Quella grande lotta
contro la raffineria
prima del declino

A 14 anni, nel 1958, presi la tessera della Fgci (Federazione Giovanile Comunista Italiana). Riuscii a pagare la tessera riconsegnando al mittente i sacchi vuoti del cemento. Ero un giovane apprendista muratore presso una ditta del mio paese, Paglieta (Chieti). La sezione del Partito Comunista del mio paese era diretta da un calzolaio, di nome Gennaro Tano. Il sentimento che mi spinse ad iscrivermi alla organizzazione comunista, fu quel senso di ribellione nei confronti della borghesia assenteista che sfruttava i lavoratori della terra e gli artigiani. Questa situazione era particolarmente presente in me, essendo figlio di una famiglia di mezzadri con una profonda fede antifascista e rivoluzionaria. Non praticavamo attivamente i nostri ideali per il timore di essere scoperti e cacciati dal fondo in qualsiasi momento.

La tessera comprata con i sacchi di cemento

Il mio carattere ribelle non tardò a farsi notare e così, con l’aiuto di uno zio politicamente più attivo, iniziai a militare nel partito. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, si formò nel mio paese un gruppo di giovani intellettuali. Essi erano figli della borghesia locale che si erano liberati da quel settario provincialismo borghese, abbracciando la causa comunista. Tra questi, spiccava un giovane avvocato.
Questo gruppo di giovani intellettuali, riuscì a saldare le loro capacità culturali con la operosità dei militanti di estrazione sociale lavoratrice. Si era realizzato insomma, ciò che Togliatti indicava al partito: il rinnovamento nella continuità e l’aderenza a tutte le pieghe della società italiana. Questa feconda saldatura garantì al partito una crescita culturale e organizzativa. Questa avanzata complessiva del partito, portò alla conquista dell’amministrazione comunale nel 1970 e alla organizzazione di numerose battaglie: tra queste, spicca per vastità e durata, quella contro la Sangro Chimica.

La rivolta contro la Sangro chimica

Il Pci fu il perno centrale di un movimento popolare larghissimo che si batteva contro la installazione di una raffineria petrolchimica nel nostro territorio (voluta fortemente dalla Democrazia Cristiana e dalle forze conservatrici), indicando un modello di sviluppo basato sulla convivenza armoniosa tra industria e agricoltura.
Quella memorabile lotta fu vinta dal movimento popolare e cambiò radicalmente il futuro del mio territorio. In quei periodi così densi, svolgevo il ruolo di segretario della sezione del Pci del mio paese.

Dopo la vittoria, un passo indietro

Dopo un periodo così intenso, ci fu un periodo di riflusso.
Le cause sono: 1) l’incapacità del partito a livello nazionale, dopo la morte di Enrico Berlinguer, di indicare una linea strategica chiara; 2) la sconfitta alle elezioni comunali del 1985. Questi fattori generarono un senso di smarrimento e di scoraggiamento all’interno del gruppo dirigente, che cominciò a manifestare un dissenso nei confronti miei e di altri compagni, ritenuti troppo “influenti” nella organizzazione del partito. Il dissenso non scaturiva da un’ analisi dei problemi e delle difficoltà della sezione nel riconquistare l’egemonia nella società, anzi; le richieste di maggiore democrazia interna e autonomia assumevano così un carattere puramente formalistico. Di fronte a questi problemi, lasciai la carica di segretario.
Per me, quelli furono periodi difficili e di lacerazione interiore. Dentro di me si faceva sempre più strada l’idea che il partito stesse perdendo la sua vera natura di strumento di analisi e di lotta. Con profonda amarezza, decisi di dimettermi dal gruppo dirigente, terminando così la mia militanza politica.

Così ho smesso di fare politica. Però…

Oggi, la sezione non esiste più. La perdita di un progetto politico-culturale di trasformazione della società ha prodotto un rinsecchimento della politica, ad una sua visione meramente tattica e con una sua prospettiva di breve periodo. La militanza nel Partito Comunista Italiano, i rapporti essenziali con i compagni, mi hanno fatto crescere culturalmente.
L’insegnamento che ho appreso da quel partito, è stato quello elaborato da Antonio Gramsci: la politica come il frutto nobile del pensiero e dell’azione. Guardando all’oggi, abbiamo una destra egemone, perché ha saputo rispondere con una visione ad una stringente domanda di protezione sociale nei confronti della crisi della globalizzazione. Da parte nostra, c’è stato un disarmo totale. La nostra subalternità nei confronti del pensiero dei vincitori ci ha fatto pagare in questi ultimi anni un prezzo salatissimo.
Di fronte alla mediocrità della politica odierna, occorre ricostituire un pensiero politico-culturale di trasformazione di questa ingiusta società. Dobbiamo farlo, attirando verso di noi tutte le energie intellettuali – giovanili ed umane disposte a combattere per una società e una sinistra migliori.