Chi non ha visto la destra in ascesa

Fa molto riflettere l’euforia con la quale i renziani, che ancora controllano il Pd, hanno accolto il tentativo per la formazione del nuovo esecutivo. Cosa c’è da brindare dinanzi a un governo che, nella sua composizione, alla fine risulterà persino peggiore rispetto a quello dei “senza retroterra” guidato da Renzi? Gli ultimi dei renziani credono di averla scampata. Il voto si allontana e, dinanzi alla catastrofe che incombe, si preparano ad aspettare il cadavere, con il pop-corn in mano. Ma il tempo in politica è una risorsa per un soggetto vivo, non certo per un leader che, sconfitto a ripetizione, non solo rifiuta di lasciarsi seppellire ma aspetta che la distruzione faccia rinascere la nostalgia del condottiero di Rignano e del suo giglio magico.

Quelli della società civile che, nello spirito del Brancaccio, hanno votato il M5S, e inferto colpi sulle fragilità delle offerte della sinistra, hanno perso l’innocenza dinanzi alla caduta della qualità democratica e costituzionale della repubblica. Ci voleva davvero molto a comprendere la reale radice del partito microaziendale di Grillo? E così arduo era percepire la levatura e le credenze del “capo politico” che contratta con la Meloni, cui chiede sostegno? Ora anche il sociologo, che si era lasciato illuminare sotto le 5 stelle, scopre che si prospetta il governo più a destra che si sia mai avuto nella storia repubblicana. Aveva certificato che il M5S era (nientemeno che) il nuovo Pci e, ora che si ritrova i grillini alleati con Salvini che indossa il giubbotto di casa Pound, invita alla rivolta. Grottesco è l’attore pseudocomunista di Modena che minaccia i forconi perché rivuole indietro il voto tradito. E quel segretario nazionale della Fiom che ha votato per Grillo, dinanzi al mirabile governo del cambiamento, che promette ai ricchi la tassazione al 15 per cento, che fa adesso, trasforma le tute blu in una reincarnazione dei mitici fucilieri del Baltico (Latviešu sarkanie strēlnieki) che accompagnarono le gesta della rivoluzione bolscevica?

Nel marzo scorso ben il 54 per cento dei dipendenti privati hanno votato per Lega e M5S. I ceti operai, che non sono più una classe, ma una aggregazione atomizzata e frantumata, in larga maggioranza hanno scelto la coalizione giallo-verde. Anche i non garantiti (il 61 per cento degli studenti), il 58 per cento dei precari, il 66 per cento dei disoccupati hanno compiuto la stessa opzione alle urne. Una classica rivoluzione passiva. Per l’assenza di una sinistra credibile (sfigurata dai gigliati), proprio la coalizione sociale che dovrebbe combattere lo strapotere del capitale ha portato al governo la destra micro-medio-macropadronale.

Quando si parla di crisi della rappresentanza bisogna intendersi. E’ caduta la costruzione politica della rappresentanza, cioè l’idea di una funzione positiva della politica che mobilita interessi collettivi, che dalle istanze particolari definisce visioni generali, che dal conflitto progetta alternative di società. Questo profilo della rappresentanza e della contesa sociale è in gran parte sfumato. Ma non è scomparsa la funzione rappresentativa-passiva della politica. Anzi proprio questo passivo aderire a ciò che esiste negli umori diffusi è il tratto distintivo dei populismi contemporanei. Entrare in sintonia con i rancori, i pregiudizi esistenti, senza alcuno sforzo di cambiamento, di sfida ai poteri dominanti è la preoccupazione cruciale delle forze populiste che assumono la rappresentanza come fotografia statica della paura.

Nella tragedia della sinistra sociale e politica, nelle miserie della cultura d’élite e di massa, insomma nel vuoto della politica organizzata, occorre ritrovare la mappa per un nuovo protagonismo. Rileggere Marx, riconsiderare Gramsci è essenziale. Ma se i dirigenti, rimasti storditi dopo il 4 marzo, non escono dal letargo per fare politica, diventa tutto più difficile. Invece di perdere tempo nell’accapigliarsi se allearsi o no con il Pd (ma che ne sarà tra qualche mese di questo progetto fallito e sequestrato da Renzi?), le diverse aree della sinistra sopravvissuta dovrebbero ricostruire i fondamenti culturali della nuova soggettività. Nelle fasi di transizione la strategia è sempre la migliore tattica.