Quel peccato originale nell’America che “non può respirare”

INCHIESTA/1 – “I can’t breathe”, non posso respirare. Queste – ormai tutti lo sanno – furono le ultime strozzate parole pronunciate da George Floyd, prima di morire, in quel di Minneapolis, ammazzato dalla polizia. E questo è quel che, ormai da giorni, a dispetto della quarantena, vanno gridando per le strade di mezza America le migliaia di persone che protestano per la sua morte e che – molto spesso con violenza – reclamano un diritto di respirare e di vivere che sentono esser loro negato. Ma in realtà è oggi l’America tutta – tutta la democrazia americana – che, nell’occhio della “tempesta perfetta” d’una crisi economica, politica e, soprattutto, morale, va disperatamente annaspando in cerca di aria vitale.

Un sistema economico fondato sulla schiavitù

È una storia antica – la storia d’una primordiale e mai rimarginata ferita o, se si preferisce, d’uno strangolamento continuato nel tempo – quella che oggi torna ad essere raccontata nelle metropoli del “paese più ricco del pianeta”. Antica, perché a tutti gli effetti intrinseca alla natura d’una democrazia – la “più antica democrazia del mondo” come, con molte buone ragioni, ama definirsi – nata in base ad un principio d’eguaglianza contraddetto (e contraddetto in forma estrema) dalla realtà d’un sistema economico in parte essenziale fondato sulla schiavitù. Ed al tempo stesso attualissima, perché riproposta – come l’eterno ritorno d’una malattia cronica – nel contesto d’una pandemia che, in ogni angolo del pianeta, va cambiando molti dei paradigmi dell’umana esistenza. Il tutto all’ombra d’una leadership politica, quella della presidenza di Donald J. Trump, la cui inadeguatezza e la cui miseria morale va, tra farsa e tragedia, quotidianamente riproponendosi.

C’è una grande, splendida luce all’origine del buio di questa “tempesta perfetta”. Una luce che, a dispetto della sua connaturata contraddittorietà, ha cambiato la storia del mondo. “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal…”, tutti gli uomini sono stati creati uguali, recita il secondo paragrafo della Dichiarazione d’Indipendenza. Tutti tranne quelli con la pelle nera che, allora, in quell’aurora di democrazia, lavoravano da schiavi nelle piantagioni. Tutti ineguali perché “non-uomini” (o pari a tre quinti di uomo, come poco più tardi venne stabilito, su basi demografiche, al fine di garantire una più ampia – ed ovviamente bianchissima – rappresentazione degli stati del Sud nel Congresso). Tutti derubati, nel nome della liberazione da ogni forma di tirannia (esclusa, ovviamente quella del profitto), non solo della propria libertà, ma anche della propria umanità.

Per capire Minneapolis bisogna, di nuovo, partire da qui, da questo peccato originale mai completamente emendato e forse non emendabile, nonostante una storia di eroismi e di sangue durata oltre due secoli. Da qui e da quello che è seguito.

La rivolta nel ghetto di Watts a Los Angeles

I precedenti di Minneapolis e delle violenze di questi giorni sono, notoriamente, un’infinità. Ma la rivolta che forse più aiuta ad andare alle radici del fenomeno è, per il suo contesto, quella che, cinquantacinque anni fa, infiammò il ghetto di Watts, nel cuore più nero e profondo di South Central Los Angeles. Oggi abitato prevalentemente da ispani, Watts non fu, in realtà, la prima delle ribellioni esplose in un ghetto nero. E molte altre, più sanguinose e prolungate – inclusa quella che, nell’estate del ’92, dopo la scandalosa assoluzione dei poliziotti che avevano massacrato di botte Rodney King, un automobilista nero, infiammò di nuovo le strade di South Central – furono le sommosse che l’hanno poi, di fatto, seguita negli anni. Ma Watts ed il suo famoso grido di battaglia – “burn baby, burn”, brucia, ragazzo, brucia – rimangono ancor oggi, per tutti, un fondamentale snodo storico, un punto d’arrivo e, insieme, di partenza, un incrocio per il quale, necessariamente, continua a passare ogni ricostruzione della vicenda delle relazioni razziali in America.

