Questa nostra sinistra che balla sul Titanic

“La classe dirigente di questo partito preferirebbe affondare col Titanic pur di stare in Prima Classe” così diceva Bernie Sanders dopo l’elezione di Donald Trump, rimproverando i democratici perché “siamo noi ad aver perso, non Trump ad aver vinto”. La stessa frase è prontamente applicabile alla situazione del centrosinistra e della sinistra italiani.


Nel momento nel quale è più evidente che per fare opposizione serve un profondo rinnovamento di merito e di metodo, le classi dirigenti di queste forze continuano invece nella coazione a ripetere dei loro errori. Per alcuni la testimonianza, per altri la subalternità, in tutti i casi una persistente mancanza di visione alternativa e strategica e di organizzazione che consentano a nuove leve di formarsi ed emergere. Per non discutere di ciò che accade in casa altrui mi limito a constatare alcune dinamiche che coinvolgono il piccolo mondo antico di Liberi e Uguali, la lista per la quale ho convintamente fatto campagna elettorale. E lo rifarei ancora.
Lontano dalle dinamiche di partito e forte di una storia rispettabile, probabilmente anche con un pizzico di orgoglio meridionale, Pietro Grasso all’ indomani del voto si è messo nuovamente a disposizione di un processo politico come garante. In campagna elettorale tutti coloro che erano coinvolti in ruoli di dirigenza, i candidati, i protagonisti delle segreterie locali e nazionali dei partiti della piccola coalizione, hanno promesso che la lista si sarebbe tramutata in un vero soggetto politico stabile e organizzato, tale da proseguire nel tentativo di costruire anche in Italia un polo che fosse radicale nel merito delle rivendicazioni ma riformista nel metodo dell’interlocuzione con altre forze politiche e sociali e nell’ aspirazione al governo del Paese e dei processi. Dopo molti mesi di attesa, nello sconcerto di militanti e simpatizzanti, nel mezzo di una congiuntura politica che vede al Governo due forze fortemente regressive e all’ opposizione un vociare scomposto che va dalle posizioni liberali di PD e Forza Italia a quelle più socialdemocratiche ma dalle esigue forze del gruppo parlamentare di Leu, si è finalmente chiarito il motivo dello stallo.


Il piano è chiaro: quasi tutti i soggetti, individuali e collettivi, alla guida del processo vogliono continuare a fare quello che hanno sempre fatto. I bersaniani e gli ultimi fuoriusciti dal PD vorrebbero rientrare – in qualche forma – nell’area della sinistra moderata sperando che Zingaretti e la sua opzione vincano un congresso del quale gli stessi democratici non sembrano star trovando l’ubi consistam. Il 23 Settembre Speranza ha dichiarato chiaramente che non ha alcuna intenzione di fare la lista delle “sinistre radicali” in occasione delle europee; il capogruppo alla Camera di Leu Fornaro addirittura ha detto che “non faremo le europee con i centri sociali” come se fossimo ancora negli anni ’70 o come se i centri sociali avessero un qualche interesse a farle con lui. Dall’altra parte Sinistra Italiana interloquisce da mesi con l’area di De Magistris che sta vagliando l’ipotesi di una sorta di “Altra Europa” 2.0 e senza Tsipras che nel frattempo è finito nel marasma europeo propriamente detto: fra scomuniche di Mélenchon al premier greco, tra litigi fra componenti del Partito della Sinistra Europea e il rischio di scissione interno alla Linke tedesca insieme ad altri avvenimenti minori tutti segno di una tendenza ormai pluridecennale di quel mondo al frazionismo.

Chi scrive non può evidentemente assumere una posizione del tutto oggettiva nel riportare dei fatti: la Politica è esercizio di pensiero in pratica, convinzioni e valori e io sono uscita dal PD nella calda estate del 2015 schierandomi dalla parte del popolo greco, abbandonato e umiliato da un PSE nel quale gli italiani erano azionisti di maggioranza, che si è seduto dalla parte del torto (cioè dell’austerità e della Merkel) perché niente nella cultura politica di quel partito e della sua dirigenza consentiva di fare valutazioni differenti. Tuttavia un dato oggettivo c’è, eccome: la sinistra non può pensare di costruire qualcosa di significativo cambiando ogni anno insegne, mantenendo invariate le persone in posizione di potere che la animano, non configurando un programma serissimo di rinnovo ideologico, finanziamento e organizzazione, strategia culturale e di divulgazione del messaggio, innesco di meccanismi di formazione di nuove classi dirigenti attraverso il conflitto e il confronto anche aspro ma sempre rispettoso.

