Quella grande fabbrica di Taranto
dal 1945 fino ai giorni nostri

Proponiamo qui un estratto tratto dall’introduzione del libro di Salvatore Romeo “L’acciaio in fumo. L’ilva di Taranto dal 1945 a oggi”, Donzelli editore:

Come suggerisce il poeta, spesso si fa prima e meglio a dire quello che non si è, quello che non si vuole. Questo libro non è una storia di Taranto, come non è una storia del siderurgico. Eppure, inevitabilmente, non può non essere e l’una e l’altra cosa. Troppo forte è stata l’influenza che la fabbrica ha esercitato sul contesto circostante dal momento del suo insediamento – e chiunque può coglierla anche solo entrando in città e passando accanto alle ciclopiche strutture dello stabilimento. Ma è anche vero il contrario: le caratteristiche che questo ha assunto nel tempo e le evoluzioni che ha attraversato sono state anche l’effetto di una pressione sociale mai del tutto venuta meno. Questa è dunque la storia di un rapporto, o meglio di un’interazione.

E questo è il primo punto che si intende sottolineare. Sembrerà di ribadire l’ovvio, ma l’immagine che ha di fronte chi oggi si approccia a questo tema è quella di un rapporto a senso unico, di una sopraffazione. È la rappresentazione che si è affermata in questi ultimi anni in cui Taranto e il siderurgico sono stati al centro delle cronache. Si tratta del risultato di una stratificazione di memorie che in modi diversi sono entrate nel discorso pubblico.

Tutti abbiamo potuto ascoltare almeno una volta il racconto sofferto che rappresenta la fabbrica come un’ombra che da sempre incombe sulla vita di un individuo e dei suoi cari, a volte travolgendola senza pietà. La donna che ricorda le polveri sulla tuta di lavoro del marito operaio, l’uomo che racconta di quando – bambino giocava sul campo davanti ai cumuli di minerale. E i malati, i morti. Sono le memorie delle vittime: materiali incandescenti da maneggiare con cura – e che invece, complice il sistema mediatico, spesso sono stati restituiti senza mediazione, talvolta persino in maniera pornografica.

Tutto questo è diventato discorso dominante, senso comune, ma basta spostarsi di poco perché la prospettiva cambi radicalmente. Un esempio su tutti mi viene di fare: quello di Franco. Franco è il proprietario di una pizzeria collocata al margine fra centro e periferia; ha la faccia scavata di chi ha conosciuto la miseria e la fatica, e lo sguardo sveglio di chi ha imparato a cavarsela. Gli affari non vanno più come una volta e ogni tanto, a fine serata, Franco si lascia rapire dalla nostalgia. Racconta della Taranto della sua giovinezza, quella del «boom» siderurgico: la gente che inondava i locali quasi tutte le sere e mangiava e rideva e pagava. Soldi che passavano di mano in mano, fra una pizza e l’altra, e arrivavano anche nelle sue tasche: mazzette di banconote che si trasformavano magicamente in case e vestiti e macchine nuove. Poi, all’improvviso, le luci si sono spente; il sipario è calato. Quando Franco e i suoi sono stati cacciati dall’Eden del benessere? Lui questo non se lo sa spiegare con chiarezza. Di una cosa però Franco è certo: che tutta quella vita – la sua vita – la deve in gran parte all’«Italsider» – come ancora quelli della sua generazione chiamano la fabbrica.

«Hanno tutti ragione», verrebbe da dire. ma questo lo storico non se lo può permettere. il suo compito è provare a rispondere alle questioni che comunemente ci si pone davanti a una situazione complessa come quella che si è scelto di trattare, e cercare di farlo con gli strumenti a sua disposizione. Questa prospettiva non potrà mai offrire una «memoria condivisa» – ammesso che ciò sia utile e auspicabile –, ma può consentire di cogliere le trasformazioni che il tempo ha segnato, provando a dare un senso anche ai traumi che oggi si manifestano attraverso il ricordo.

Il siderurgico, come si vedrà, è stato un potente medium che ha rafforzato l’integrazione di Taranto nello scenario nazionale e globale, sollecitandone la modernizzazione e, al contempo, ponendo problemi di grande portata. Per questo si è scelto di raccontare quella che apparentemente si presenta come una storia «locale» cercando di ampliare l’orizzonte a tutti i fili che la collegano con il quadro nella quale si colloca – che poi è quello nel quale erano immersi le donne e gli uomini che l’hanno vissuta. Questa esigenza ne ha partorita un’altra: la necessità di utilizzare strumenti diversi per cogliere le molteplici sfaccettature della vicenda, anche correndo il rischio di cadere nell’eclettismo. Nelle pagine che seguono storia economica e storia d’impresa, storia urbana e storia ambientale, storia politica e storia sociale si affiancano nel tentativo di offrire un affresco il più possibile ricco, che renda almeno in parte l’idea della complessità dei processi.

E tuttavia, questo resta pur sempre un tentativo, una prima traccia di lavoro per chiunque vorrà cimentarsi con un tema la cui vastità è tale che ogni aspetto da solo richiede ulteriori e più dettagliati approfondimenti. Cionondimeno, esso condensa quasi un decennio di ricerche e di elaborazioni, che qui sono riprese, rielaborate e ampliate, nel tentativo di restituire il tutto nella forma più organica possibile…