I disordini scoppiarono la sera dell’11 agosto del 1965, per ragioni che ancor oggi, oltre mezzo secolo più tardi, appaiono al tempo stesso confuse e chiarissime. Confuse perché fumosi erano e rimangono, in termini di cronaca, i dettagli della violenza poliziesca che, quella notte, fece seguito all’arresto per guida in stato d’ubriachezza d’un giovane nero. E insieme chiarissime perché, quale che sia stata la vera scintilla della rivolta – probabilmente la diffusione della falsa notizia del pestaggio d’una ragazza incinta – inequivocabili furono (e restano) le sue cause profonde: una rabbia incontenibile ed incurabile, distruttiva perché alimentata da un senso di indistruttibile ingiustizia. Solo una settimana prima, a Washington, il presidente Lyndon Johnson aveva firmato il Voting Rights Act, storico punto d’arrivo d’una autentica rivoluzione legislativa (un anno prima era stato approvato il Civil Rights Act) che si proponeva di smantellare – e che, di fatto, finalmente smantellava – il cosiddetto “Jim Crow legal system”. Ossia: il complesso di leggi statali attraverso le quali, per un secolo, dopo la fine della Guerra Civile e l’abolizione della schiavitù, negli stati del Sud erano stati del tutto vanificati i principi solennemente sanciti nel 13esimo, 14esimo e 15esimo emendamento della Costituzione. Più esattamente: il complesso di leggi che aveva trasfigurato nella turpe realtà dell’apartheid quello che doveva essere un processo di liberazione. Il Voting Rights Act aveva d’un colpo abbattuto tutti gli ostacoli – perlopiù impossibili e talora persino irridenti test d’alfabetizzazione – che, nel sud, avevano di fatto negato ai neri non solo il diritto di voto, ma il diritto di sentirsi uomini (“I am a man”, io sono un uomo, dicevano i cartelli inalberati dai seguaci di Martin Luther King durante la lunga campagna per i diritti civili negli Stati della vecchia Confederazione).

“Una nazione composta da due società ineguali e ostili…”

E proprio questo era ciò che le fiamme di Watts avevano all’improvviso rivelato: l’altra faccia della questione nera, la realtà del ghetto urbano, i riflessi infuocati – lontano dai luoghi della schiavitù e del “Jim Crow System” – dell’ingiustizia che, come un’indelebile macchia, tormenta dai giorni della sua nascita la democrazia americana. Watts esplodeva in giorni che per i neri d’America dovevano essere – e che di fatto erano e restano, per molte e validissime ragioni – di gloriosa celebrazione. Ed esplodeva nel cuore d’una delle grandi metropoli, scoperchiando – in forma del tutto spontanea – la realtà di un’apartheid che, figlia di un più profondo tipo di discriminazione, nessuna legge federale poteva, in effetti, cancellare all’istante.

Dopo sei giorni di battaglia (34 morti) e molte settimane d’occupazione militare (garantiti dalla mobilitazione di oltre 14mila uomini della Guardia Nazionale) la situazione, a Watts, tornò, come si usa dire, alla normalità. La stessa normalità che regnava a Minneapolis, prima della morte violenta di George Floyd. La medesima normalità che si legge oggi nelle cronache d’una pandemia che tutte le normalità sembra aver distrutto. Tutte, tranne quella – in realtà ribadita ed esaltata – dell’ingiustizia razziale. E non solo razziale. Poco dopo la rivolta di Watts, Lyndon Johnson aveva affidato ad una speciale commissione presieduta dall’allora governatore dell’Illinois, Otto Kernel, l’incarico di indagare sulle cause profonde del malessere che aveva generato – e continuava a generare – tanta violenza. E tutt’altro che consolanti erano state le conclusioni dell’indagine: a dispetto dei successi del movimento per i diritti civili e della rivoluzione legislativa che Johnson aveva con coraggio lanciato nel Sud (fino ad allora una riserva di bianchissimi voti democratici), l’America appariva inesorabilmente avviata, in assenza di iniziative ancor più estese, a diventare “una nazione composta da due società separate, ineguali ed ostili…”.

È cambiato qualcosa da allora? È cambiato moltissimo, ovviamente. In meglio ed in peggio. Ma al di sotto del “panta rei” della politica, pressoché intatta è rimasta la sostanza di quella cupa profezia.

1/SEGUE