Quel giorno che da presidente
mi salvò da un “processo” ingiusto

Quando sono stata eletta parlamentare avevo da poche settimane compiuto l’età minima per entrare a far parte del Senato. Ero comprensibilmente molto emozionata. Credo che così sarebbe avvenuto per qualsiasi persona che si occupava di politiche in un momento tanto delicato e di grande importanza.

La scoperta della politica

Per me, però, si trattava di un avvenimento eccezionale per una serie di motivi che coinvolgevano anche la mia famiglia. Mio padre era senatore, mia madre deputato e suo fratello Guido De Unterrichter era anch’egli senatore. Venivano tutti dai gruppi del cattolicesimo democratico, avevano molto sofferto sotto il regime fascista e alla sua caduta avevano contribuito, erano tutti impegnati nel dare vita e forza alla giovane democrazia. In casa si respirava un’aria di forte speranza e di grande impegno volto a realizzare al più presto un solido sistema di democrazia compiuta. Mio zio era stato parte attiva dei gruppi di partigiani trentini ed aveva rinunciato a candidarsi nuovamente al Senato per poter seguire direttamente e da vicino il processo di realizzazione dell’autonomia delle province di Trento e Bolzano.

Il voto alle donne era stato riconosciuto soltanto pochi mesi prima e forte era l’impegno perché il loro voto fosse frutto di una scelta ragionata e consapevole. Le mie zie, che spesso non condividevano le scelte dei miei genitori dicevano che io e mio fratello eravamo stati educati “a pane e politica”.

In questo contesto faticoso ma entusiasmante cominciai anch’io il mio percorso politico.
Ricordo ancora con commozione l’incontro con i “grandi vecchi” che allora sedevano in Parlamento: Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce, Enrico De Nicola ed altri. MI viene alla mente un piccolo episodio che si ripeteva tutti i sabati e del quale non comprendevo allora il valore. All’epoca della Costituente, i parlamentari lavoravano fino al sabato e vi era un gruppetto di meridionali che prendeva sempre il rapido delle ore diciotto che partiva da Roma Termini, si fermava a Napoli Mergellina e poi proseguiva fino a Potenza. Erano “tempi magri” anche per i parlamentari e mia madre si faceva preparare dalle suore presso le quali dormivamo dei panini con il provolone che distribuiva agli “illustri viaggiatori” i quali alternavano dotte disquisizioni su problemi istituzionali e politici con espressioni di gratitudine per il cibo ricevuto. Assieme al panino di solito io ricevevo qualche caramella ed il permesso di fare qualche domanda.

Non avendo frequentato prima d’allora ambienti importanti non ero in grado di apprezzare la semplicità del loro modo di agire e la conoscenza che essi avevano dei problemi e della vita dei cittadini nonché la semplicità e vorrei dire l’umiltà del loro comportamento.

Lo scontro in Commissione di vigilanza

Gli anni passarono in fretta e venne il 1985 un anno per me molto triste nel quale morirono mio padre e mio marito.
Sette giorni dopo la morte improvvisa di quest’ultimo fui eletta Presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai. Anche per l’Azienda era un momento molto difficile. Il Presidente della Commissione Nicola Signorello era stato eletto sindaco di Roma ed i partiti non riuscivano a trovare l’accordo per sostituirlo in commissione. Si scoprì dopo che la P2 si era infiltrata anche fra i membri della Commissione di Vigilanza e avevano un loro progetto di spartizione politica della Rai. Naturalmente tali accordi erano riservatissimi.
Non so a chi venne in mente di usare me (cioè la Presidente della Commissione di Vigilanza) come capro espiatorio. La scelta era intelligente perché io avevo tutte le caratteristiche esterne per essere definita debole. Ero una donna e questo secondo alcuni già bastava, in più ero rimasta vedova da pochi giorni e avevo tre figli piccoli a cui badare. Per di più, all’interno del partito, ero in minoranza perché avevo sostenuto Forlani e non De Mita nella scelta del Segretario politico della DC, quindi ci si aspettava che mi avrebbero lasciata sola senza un forte appoggio politico.

Qualche stratega pensò di chiedere ai Presidenti della Camera e del Senato la riunione urgente dell’Ufficio di Presidenza della Commissione di Vigilanza con la presenza dei Presidenti dei due rami del Parlamento. Fu organizzata una forte e diffusa campagna stampa a sostegno della richiesta di “processare” la Jervolino. Aperta la riunione i Presidenti Fanfani e Iotti dettero a me la parola per fare il punto della situazione. Carte e verbali alla mano riferii che la Commissione di Vigilanza era stata da me convocata più volte e che un ben individuato e individuabile gruppo di Parlamentari non aveva mai partecipato alle riunioni e quindi non aveva votato, impendendo la formazione di una maggioranza.

Rosa Russo Jervolino

Una donna in politica con un altro stile

La Presidente Iotti comprese immediatamente la situazione e, su parere conforme anche del Presidente Fanfani confermò la correttezza del mio comportamento e invitò i capigruppo a trovare immediatamente un accordo e a non riversare sulla Commissione di Vigilanza problemi che ad essa erano completamente estranei. Detto questo tolse la seduta. Vedendo uscire i due Presidenti dalla sala delle riunioni soltanto dopo una mezz’ora dopo esservi entrati, i giornalisti che avevano dato in anteprima la notizia di dimissioni a catena si trovarono sbugiardati, e il problema fu riportato alle sue reali dimensioni che erano quelle di un disaccordo fra i partiti. Con un bel sorriso il Presidente Iotti invitò i presenti a non procrastinare ulteriormente l’ora di cena.

Sono ormai passati tanti anni e quindi non è facile cogliere l’importanza politica del comportamento della Iotti che fu di una correttezza estrema e che costituisce un’ulteriore prova della sua correttezza istituzionale. Per comprenderlo va anche tenuto presente che il quadro politico di allora vedeva la Iotti come esponente della sinistra e la Jervolino come esponente della maggioranza. È chiaro quindi che ragionando in una logica di partito la Jotti avrebbe dovuto dar ragione ai contestatori e torto alla Jervolino ma la correttezza e il rispetto istituzionale ebbero il sopravvento. L’episodio visto con gli occhi attuali può sembrare non importante ma in quel momento invece era importantissimo e va reso onore a questa donna che quella sera come in tante altre occasioni ha saputo innanzitutto far prevalere la verità e poi anteporla agli interessi di partito. È uno stile che in politica non è purtroppo diffuso e che dobbiamo in tutti i modi cercare di recuperare. Anche per l’esempio di correttezza che tante volte ci ha dato, dobbiamo essere grati a Nilde Iotti.

 

*Rosa Russo Jervolino, parlamentare della Dc e poi dell’Ulivo , è stata ministro e sindaco di Napoli.

 

Il 10 aprile 1920 nasceva Nilde Iotti, dirigente comunista, presidente della Camera. In occasione del centenario pubblichiamo, in collaborazione con la Fondazione Nilde Iotti, una serie di testimonianze sulla sua figura e sul ruolo svolto nella storia del Pci e della Repubblica italiana.