Falcone e le sue inchieste nella terra delle “bestie feroci”

Quanto tempo è passato? Ventott’anni, una vita. E doveva arrivare anche questo anniversario segnato dalla pandemia. Senza discorsi pubblici e dirette televisive. Senza navi cariche di studenti, e l’aula bunker accanto all’Ucciardone dove si svolse il maxiprocesso, piena di ragazzi che nel ’92 non erano nati. L’altra volta ho letto le parole di un bimbo di nove anni, figlio di un giovane della classe d’età 1990, che parlava di Falcone come noi sui banchi delle elementari studiavamo le Guerre di indipendenza basandoci su narrazioni dei nostri nonni e antenati, o su libri scritti da gente che non c’era. Avevo una prozia che a Castellammare del Golfo aveva visto passare le camice rosse di Garibaldi per strada.

Così vincevi bene o male la ripulsa per la troppa retorica e l’eccessiva ipocrisia. In nome di una prevalente passione civica per la memoria della nostra Terza guerra mondiale, contro le mafie e i poteri occulti, che una parte della mia generazione ha combattuto. Non si sa se abbiamo perso, o vinto. In toto, o parzialmente. Rassegnati, in fondo, dunque, ad abbracciare la filosofia del “purché se ne parli” che ci ha fatto ingurgitare ben peggiori fiction televisive romanzate e film spettacolari e omertosi in materia di mafia, e sul conto di Falcone e Borsellino, anzi: di Giovanni e di Paolo, come si dice, e dintorni.

I quali Falcone e Borsellino, sarebbero i primi a stupirsi. Con intelligente ironia. Dell’incremento esponenziale, di anniversario in anniversario, di amici cari, cronisti attenti, affettuosi colleghi, politici solidali che non ebbero al loro fianco, semmai certuni forse a minacciarli dietro le spalle, quando erano in vita. Ma che spuntavano col volto compunto a favore di telecamera in questa ricorrente celebrazione.

Per tali ragioni, da ventott’anni io non vado a Palermo il 23 maggio. E per questi stessi motivi nel silenzio degli assembramenti vietati mi sorprendo oggi a sentirne, in qualche modo, la mancanza. C’è anche un’altra ragione di questo senso di privazione: sarà, forse, perché in quei giorni del massacro di Capaci e del dopo strage non potei scrivere nulla. E rimasi col cuore e la testa in fiamme a rigirarmi tra le mani il “menabò” di un giornale (L’Ora, il quotidiano democratico e antimafia di Palermo, il giornale vicino a Falcone, il giornale di Falcone) che avevamo impostato e disegnato per farlo uscire in migliaia e migliaia di copie gratuitamente ai funerali, ma che non riuscimmo a mandare in edicola in autogestione. Giornale che dirigevo fino a un paio di settimane prima, ma il partito/editore, impelagato in una faida correntizia locale e nazionale, l’aveva chiuso alla vigilia della strage.

E non potevo scrivere neanche sull’altro giornale della mia vita professionale: quello per il quale avevo – per primo, lo rivendico, in campo nazionale – scritto appassionatamente della svolta giudiziaria e culturale, direi politica in senso alto, che aveva trovato alla fine degli anni Settanta proprio in Falcone a Palermo uno dei principali protagonisti. All’Unità, proprietà dello stesso partito/editore, sarei tornato (non facilmente) solo in autunno, ottenendo tuttavia di denunciare l’assenza dell’Ora nelle edicole del dopo-strage, con un mio pezzo amarissimo ospitato come editoriale a pagina due, che non fu gradito, e al quale nessuno si provò a replicare. Con una collega di Repubblica andammo di notte nell’androne spettrale del Palazzo di giustizia dov’era la camera ardente. E trovammo in un angolo, da solo, raccolto in cupe riflessioni Antonio Di Pietro, che ci disse qualche parola sul rapporto da lui instaurato con il direttore degli affari penali del Ministero nel fuoco di Tangentopoli, e poi chiese a noi, scoppiando in pianto: “…me lo dite perché, perché a Palermo, e in questo modo, facendo saltare un’autostrada…”.

