Quaranta anni senza Franco Basaglia, psichiatra filosofo che liberò i matti

Quarant’anni fa, a fine agosto, moriva Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che liberò i matti, mostrando poco alla volta come si sarebbe potuto restituire giustizia e diritti a chi le norme, anche antiche, il pregiudizio, una rassegnata consuetudine, persino la cultura accademica, persino la rassegnazione e la resa dei familiari avevano confinato tra le mura di uno spietato carcere a vita. Ricordarlo chiederebbe di meditare su una straordinaria lezione politica e culturale.

Le grandi riforme degli anni ’70

malattia mentaleAlla chiusura dei manicomi si giunse grazie alla legge 180, approvata nel 1978, nei giorni del rapimento e della morte di Aldo Moro e appena prima che venisse riconosciuto anche in Italia il diritto all’aborto. Furono due voti che chiusero un ventennio di riforme. Grandi riforme, dal divorzio al servizio militare, dall’obiezione di coscienza allo statuto dei lavoratori, dall’ordinamento regionale alla istituzione del servizio sanitario nazionale. Poi ci fu Craxi e dopo Craxi arrivò Berlusconi.

Alcuni parlamentari di Forza Italia proposero modifiche alla legge 180, soprattutto pretendendo che la durata del tso, il trattamento sanitario obbligatorio, si potesse allungare a discrezione di un medico, mortificando quelle misure e quei limiti fissati dalla stessa Costituzione a tutela del cittadino. Ci tentarono più volte, senza successo, anche solo per la sequenza di crisi di governo e per l’interruzione delle legislature. Forse anche in ragione dei sentimenti suscitati dalla morte di Franco Mastrogiovanni, dopo 87 ore di contenzione (documentate dai filmati delle telecamere di sorveglianza e trasmesse in parte in tv) nell’ospedale di Vallo della Lucania, o della morte di Giuseppe Casu, dopo sei giorni in un reparto psichiatria di un ospedale cagliaritano.

Sulla 180 provò ad allungare le mani pure Salvini, in nome della sicurezza, ripristinando l’idea che malattia mentale e pericolosità sociale andassero a braccetto come sosteneva la legge di un secolo fa, 1904, la prima nello stato unitario che regolamentasse in modo organico la materia psichiatrica.

Regolamenti d’inizio novecento

Con quei regolamenti d’inizio novecento dovette fare i conti Franco Basaglia, quando per la prima volta entrò in un manicomio. Era il 1961. Basaglia aveva trentasette anni, una laurea in medicina e chirurgia (all’università di Padova), una specializzazione in malattie nervose e mentali (ancora a Padova, nella clinica del professor Belloni, un biologista che gli consigliò di rinunciare alla carriera universitaria), molte letture, letture spesso assai lontane dagli interessi specifici di uno psichiatra tradizionale, dalla Fenomenologia di Heidegger all’esistenzialismo di Sartre, tanto è vero che era diventato per tutti, colleghi e professori, il “filosofo”.

Per cultura, per sensibilità, per rifiuto di una pratica che faceva della psichiatria una sorta di casellario giudiziario, per classificare prima e reprimere poi, lasciò l’università e scelse il manicomio, con un posto di direttore.
Ricorderà che entrando negli stanzoni sudici di Gorizia era stato aggredito dalla stessa puzza che aveva provato nel carcere di Venezia, dove era stato rinchiuso nell’autunno del 1944, la città in mano ai nazisti, per la sua attività di antifascista, arrestato con alcuni amici per colpa di un delatore e liberato alla fine della guerra.

La contenzione una comoda abitudine

Nella reazione all’obbrobrio del manicomio, di fronte a quelle scene di desolazione, all’uso reiterato della segregazione, quando la contenzione era la comoda abitudine per “curare” i malati (“E mi no firmo”, io non firmo, risponderà Basaglia all’ispettore capo di Gorizia che gli presentava, come doveva accadere ogni sera, l’elenco dei pazienti da legare), comincerà una “lunga marcia nelle istituzioni”, che si alimentava di piccoli gesti.

Basaglia a Gorizia abolì le camicie di forza, tolse le sbarre alle finestre, aprì i reparti, accompagnò i malati a conoscere la città. Restituì anche i comodini, restituendo così uno spazio privato, che potesse custodire ricordi, oggetti, memorie di una vita o semplicemente uno specchio in cui ciascuno potesse riconoscersi. “Io non saprei proporre assolutamente niente di psichiatrico – dirà a Sergio Zavoli che lo intervistava per la Rai in una splendida inchiesta, “I giardini di Abele” – in un ospedale tradizionale dove gli ammalati sono legati, perché nessuna terapia di nessun genere può dare un giovamento a persone costrette in una condizione di cattività nei confronti di chi le dovrebbe curare”.

Da Gorizia al Colorno

malattia mentale
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Dopo Gorizia, Colorno, il manicomio di Parma nel castello che fu di Maria Luigia, la duchessa. A chiamare Basaglia fu Mario Tommasini, straordinaria figura di comunista eretico, operaio diventato assessore provinciale ai servizi sociali. Una breve esperienza interrotta di fronte alle resistenze della burocrazia regionale. Quindi l’incontro con Michele Zanetti, trentuno anni, democristiano, presidente dell’amministrazione provinciale di Trieste.

