Quell’oro olimpico alla samurai Goggia

Una frase: “Sono stata una samurai”. Un gesto: le dita della mano aperte e chiuse come per dire “ho paura” (oppure, “metto paura”?). E la erre moscia. Tanto che in bocca a lei anche la parola “oro” diventa particolare, spiritosa, quasi sfacciata.

Sofia Goggia ha compiuto un’impresa: prima ed unica donna italiana a vincere un oro nella discesa olimpica. Bisogna risalire a oltre mezzo secolo indietro per ritrovare, nella specialità più emozionante dello sci alpino, la più spettacolare, il podio più alto. Dobbiamo arrivare agli anni Cinquanta, a Zeno Colò. Tutta un’altra storia, un’altra epoca.

Sofia, bergamasca di 25 anni, è la terza donna a vincere in queste Olimpiadi nel Sud della Corea. A pochi giorni dalla chiusura dei Giochi invisibili (di notte e all’alba in tv, sarà così fino ai Giochi di Parigi del 2024) 9 medaglie per l’Italia. 3 medaglie d’oro, tre donne davanti alle altre: prime, come la Goggia, Arianna Fontana nello short track, e Michela Moioli nello snowboard cross. Il peso femminile si sente anche nelle altre medaglie.

Aveva di fronte, Sofia, un monumento dello sci moderno: forte, bella, affascinante, quella Lindsey Vonn che è andata a spargere le ceneri del nonno, morto pochi mesi fa, veterano della guerra di Corea, sulla pista dove poi ha disputato, il SuperG. Una che ha vinto una ottantina di gare in Coppa del mondo, una che ha detto: “Non vado alla Casa Bianca, se vinco”, rifiutando di incontrare Donald Trump. Lindsey alle ultime Olimpiadi. Era piegata in due, l’americana, mentre la vittoria della Goggia era quasi certa, piegata in due con le mani in faccia, piangeva.

L’altra invece, Sofia Goggia, una ragazza moderna che ha mille interessi fuori dalle piste, che festeggiava con moderazione, con saggezza: “Lo so, non si vede che sono felice”, andava dicendo, “perché sono ancora concentrata, non ho ancora capito di aver vinto le Olimpiadi, mi sono mossa come una samurai, lentamente, concentrata su quella che dovevo fare, io che di solito sono un’arruffona”.

Donne. Sono loro, non sempre ma spesso, a lucidare lo sport azzurro. Non soltanto la diva Pellegrini, ma anche la Pennetta, la Vanessa Ferrari, la Schiavone, tutte quelle della scherma dalla Vezzali alla Di Francisca, la Kostner, la Cagnotto. E prima di tutte, Sara. Sara Simeoni. Passato e presente. Come nella vita di ogni giorno, spesso si sono caricate il peso di una casa, di una famiglia, la famiglia dello sport azzurro, dove i problemi non mancano, e sono state determinanti. Vincenti. Al punto da far gonfiare il petto a ministri e presidenti Coni, l’ultimo Malagò. Il tweet di Gentiloni è arrivato alla Goggia che neanche era salita sul podio a ricevere la medaglia più ambita. Si usa. Servono questi atleti/e dai grandi sacrifici a mostrare che ci siamo. Il talento, la buona preparazione, una federazione che funziona, si sostituiscono spesso con successo a mali antichi, mai guariti. Ha detto Carolina Kostner: “Siamo una mini mini-nazione tra i giganti. Ci vorrebbero mille piste in più nel nostro paese”. Non ci sono. E certo il pattinaggio artistico non è questo sport popolarissimo. E certo non siamo il Canada o gli Stati Uniti. Questa gente avrebbe bisogno di rispetto e di attenzione. Di finanziamenti. Di strutture. Anche la scuola avrebbe bisogno dello sport. Ma che ne parliamo a fare?

Applausi alla Goggia e al suo team, dunque. Però, chissà perché, nel momento dei trionfi, vengono in mente quelli che non vincono più, quasi cancellati. Già, che fine ha fatto, per esempio, l’atletica leggera italiana?