Il processo avviato da Pietro Grasso con il benestare di SI, MDP e una parte di Possibile, si poneva l’obiettivo ambizioso (forse pure troppo) di almeno indirizzarsi verso un rinnovamento di idee e pratiche. A nulla sono valsi gli appelli di alcuni territori, il lavoro sui contenuti del Comitato Promotore Nazionale, l’interessamento al movimento di tanti giovani, di parte dell’associazionismo e di intellettuali di varia estrazione. Le cattive abitudini hanno ancora una volta avuto la meglio. E se il cantiere delle sinistre radicali rimane ancora nebuloso e incerto (così che se anche si dovesse trovare il bandolo della matassa il giorno dopo le elezioni diremo: too little too late), le posizioni irricevibili del PSE e del PD sono ad oggi certissime, ciò nonostante, piuttosto che provare ad articolare una propria posizione egemonica all’ interno del fronte di opposizione, una parte del gruppo dirigente continua ad aspettare di seguire gli avvenimenti di quel mondo piuttosto che aprire una discussione franca su tutto ciò che oggi importerebbe: democrazia economica, pratiche democratiche, modelli alternativi al capitalismo.
Dalla mia uscita dal PD sono passati più di tre anni e la sensazione di star facendo lo stesso congresso altrettanto a lungo non mi abbandona. La continua discussione sulle geografie politiche, sull’ uso dei termini-etichetta, sul dirigente migliore per guidare, sui fantomatici problemi di comunicazione invece che su quelli ideologici continua a fagocitare ogni possibilità di discussione strategica e ogni possibilità di ristabilire un rapporto almeno – non dico con le classi popolari che sarebbe a queste condizioni impossibile – con coloro che si sono spesi per questi soggetti. Fra tesseramenti ambigui e opposizione all’ uso di piattaforme che potrebbero rendere più immediati, snelli, certificati e trasparenti i processi (non è sempre così ma ci si può impegnare a crearle e servirsene), fra utilizzo di fondi non per grandi e approfondite conferenze programmatiche su come ricostruire un fronte e in opposizione a cosa ma per mandare avanti strutture burocratiche spesso ormai inservibili ai fini del consenso, e, last but not least, continuo cambio di nomi e bandiere così che non ci sia mai un processo di crescita e sviluppo ma di continua “distruzione creativa” nella quale tutto cambi affinché tutto resti com’è, peggio che mai, infatti, questo vero congresso non sembra arrivare. Dopo il voto Sinistra Italiana ha riconfermato il suo assetto e MDP ha fatto un congressino lampo senza nemmeno delle tesi plurime: in entrambi i casi l’unanimismo regna sovrano fra gli eredi del PCI, ma con uno zero in meno di fianco ai risultati elettorali. L’unica eccezione è stato il passaggio interno di Possibile, finito con una scissione de facto. Insomma, si vorrebbe difendere la democrazia ma poi la si rifugge o non la si sa maneggiare. Le opzioni in campo per i militanti di sinistra sembrano essere solo scindersi o abbandonare se in dissenso oppure accettare silentemente se in assenso. Non è diverso in altri luoghi, al punto che chi dice che se si frammenta la sinistra o si rifiutano opzioni di calderoni con “dentro tutti” fra vittime e carnefici, come il ventilato “da Macron a Tsipras”, si fanno vincere i cosiddetti populismi autoritari, spesso neanche sa di che cosa viva o muoia la democrazia che sta difendendo e come mai tanti cittadini oggi se ne siano così profondamente disamorati. Tuttavia, è mia convinzione profonda che chi si candida a cambiare il Paese debba dare il buon esempio innanzitutto in casa propria.


Le cose, ad ogni modo, non devono necessariamente andare così. Nonostante i ripetuti tentativi di evitare una discussione nel merito, una nuova generazione di appassionati di politica sta crescendo e alcuni di loro si ritroveranno il 6 Ottobre a Milano all’Arci Bellezza per “Socializziamo il presente – è tempo di rinnovarsi” nel tentativo di dire che le colpe dei padri non possono sempre ricadere sui figli e che quel “tetto di cristallo” di dirigenti inamovibili nonostante le molte e troppe sconfitte e la nulla curiosità per come si costruisce un moderno partito socialista, ecologista e di alternativa, si deve poter rompere. Pena l’irrilevanza e la continua naturale emorragia, già in atto, delle intelligenze e delle energie migliori che erano state coinvolte dal processo o di quelle che avrebbero potuto esserlo. Una parte sempre più consistente dei militanti sui territori e di qualche esponente in vista di Leu si sta convincendo che lo stallo debba essere superato almeno nel tentativo di aprire quella discussione, che fin ora è rimasta fra le mura romane, a tutti coloro che nel percorso hanno creduto.
Come spesso accade in questi casi le responsabilità sono condivise ma se tutti i maiali sono uguali alcuni maiali sono più uguali degli altri e ogni aderente al processo avrà un’idea diversa su chi indicare come mandante/i dell’omicidio di Liberi e Uguali. Un punto che appassiona senz’altro chi ha molto tempo per discutere di meta-politica. Chi invece, come me e tanti – troppi – altri e altre il precariato lo vive e non solo lo discute, chi non ha famiglie politicizzate alle spalle o ricche abbastanza da sostenerne l’attività e l’impegno, chi fa Politica perché vuole cambiare le cose per se e per la propria generazione e non perché vuole avere ragione o una posizione, è interessato solamente a qual è il prossimo passo. Perché mentre le sigle cambiano le grandi idee restano e a prescindere da dove le si porti. Questa nostra Italia è piena di ragazzi e ragazze che hanno capito che il capitalismo è una fregatura e che unirsi e combatterlo in qualche modo è l’unica chance che hanno.