Il virus M5S che sgretola sinistra e democrazia

Tutto sta nel capire quale sia la Betlemme dei Cinque stelle. Di quella della Lega Nord – la versione originale di una avventura piena di sorprese – abbastanza si sa. Un bel giorno, in un bar male illuminato della pedemontana lombardo-veneta, si incontrarono quattro amici decisi a svoltare, uno di questi era Umberto Bossi. Alla luce fioca e gialla di quel postaccio, Bossi disse: qui bisogna cambiar vita, non ce la faccio più. Qualcun altro obiettò: e che vuoi fare? “Un partito”, rispose, pochi rischi, se va bene è una figata, bella vita; e con chi ce la pigliamo? “Coi terroni” rispose il futuro leader, vai in qualunque ufficio qui a Nord e c’è sempre un terrone che ci tormenta con il suo accento, la gente odia gli uffici pubblici, così odierà quell’accento e noi vestiamo quel fastidio di politica.

Fatto. Ma il M5S può contare su altrettanta ruspante genuinità in sala parto? Non pare. Anche perché la messa al mondo della creatura non è avvenuta in un bar depresso, ma, secondo i racconti più accreditati, in un cinico studio in cui si elaborano dati utili a pianificare sistemi di condizionamento di massa on line, poi rivenduti ai padroni della terra, banche, gruppi finanziari, imprese global. In un bar ci si ammazza di vinaccio, slot-machine, e pensieri brevi misti a gorgogli digestivi, alla Casaleggio con arditezza visionaria si proietta – sulla carta – il futuro del consumo di massa su scala planetaria, smozzicando sushi e eau sauvage. È in quegli uffici che si opera direttamente, e senza anestesia, all’identità tra cittadino e consumatore e anche il voto, sotto questa luce, è un’opzione di consumo, un ambito; anche il non voto lo è, ma è ipotesi più difficile da maneggiare, almeno finché troppa gente ancora va a votare.

Quindi, il M5s potrebbe essere nato in clinica, nella clinica del dottor Stranamore. Certo, esiste anche la versione passionale, più omerica di questo evento, quella secondo cui il tutto sarebbe originato nel cuore di un vaffanculo, che è pur sempre un movimento dell’anima ricco di contenuti energetici, mai impiegato prima per creare movimenti o partiti. L’ostetrica, in questa versione sarebbe Grillo, il comico. Ma Grillo è disgraziatamente un elemento di rigidità nel flusso di un movimento, la sua passione messianica – molto recitata, è vero – mal si congegna con i tempi nuovi e con la fluidità etica che una nuova vita dovrebbe portare con sé per avere chance di resistere nel tumulto dell’esistenza immersa nel fiume del global e dell’on line. Grillo imposta e segrega quell’esistenza all’interno di una proiezione eroica dei suoi destini terreni. Ma gli eroi son buoni morti, crepano in fretta, si fermano alle prime repliche dello show.

Fantasie? Chissà. Fatto sta che, dopo settimane di sfilate discretissime e molto sottotraccia rispetto all’effervescenza del passato, Grillo compie un gesto che sembra rivelatore. Di Maio, il candidato premier, sta faticosissimamente da giorni cercando di convincere il mondo della remissività reale del M5s. Per questo, dopo essersi genuflesso di fronte alla finanza mondiale, al mondo politico statunitense, al Vaticano, e a tutti i soggetti palesi o sommersi in grado di esprimere ed esercitare potere a buon livello, eccolo rassicurare anche il contesto europeo: ma no, dice in pratica, il M5s vuole stare in Europa e l’euro è un’ottima moneta. Di Maio ha sfalciato in pochissime battute tutti i punti di programma che avevano premiato l’impresa con una irresistibile ascesa di consensi, tutti. Sfuma anche il reddito di cittadinanza nella versione più radicale, si allea con Salvini, il compagno di banco di Marine Le Pen, manda ai pesci il sogno – decisamente datato, e sempre a destra – dell’essere né di destra né di sinistra. Uccide l’isolazionismo del partito: perché di partito adesso si tratta, benché padronale, benché di proprietà di un solo uomo, Casaleggio.