Di Giovanni Falcone quando non era “Falcone”, e del pool antimafia quando non ancora si chiamava “Pool”- ma fu inventato dal capo ufficio istruzione, Rocco Chinnici, che chiamò personalmente a farne parte quel giovane assegnato alla sezione fallimentare del quale il brillante e isolato pm Giangiacomo Ciaccio Montalto gli aveva detto un gran bene per il periodo di Trapani – ho scritto spesso, e non vorrei ripetermi. Se non per ricordare che raccogliendo una fangosa lettera anonima riguardante fatti privati, il trasferimento via da Trapani di Falcone era stato promosso in automatico con procedura paradisciplinare dallo stesso Procuratore Generale della Corte d’Appello, che più tardi avrebbe cercato di imporre a Chinnici: “Toglietegli quelle inchieste che fanno male all’economia, fate in modo che Falcone si occupi di minutaglia, non intercetti telefonate private di gente altolocata”.

Facevano male non all’economia quelle inchieste di Falcone, quanto piuttosto agli esattori mafiosi Nino e Ignazio Salvo, allora intoccabili e influentissimi che il giudice scoprì essere gli ospiti – nella dependance di un albergo dove Andreotti celebrava i congressi democristiani – di un Tommaso Buscetta superlatitante dei Due Mondi che fu convocato apposta a dirimere una sanguinosa guerra di mafia proprio dai potenti finanzieri amici di ministri e deputati.

falcone e borsellinoCominciai a fare cronaca giudiziaria con molti pregiudizi anti-istituzionali sessantottini, e mentre imparavo un mestiere cambiava un’epoca. Anche fior di mafiologi dei tempi andati tentarono di contrastare i tempi nuovi scanditi dai giudici dell’Ufficio istruzione. Pubblicisti, investigatori e giuristi, vecchie glorie dei nostri giornali e dei nostri ambienti culturali, li delusero e ci delusero. Vincendo qualche tentennamento i due giornali della sinistra locale e nazionale si schierarono con il pool, pur non ricevendo in regalo in contraccambio nessuno scoop. E almeno nei primi tempi, che non furono poche settimane, non ricordo affatto nel mondo dell’informazione locale e nazionale chissà quanto grande ressa di altri sostenitori.

Una volta Falcone si lasciò sfuggire una delle sue battute sottili all’arrivo al palazzo di Giustizia di uno stormo invadente di “inviati” per non so quale esito di una perizia: “…come mai siete arrivati fin qui ai confini del mondo?”. E Chinnici in latino: “Hic sunt leones” (“qua vivono bestie feroci“), come scrivevano i geografi dell’antichità nelle loro carte che riproducevano le parti del pianeta delle quali ancora non conoscevano nulla. E mi resi conto quel giorno che, praticando come cronista quei magistrati di frontiera, avrei potuto un po’ contribuire nel mio piccolo a scriverle quelle carte. Passarono tanti anni. Combattuti ventre a terra da nemici e falsi amici, a costo di altri sacrifici di sangue – fu un uomo della scorta di Falcone che mi indicò con orrore un brandello del corpo di Chinnici in via Giuseppe Pipitone Federico il giorno che nel 1983 saltò in aria l’autobomba libanese – e toccò poi a Falcone e a Borsellino caricarsi sulle spalle il peso della risposta tardiva e ancora parziale eppure massiccia e inedita dello Stato a Cosa nostra, con il maxiprocesso.

Ancora. Ci volle poco perché tornassero i giorni dell’amarezza e dell’isolamento. E il passaggio a Roma al ministero con un ruolo di promozione di profonde riforme – il carcere duro, la SuperProcura, l’agenzia nazionale di intelligence e di indagine – invece di un ripiego, fu l’innesco dell’ultimo ordigno sulla strada dell’affermazione di quella che era diventata una grande scuola di processi giusti ed efficaci e di severa politica di contrasto delle mafie.

Il mio editoriale per il giornale che non uscì il giorno della strage di Capaci seguiva questa scaletta, che vi ho trascritto da vecchi appunti. E il titolo era: “Qui ci sono bestie feroci”.