Quel giorno che dissi ai genitori:
“Benedetto è stato ucciso dai fascisti”

Muore, accoltellato da una squadra di fascisti, Benedetto Petrone il 28 novembre di un anno orribile. Per molti non lo è stato. Non lo è stato per coloro che hanno dato vita al movimento del ’77. Non lo è stato per la dirigenza comunista che, dopo l’affronto della cacciata di Luciano Lama dall’Ateneo romano per mano degli autonomi, vinse la battaglia mediatica con Renato Zangheri che ospitò a Bologna con grande accoglienza una folla di giovani legati al quel movimento.
Fu l’anno dell’inizio della presidenza Carter che come primo atto dette l’amnistia ai giovani scappati in Canada per non combattere in Vietnam. Ma fu anche l’anno in cui Kappler riuscì a scappare dalle carceri italiane. E fu l’anno di tanti poveri morti. Da Giorgiana Masi a Walter Rossi, fino all’omicidio di Carlo Casalegno, vice-direttore della Stampa, assassinato dalle Brigate Rosse. Per molti ragazzi di allora fu anche l’anno della morte di Elvis Presley.

Tuttavia il giovane Benedetto Petrone con la sua vita e la sua terribile morte colpì l’opinione pubblica non solo quella di sinistra. La sua foto con i capelli scarmigliati sotto un basco e con uno straordinario sorriso accattivante divenne simbolo di una gioventù, già allora senza speranze, che tuttavia pensava al futuro, avrebbe voluto costruirselo.
Benedetto era iscritto alla Federazione giovanile comunista di Bari. Io, all’epoca, ero il segretario del Pci della città di Bari. Vivevamo da anni in una situazione, comune a molte città, inaccettabile. In molti quartieri non si poteva metter piede. L’esibizione in tasca dell’Unità o di un giornale di sinistra era punita con randellate. Se si sbagliava strada e ci si inoltrava dove i fascisti avevano stabilito uno dei loro cento quartieri generali si tornava a casa con le ossa rotte.
Lo squadrismo non era frutto di gruppi estremistici. Facevano tutti capo alla federazione provinciale del Movimento Sociale Italiano, nella cui sede avevano le loro armi e da dove partivano per le spedizioni punitive.

I ragazzi di sinistra non si arresero. Spesso è capitato anche ad alcuni di questi squadristi di finire in ospedale con qualche cosa rotta. Era uno stillicidio di scontri. Nella via centrale di Bari, la nota via Sparano, strada di negozi e di passeggio, non si poteva circolare con l’Unità fino a che un vecchio operaio, segretario provinciale del Pci, Tommaso Sicolo non decise una diffusione militante e in una decina attraversammo la strada vendendo il giornale fino a che da uno dei palazzi non fummo investiti da un lancio di pietre. Restammo in campo e le pietro le restituimmo con tiri ben azzeccati agli aggressori.
C’era una sezione del Msi, chiamata “Passaquindici”, che faceva il bello e il cattivo tempo in un quartiere semi-periferico di Bari e aveva preso come esercizio ginnico pomeridiano lanciare pietre contro la sezione del Pci “Ruggiero Grieco” che raccoglieva prevalentemente giovani universitari e i loro professori. Vivevamo tutti nell’ansia di tornare a casa con la testa spaccata. Non poteva durare. E non durò.

Fu organizzata proprio il 28 una manifestazione antifascista nei pressi delle due sezioni, quella fascista da cui partivano le aggressioni e quella comunista vittima di quei lanci di pietre. Migliaia di ragazzi si radunarono. Fu uno spettacolo di forza e di militanza, come si diceva allora. Non fu un buon pomeriggio per i fascisti della “Spaccaquindici”.
La manifestazione finì e tutti tornarono a casa. Anche io. Appena arrivato mi chiamò Franco Giordano, segretario della Fgci e poi parlamentare di Rifondazione comunista, per dirmi che i fascisti avevano aggredito alcuni nostri ragazzi e che uno era stato accoltellato. Tornai rapidamente in federazione. Era Benedetto Petrone il giovane compagno accoltellato a morte dai fascisti. Toccò a me andare dalla famiglia a dare la notizia. Ricordo quel che dissi, ricordo gli sguardi terribili dei genitori, ho dimenticato quello che mi dissero loro.

L’indomani la città si svegliò con il tam tam della notizia di questo povero ragazzo ammazzato mentre cercava di raggiungere casa. Benny tentò di fuggire ma la poliomelite gli aveva danneggiato una gamba e i fascisti ebbero la vittima davanti a sé inerme e non esitarono a colpirla a morte.
Bari è stata descritta sempre come città di destra eppure quella mattina e in quelle successive si commosse e si indignò. I giornalisti della “Gazzetta del Mezzogiorno” chiesero alla Federazione della stampa l’esenzione dallo sciopero nazionale dei giornalisti e l’ottennero e ottennero da quel gran gentiluomo che era il moroteo direttore Oronzo Valentini di fare un giornale che disse tutta la verità ai baresi. Ai funerali parlò Massimo D’Alema.

Poi iniziarono le giornate dure. I fascisti erano molto protetti, fra di loro c’erano tipacci allevati nelle palestre e figli della Bari bene. Noi facemmo un dossier su ciascuno di loro. Un magistrato lo lesse e ne arrestò alcuni. Per l’omicidio di Benedetto fu incastrato il fascista più squinternato, un certo Pino Piccolo che poi si suicidò in carcere. Però Benedetto fu aggredito da una squadra. Tutti salvi.
Attorno alla vicenda di Benedetto si creò un movimento che chiedeva giustizia. La federazione del Pci di allora, che aveva avuto un comportamento esemplare, tuttavia dette l’indicazione di “frenare”. Non volevano inasprire lo scontro politico cittadino. Frenarono. Io allora mi dimisi dalla segreteria e dalla guida della città e molti mesi dopo Alfredo Reichlin mi chiamò all’Unità perché le mie dimissioni erano irrevocabili.