Quei pregiudizi
dietro l’attacco
allo smartworking

Il giuslavorista ed ex parlamentare Pietro Ichino pubblica sul sito del Corriere della Sera del 18 giugno 2020 una serie di domande rivolte alla Ministra della Funzione pubblica Fabiana Dadone. Con fredda lucidità, nelle sue sette domande Ichino chiede essenzialmente conto del denaro pubblico speso per pagare gli stipendi pubblici dei lavoratori in smartworking. Quello che si chiede il giuslavorista è soprattutto perché non sia stato applicato un rigoroso monitoraggio e non sia stata applicata la decurtazione all’80% della paga ad eventuali settori e lavoratori non effettivamente in servizio anche durante il lockdown.

È lecito, di conseguenza, porsi specularmente almeno altre sette domande. Ad esempio, a fronte dei suoi dubbi sul rigoroso impiego al 100% di ogni settore ed ogni lavoratore pubblico, ci chiediamo se Pietro Ichino abbia almeno contemplato la possibilità, al contrario, che tanti lavoratori abbiano potuto lavorare, tra tante difficoltà, ben oltre le 40 ore settimanali, raddoppiando i propri sforzi pur di garantire servizi pubblici a chi ne aveva bisogno in piena crisi da Coronavirus. Non siamo certi che abbia contemplato questa possibilità, ma – mi si conceda la provocazione – siamo certi che, di fronte a tale possibilità concreta, Ichino pubblicherà presto un secondo appello sui quotidiani nazionali volto a garantire, specularmente, il doppio della retribuzione a tutti questi lavoratori. A tal proposito, dato che Ichino invoca la “cassa integrazione” dei lavoratori pubblici (art. 33 del T.U. sul pubblico impiego), ha considerato anche che tanti lavoratori del settore privato siano stati impiegati, addirittura, durante la loro cassa integrazione o le ferie forzate, grazie proprio ad uno smartworking emergenziale? Un giuslavorista non lo tollererebbe di certo e scriverebbe probabilmente presto sui quotidiani nazionali anche il testo “Sette domande a Confindustria”. O forse Ichino è per il lavoro gratuito? Tornando invece alla sua proposta di applicazione della “cassa integrazione” ai lavoratori pubblici, ci chiediamo anche se Pietro Ichino sia consapevole del dramma che investe un individuo o una famiglia che vede all’improvviso asciugarsi la propria paga e no, professor Ichino, mal comune non è mezzo gaudio. Non lo è per ragioni morali, ma non lo è neanche perché alcune attività commerciali sono rimaste a galla durante il lockdown proprio grazie a quei lavoratori, pubblici e privati, che hanno continuato a percepire il proprio reddito regolarmente, sostenendo parzialmente una domanda aggregata in picchiata.

Retorica banale

Certo, molte attività sono state sostenute anche dalle spese dei tanti ricchi e dei tanti rentiers, come ad esempio quel 20% della popolazione italiana che possiede il 70% della ricchezza nazionale e – ne siamo certi – presto Ichino pubblicherà le sue “Sette domande ai rentiers”. Ci chiediamo solo quando.

Siamo curiosi di sapere anche se Pietro Ichino sia consapevole di soffiare sul vento di una retorica banale e dannosa che contrappone lavoratore contro lavoratore (offuscando i veri conflitti in essere nel capitalismo), un vento che ha già fatto enormi danni ad un Paese che ha privatizzato all’inverosimile. Lo sa, ad esempio, Pietro Ichino che in Italia ci sono meno dipendenti pubblici e che sono tra i meno retribuiti di quasi tutto il resto d’Europa? La verità, paradossalmente, è che avremmo avuto bisogno persino di più lavoratori in alcuni settori della pubblica amministrazione, in modo da garantire una più rapida fruizione dei servizi pubblici in un momento di grande ed improvvisa emergenza, così come avremmo avuto bisogno di più posti letto nei nostri ospedali depauperati dal susseguirsi di quelle politiche aziendalistico-liberiste a lui tanto care, giusto per fare un esempio.

Abbiamo un’emergenza sociale a cui bisogna rispondere ed abbiamo anche tante riforme strutturali da compiere per migliorare e potenziare un settore che si è rivelato ancora una volta essenziale come quello della pubblica amministrazione. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’ennesimo pericoloso attacco al sistema pubblico del Paese.