Quel tridente
e la forza della vita

Questa settimana “RedPepper” non si occuperà di politica. Non per le polemiche che ormai ci stanno invadendo la vita e spesso mirano a toglierci la parola, ma perché la vita ci obbliga ad altre riflessioni e ad altri pensieri.

Ho letto l’intervista di Fabrizio Frizzi al “Corriere della sera”. Frizzi è un personaggio televisivo di rara civiltà. Poche settimane fa è stato colpito da un grave incidente cerebrale, l’ha “scampata”, è tornato in tv.  Nell’intervista ha ragionato su questo singolare, terribile e affascinate tridente: malattia, età, paternità senile. Leggetela. Io mi sono sentito coinvolto.

Sono anche io un uomo che ha avuto la felicità di un figlio, il terzo, in tarda età, sono anche io, per l’appunto, un uomo anziano, sono anche io un uomo che ha  una salute precaria. Eppure la vita è più forte.

Che cosa rende forte la vita quando vivi dentro  queste tre condizioni? Ovviamente sono abbastanza marxista da dire che ciò che decide il passaggio dalla felicità all’infelicità è il benessere. Se Frizzi fosse un precario o un disoccupato le sue considerazioni sarebbero più amare e persino devastanti. Tuttavia il benessere non toglie significato alla sua testimonianza.

Il primo tema che pone il presentatore tv è l’avvicinarsi di una età che ti allontana dalla gioventù. Ti guardi allo specchio, passeggi per strada e ti accorgi che il tuo è un altro tempo. Un grande intellettuale mi venne a trovare quando ero direttore dell’Unità e mi raccontò che aveva visto una bella ragazza e ne era rimasto colpito, poi, subito dopo, aveva visto la sua immagine riflessa nella vetrina di un negozio che gli aveva restituito le sembianze dell’uomo anziano e si era sentito ridicolo.

L’età conta persino oggi che si vive di più, che tanti si “aggiustano” come gli pare, che cercano di occultarla. L’età è quella stagione che ti avvicina al secondo tempo, quando non ai supplementari, della partita. Sai che  molto hai sudato, che poco o molto hai avuto e che ora devi decidere quel che devi fare.

I più sani di mente decidono di rispettare questa età, si tolgono fuori da ogni agone competitivo e se proprio scelgono una esperienza pubblica, preferiscono dare consigli piuttosto che primeggiare. L’età talvolta è accompagnata da una riduzione delle forze che diventa più marcata se c’è una malattia. Qui il conflitto è più severo perché modifica il tuo stile di vita e ti pone davanti ad aspettative ridotte nel tempo. Devi scegliere come vivere e non puoi scegliere senza mettere al primo posto le persone e le cose che ami, la tua storia, persino, direi, una certa indulgenza verso gli errori dei giovani, tranne i nuovi faccendieri della politica.

Poi c’è la paternità, privilegio da maschi. Questo è proprio il più bel regalo di natura. Queste creature che si affidano a te avendo la fortuna che tu non hai molto altro nella testa, che puoi spendere per loro tutto il tuo tempo. Quando ebbi  i miei primi due figli, gemelli, e dedicavo molto, forse troppo, tempo alla politica, la mia prima moglie mi disse: “Il problema non è quello che togli a loro, ma quello che togli a te”.

La paternità senile è un dono e un privilegio. Ma è una fonte di angoscia perchè sai che potrai accompagnare questa creature per un tempo limitato.

Scrivo queste cose perché in una società in cui prevalgono percentualmente gli anziani dovremmo avere attenzioni a tutte queste cose. Innanzitutto ai temi della povertà e della solitudine, ma anche ai risvolti della vita, diciamo così, opulenta. Invece di cancellare la vecchiaia e la malattia dobbiamo affrontarle a muso duro e  con trasparenza.