Ed ecco che Grillo rompendo il silenzio recente alza la voce: dice che il M5S farà il referendum sull’euro giusto mentre Di Maio sta in ginocchio davanti all’Europa. Interrogato su questo intervento a gamba tesa, il candidato tratta Grillo come un nonno che va rispettato ma che, vista l’ora, dovrebbe andarsene a letto. Magnifico. Ma Di Maio non è un leone, è una pecorella ben formattata come tantissime altre: da dove gli viene questa baldanza nei confronti del suo creatore, se non da Casaleggio, da un potere, cioè, che ora viene inchiodato alla vita del “Movimento” da un nuovo statuto, ben oltre la transitorietà romantica del suo originario pigmalione, ben oltre il flou costante della sua bianca chioma? Che accade? C’era stato un tempo in cui era parso giusto ai militanti sbattere fuori dalle balle personaggi come Salsi e Pizzarotti, per contraddizioni rispetto alla linea di condotta imposta dai vertici proprietari decisamente risibili se misurati con la raffica di auto-smentite clamorose, plateali, gigantesche esplosa attorno alla campagna elettorale più eccitante e creativa della storia italiana: Casaleggio aveva provveduto addirittura a modificare il programma dei Cinque stelle mentre quella campagna era in pieno svolgimento, adeguandone gli orizzonti a prospettive che avrebbero reso più agevole l’ingresso in area di governo. Fregandosene, in apparenza, del grande pubblico e della sua fede sempre arroventata e crescente.

Ma come ha risposto quel pubblico alle opportunistiche veroniche interpretate in prima persona da Di Maio? Alcuni hanno protestato, dalla platea, hanno inveito, ma il grosso ha ingoiato famiglie di rospi quasi senza battere ciglia. Rendendo per questa via estroverso l’avvenuto slittamento del consenso dall’area di programma – se mai un programma era davvero esistito come motore di aggregazione – a quello, molto più astratto, della qualità del potere immesso nel mercato elettorale dal padrone della ferriera stellata. Nessun programma vale quel potere, questo ha dimostrato Casaleggio; l’attaccamento del pubblico ad un cartello di proposte e posizioni comunque accroccato, pure modificato giorno per giorno senza streaming, senza voto on line, in perenne contraddizione con sé stesso, ha confermato la bontà del suo gioco, almeno fin qui. Così facendo, l’uomo che ha ereditato la zattera cinque stelle dal padre, ha reso gassosa la materia della sua creatura: massima fluidità, massima incoscienza nel parco dei militanti-formiche condensato in un “intero” indivisibile, in una istituzione totale al cui interno sono attive e riconoscibili solo aree funzionali, non i singoli con le loro pulsioni, al pari, per quel che se ne sa, dell’interno di un grande formicaio. Solo che i formicai se ne stanno per i fatti loro, mentre il M5s alberga, e da padrone, nella politica, le sue tende coprono decisivi spicchi del Parlamento, visibilmente nella disponibilità di un imprenditore avventuroso che è riuscito a sintetizzare un nuovo, formidabile virus, resistente, dotato di una enorme vitalità, inattaccabile, spiazzante. Per questo virus non c’è incoerenza, lungo il percorso del M5S, che non sia immediatamente spiegabile, legittimabile, rivendicabile come manifestazione di una positività in movimento, non esistono passi falsi, non esistono errori strategici, abbagli di prospettiva per i fan e perfino per gli elettori molti dei quali venuti in questa provetta dopo aver votato a sinistra, dove il dubbio regna, per fortuna, sovrano, d’istituto, perdente. Così, il virus, non suscettibile rispetto al principio di coerenza, ha sgretolato una sinistra balbettante, a caccia di motivazioni nuove, fragile, sta degradando democrazia e Costituzione: questo doveva fare, per questo è stato sintetizzato. Per conto di chi? Ma sembra proprio questa la Betlemme dei cinque stelle.