Al San Giovanni (che “conteneva” allora un migliaio di pazienti), la sfida avviata a Gorizia si misurò con un nuovo obiettivo: il superamento del manicomio. Si arriverà alla chiusura, dopo aver accompagnato verso situazioni di normalità molti malati, dopo che fu costruita una rete di assistenza e di convivenza, case famiglia, centri di salute mentale nel territorio, prima comunque che una commissione parlamentare guidata dal senatore Bruno Orsini, psichiatra genovese, democristiano, varasse la 180, che verrà peraltro attuata vent’anni dopo, quando Rosi Bindi, allora ministro della sanità obbligò le Regioni a chiudere gli ospedali psichiatrici…

L’impossibile che diventa possibile

Trieste e la 180 rappresentano l’ultimo tratto del cammino di una riforma radicale, la dimostrazione che si poteva cancellare una istituzione totale, nata nella Francia della Rivoluzione, si potevano sottrarre i malati di mente a un’esistenza umiliante, cavie di un reclusione senza traguardi, si poteva cioè rispettare quanto la Costituzione aveva stabilito: che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non seguendo le disposizioni della legge, ma che la legge non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona (così l’articolo 32, voluto da Aldo Moro, allora giovanissimo costituente). Diceva Basaglia: abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Come?

Alleati conquistati strada facendo

basagliaBasaglia, entrando a Gorizia, muovendosi tra quelle rovine materiali e morali, provò la solitudine e capì che avrebbe avuto bisogno di tanti alleati. Il primo fu Antonio Slavich, neolaureato senza esperienza alla prova d’esordio in quella terra di confine (il confine con la ex Jugoslavia, che correva lungo il muro di cinta del manicomio).

Gli altri alleati Basaglia li conquistò strada facendo: giovani medici, politici come Michele Zanetti e come Mario Tommasini, quanti lavoravano nei reparti, i malati stessi che poco alla volta riacquistarono una loro individualità, una loro volontà, la capacità di condividere e di partecipare (le assemblee, raccontate in un celebre libro, “L’istituzione negata”, best seller sessantottino, furono l’occasione per tutti di discutere, di confrontarsi, di demolire le barriere tra medico e paziente), i fotografi che non avevano mai documentato quelle realtà e finalmente le mostrarono agli italiani, gli intellettuali che potevano attraversare quei mondi mai esplorati, gli artisti che impararono a esibirsi dentro quelle mura e, soprattutto a Trieste, i cittadini di Trieste.

Aprire il manicomio fu vincere le paure, le diffidenze, i pregiudizi di chi stava oltre le mura. La festa delle castagne fu un pretesto perché gli abitanti delle case vicine potessero entrare e sperimentassero che in fondo i matti non erano poi così diversi, soprattutto non erano più cattivi o pericolosi di qualsiasi altro loro concittadino.

Dietro Marco Cavallo problemi e aspirazioni

Quando Marco Cavallo, il quadrupede azzurro di cartapesta, fil di ferro e legno, creato lavorando con i matti da un artista come Vittorio Basaglia (scultore e cugino di Franco), varca il cancello del San Giovanni, seguito da un corteo di degenti, di medici, di infermieri, raccogliendo via via intorno a sé centinaia di persone, i problemi, le aspirazioni, i dolori di “dentro” incrociano i problemi, le aspirazioni, i dolori di “fuori”. Una questione di solidarietà, di vicinanza, di eguaglianza… Basaglia e i matti lo capiscono e così vincono la loro battaglia, una vittoria che nasce da un riformismo operoso, in un momento della nostra storia, a ridosso e oltre il nostro Sessantotto, quando l’orizzonte dei diritti è più vivo che mai.

Una lezione per il presente

A suo modo Basaglia, un riformatore che giunge all’unica rivoluzione italiana (come in nessun altro paese al mondo), un intellettuale del fare, ci propone una lezione di politica per il presente: alleanze, condivisione, consenso, passi magari brevi ma un obiettivo chiaro… Mi viene in mente una frase di don Milani: “Bisogna fare per non subire e bisogna farlo con gli altri”.

P.s. Segnalo che di recente è stato rieditato da Alphabeta Verlag, nella collana curata da Peppe Dell’Acqua, che fu psichiatra a Trieste con Basaglia, la biografia scritta da Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, attenta ricostruzione del pensiero basagliano, attraverso la rilettura dei suoi più importanti riferimenti culturali, da Husserl a Heidegger, da Sartre a Meleau-Ponty, da Lacan a Binswanger. Il titolo: “Franco Basaglia”.

Mi permetto di segnalare anche “Franco Basaglia. Il dottore dei matti” (Baldini e Castoldi), autore chi ha redatto questo articolo, dove la vita dello psichiatra veneziano è letta in relazione alla storia delle psichiatria e alle vicende stesse del nostro paese, fino agli anni ottanta.