Quel 9 maggio sul binario di Cinisi
quando fu spenta la voce di Peppino

Il corpo martoriato di Peppino Impastato è stato trovato lo stesso giorno in cui a Roma è stato fatto ritrovare dalle Brigate rosse in via Caetani il corpo dell’on. Aldo Moro, ucciso dopo una lunga e atroce prigionia durata 55 giorni. La tragica coincidenza ha messo in ombra l’importanza della morte di Peppino; addirittura la notizia della sua uccisione non comparve in tutti i giornali. Molti, come si dice in gergo, la “bucarono”.

Il corpo era dilaniato, e sembrava che Peppino per un errore s’era fatta esplodere una carica mortale di esplosivo mentre la stava trasportando sulla ferrovia per compiere un attentato. Questa fu la prima ricostruzione che fu fatta per depistare le indagini: insomma quel giovane morto a Cinisi, a due passi da Palermo, era un terrorista e per giunta incapace di maneggiare con la dovuta perizia ordigni esplosivi. Era stato maldestro ed era morto, o forse s’era suicidato come pure s’era detto qualche giorno dopo.

La verità era un’altra: qualcuno aveva voluto spegnere una voce potente che dava fastidio. Ma è da questi depistaggi che bisogna partire per capire la forza di relazioni della mafia dentro gli apparati dello Stato di allora e l’importanza e l’insegnamento di questo giovane siciliano così barbaramente ucciso.
Il celeberrimo film I cento passi di Marco Tullio Giordana ha rilanciato la figura e ha descritto l’importanza di Peppino che solo la tenacia di Umberto Santino e del suo Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato aveva tenuto in vita nel corso degli anni, spesso in perfetta solitudine.

Eppure Peppino era stata una figura importante della sinistra siciliana di quegli anni prima di tutto perché ha avuto il coraggio – lui che aveva il padre mafioso ed altri parenti mafiosi – di combattere a viso aperto un uomo potente e crudele come Gaetano, Tano, Badalamenti che all’epoca era ai vertici di Cosa nostra. E aveva fatto questa lotta con mezzi innovativi, con l’uso di una radio privata e con la satira graffiante e irriverente in un’epoca in cui si pronunciava il nome di don Tano a bassa voce e sempre con rispetto e riverenza. Peppino rompeva questi schemi.

L’altro aspetto che occorre ricordare è che Peppino era un giovane che faceva antimafia in modo aperto, senza attendere le indagini della magistratura, senza dipendere da un’ordinanza di custodia cautelare per agire e dire la propria opinione.

Ed era un uomo politico di opposizione. Quando fu ucciso era candidato nelle liste di Democrazia proletaria per il rinnovo del consiglio comunale di Cinisi. Fu eletto, da morto, con tanti voti che erano la prova migliore che la versione ufficiale del terrorista-suicida non reggeva e faceva acqua da tutte le parti.
Aveva intuito, Peppino, prima ancora della magistratura e delle forze dell’ordine del tempo che l’aeroporto Punta Raisi di Palermo, oggi intitolato a Falcone e Borsellino, era uno scalo importante dove transitavano quantità rilevanti di droga che permettevano alla mafia di Badalamenti di essere ricca, molto più ricca dei corleonesi di Totò Riina. Peppino Impastato capì che la lotta antimafia andava fatta con tutti i mezzi a disposizione, vecchi e nuovi, allargando la partecipazione popolare (perché non poteva essere condotta come una lotta di una élite) e rendendo chiara quale fosse la posta in gioco.

Negli ultimi tempi Peppino Impastato è diventato un simbolo e casa sua s’è trasformata in Casa memoria Felicia e Peppino Impastato, un luogo che viene visitato da molti, soprattutto giovani che vogliono documentarsi sulla vita di quel loro coetaneo e sul modo di condurre una battaglia efficace contro la mafia.
Badalamenti è morto, ma è stato processato come mandante della morte di Peppino. La Commissione parlamentare antimafia ha approvato una relazione nella quale, per la prima volta, erano indicate le responsabilità di chi aveva fatto il depistaggio per impedire che si accertasse la verità. E nonostante tutte le manovre fatte la verità è emersa in tutta chiarezza: chi ha voluto Peppino morto era stata la mafia di Tano Badalamenti.
Il giovane ribelle di Cinisi ha trovato finalmente il suo posto nella storia della Sicilia e in quella d’Italia.