Quel 7 luglio del ’60 a Reggio Emilia:
storia di un’altra strage impunita

Sessant’anni, nessun colpevole. Il 7 luglio 1960 è uno dei tanti e intollerabili buchi neri che segnano la storia d’Italia. Da allora, infinite volte la richiesta di verità e giustizia per i “morti di Reggio Emilia” è rimasta senza risposta. Ufficialmente, non ci sono responsabili politici, né esecutori materiali per la morte di Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti, Lauro Farioli, operaio di 22 anni, Emilio Reverberi, operaio di 39 anni, ex partigiano e commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”, Marino Serri, operaio di 41 anni, ex partigiano, Afro Tondelli, operaio di 36 anni, ex partigiano.

Una tempesta di pallottole

Tutti uccisi dalla tempesta di pallottole – ne furono sparate a centinaia contro i manifestanti – che ferì anche numerose altre persone. Gli unici imputati mandati a processo, un vicequestore e un agente di polizia, furono assolti anni dopo dalle accuse, “per non aver commesso il fatto”. E ci vollero ancora altri anni perché un Tribunale riconoscesse ai familiari il diritto a un risarcimento in sede civile da parte del Ministero degli interni.

Nomi, storie, lutti che Reggio Emilia ricorda e onora ancora una volta nelle commemorazioni di questi giorni. Sei decenni dopo quel maledetto giovedì in cui la tensione e gli incidenti che già da mesi percorrevano l’Italia precipitarono nella orribile strage di lavoratori inermi. In aprile si era insediato il governo Tambroni, monocolore democristiano sostenuto in modo determinante dal Msi, il partito erede diretto del regime fascista abbattuto nel 1945. Un po’ ovunque ci furono proteste, scontri nelle piazze, morti e feriti. A Reggio Emilia, una mobilitazione popolare impedì un comizio di Giorgio Almirante. Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, si ribellò al congresso nazionale del Msi, annunciato per i primi di luglio e infine annullato poche ore prima dell’apertura.

In questo clima, il giorno 7 si arrivò allo sciopero generale e alla manifestazione organizzati dalla Camera del Lavoro reggiana. Nel pomeriggio, mentre alcune centinaia di persone partecipavano al comizio nella Sala Verdi, moltissime altre rimasero nella piazza antistante e vennero aggredite da polizia e carabinieri con idranti, lacrimogeni, caroselli di camionette. Poi toccò alle armi da fuoco: pistole, moschetti, mitra. I cinque operai colpiti mortalmente caddero in punti diversi della piazza – da allora piazza Martiri del 7 Luglio – che adesso sono segnalati da altrettante pietre di inciampo, piccole targhe metalliche fissate al suolo.

Palmiro Togliatti ai funerali degli operai uccisi

Nessuna chiarezza sui responsabili

Le proteste si moltiplicarono in tutta Italia. Al funerale dei caduti reggiani partecipò un mare di folla. Oltre a Palmiro Togliatti e altri dirigenti politici della sinistra, volle esserci anche Corrado Corghi, segretario regionale della Dc. Pochi giorni dopo, la stessa Dc decise che il governo non poteva restare, Tambroni si dimise, si avviò il percorso che avrebbe portato all’epoca del centro-sinistra. Ma il velo sulle responsabilità della strage non si sollevò mai. “Il processo – ricorda Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Anpi, ex partigiano ed ex parlamentare, allora giovane avvocato nel collegio di parte civile – fu chiaramente predeterminato dalla volontà di occultarle e lasciarle impunite, fin dalla scelta di sottrarre la sede del dibattimento a Reggio Emilia e trasferirla a Milano. Nemmeno la famosa fotografia con l’agente inginocchiato, che sparava prendendo la mira verso il punto in cui fu centrata una delle vittime, fu sufficiente per ottenere una condanna. E meno ancora fu accertata e sanzionata la scala gerarchica che decise la sparatoria”.

Naturalmente, le responsabilità politiche erano e rimangono evidenti. “Di fronte alle proteste che in quelle settimane c’erano nel Paese – dice Smuraglia – fu lo tesso Tambroni a ipotizzare e autorizzare l’uso delle armi da fuoco, che infatti non avvenne solo a Reggio Emilia. Per non parlare della intollerabile scelta che fu all’origine di tutto, cioè il ritorno dei fascisti nell’area di governo, ad appena 15 anni dalla Liberazione e dalla fine della guerra. Conosciamo la verità politica, non quella giudiziaria. Valgono le parole che, in altre circostanze, pronunciò Pasolini a proposito degli attentati e dei tentativi di golpe rimasti impuniti: io so i nomi dei colpevoli, anche se non ho le prove”.

I conti (mai fatti) con il passato fascista

Storia dolente e irrisolta, quella dei buchi neri nei quali sono tuttora nascosti molti dei peggiori agguati alla democrazia. “L’elenco è lungo e, purtroppo, più il tempo passa meno sono le possibilità di arrivare alla completa verità – aggiunge Smuraglia – C’è un filo nero che attraversa queste vicende: l’Italia non ha mai fatto fino in fondo i conti con il suo passato fascista. Non li ha fatti già nel dopoguerra, quando molti fascisti sono rimasti negli apparati statali. Non li ha fatti successivamente, come dimostrano le complicità, le omertà, i depistaggi che hanno accompagnato le stragi. Non li ha fatti nemmeno ai tempi nostri, nei quali si manifestano frequentemente ed esplicitamente rigurgiti fascisti e razzisti. Eppure, la Costituzione parla chiaro: sia laddove specificamente vieta la riorganizzazione in qualsiasi forma del disciolto partito fascista, sia nel suo intero testo, chiaramente ispirato a valori democratici, egualitari, antifascisti. Basterebbe attuare coerentemente la Costituzione per dare davvero un taglio netto al passato che non passa mai. Evidentemente, c’è stato e c’è chi non lo vuole fare”.