mesi scorsi, sull’opportunità di aderire al MES sanitario e utilizzare i 36 miliardi a disposizione si è molto parlato di “condizionalità” ma pochi sono apparsi consapevoli del fatto che la condizionalità è, in realtà, assai più cogente sui 209 miliardi in arrivo. Si tratta, per così dire, di una condizionalità “giusta”, nel senso che è accettata da tutti e considerata assolutamente naturale trattandosi di soldi raccolti con titoli venduti ai cittadini di tutti gli stati d’Europa, ma ciò non toglie che dovrà essere messo in piedi un efficiente sistema di controlli. Per questo motivo, come ha spiegato Gentiloni, la Commissione non solo ha bisogno di un’interlocuzione tecnica oltre che politica nei diversi paesi, ma chiede che nei paesi stessi vengano adottate “procedure straordinarie e corsie preferenziali”, espressione ripresa tale e quale da Conte nella sua conferenza.

Stante il fatto che procedure straordinarie e corsie preferenziali non possano bypassare gli strumenti decisionali democratici, a cominciare dal Parlamento, va comunque studiato il modo di non farsi paralizzare dagli ostacoli che hanno impedito finora il pieno utilizzo dei fondi ordinari. Nell’intervista, Gualtieri richiama l’esperienza del decreto semplificazioni, sostenendo che bisogna “andare avanti esattamente in quella direzione” e che va affrontata in questa chiave la discussione sulla governance, nella quale – sostiene – quella della task force “è una questione del tutto secondaria”  Per intenderci, si tratta di evitare che i progetti possano essere bloccati dal ritardo di un apparato ministeriale, da una sentenza del Tar, da un ricorso al Consiglio di Stato, da un conflitto Stato-Regione, dal blocco ostativo di una categoria e via elencando.

Il pericolo delle mafie

Certo non sarà semplice, ma sarà d’aiuto la natura dei programmi che verranno messi in campo. Le grandi linee sulle quali essi si dovranno articolare secondo le direttive della Commissione – il rinnovamento ecologico (Green Deal) e digitale dell’economia e delle produzioni e il potenziamento della rete della sanità pubblica – si basano su orientamenti largamente diffusi nell’opinione pubblica, sui quali non dovrebbe essere difficile ottenere un alto livello di consensi comuni. Mentre è concepibile, comunque la si pensi in materia, che su progetti come il Tav o la costruzione di nuove autostrade si manifestino opposizioni di movimenti, di comunità o di enti locali, è ben più difficile immaginare manifestazioni contrarie di massa, rivolte degli enti locali o ricorsi al Tar contro – per dire –  la ricerca di fonti energetiche pulite, la ristrutturazione delle abitazioni per renderle più facili da riscaldare o rinfrescare,  l’ampliamento della banda larga, la costruzione di nuovi ospedali pubblici o di presìdi sanitari sui territori…

Il secondo problema “italiano” è la presenza nel nostro paese della criminalità organizzata. È evidente – ed è oggetto di considerazioni preoccupate anche in Italia – che la semplificazione burocratica e normativa che dovrebbe accompagnare gli investimenti del NGEU potrebbe far calare il livello dei controlli di legalità. Si tratta di una questione che forse non è stata valutata, finora, con la dovuta attenzione, ma alla quale sono sensibili ampi settori di opinione pubblica specie nel centro e nel nord Europa e anche alcuni governi, come, ad esempio, quello dei Paesi Bassi. Il rischio di infiltrazioni mafiose nei progetti che verranno finanziati è effettivamente alto, come denunciano in Italia diversi magistrati.

La Commissione dispone di un Ufficio europeo per la lotta contro le frodi (OLAF) che in passato ha dato buone prove di efficienza non solo in fatto di repressione delle malversazioni sui fondi ma anche in materia di lotta alla corruzione. Però mancano strumenti comuni efficienti per la lotta alle mafie e la collaborazione internazionale è resa più debole dalla diversità delle legislazioni, specie in fatto di reati associativi. Pare proprio il caso che si cominci a lavorare per colpare queste lacune prima che una gran massa di denaro cominci a girare per l’Europa.