Quei 152 milioni di minori
sfruttati nel mondo come
nei romanzi di Dickens

Se dico 152 milioni, dico un numero. Un numero grosso, anche un po’ impressionante se associato a un valore economico. È di poco inferiore al jackpot record del Superenalotto. È un patrimonio che potrebbe sistemare a lungo due o tre vite. E se invece questo numero imponente fosse quello dei minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento lavorativo? “L’Osservatore Romano”, riferendo il dato, fa notare che se i ragazzini sfruttati vivessero tutti in un unico paese sarebbe il nono Stato più popoloso al mondo, «più grande anche della Russia».

Lavori duri e pericolosi

L’infanzia che chiamiamo negata non è un’astrazione, e 73 milioni di bambini svolgono lavori duri e pericolosi che determinano pesanti conseguenze sul piano fisico e psicologico. Agricoltura, servizi, industria: miniere comprese – un paesaggio che, centocinquant’anni dopo Dickens, ancora somiglia ai suoi romanzi. È piuttosto sconcertante che, anche stringendo il campo sull’Italia, i minori sfruttati sono nell’ordine di decine di migliaia.

“Save the Children” insiste: il mondo è ancora lontano dallo sradicamento di ogni forma di lavoro minorile entro il 2025, come previsto negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. E noi non sappiamo, non vediamo, o fingiamo di non vedere e non sapere. Spesso ci confortiamo nell’illusione che alcune forme di ingiustizia, che certe zone di spaventosa disuguaglianza siano superate, almeno entro i confini del cosiddetto mondo occidentale. E invece la “città visibile” ha sempre dentro di sé una somma di città invisibili. Città che spesso non hanno l’occasione, la forza, lo spazio per esistere, per essere riconosciute.

Per renderle manifeste, per fare avere al mondo notizie di città discriminate, abbrutite, piegate dallo sfruttamento, negate con violenza, da dove si comincia? La domanda – se esce dal campo delle interrogative retoriche – pesa come un macigno. Almeno quanto il nostro silenzio.