Quanto costa la verità? A Marilù Mastrogiovanni 4.000 minacce di morte

Non si ferma, Marilù Mastrogiovanni, “testa bassa e pedalare”, dice. E pedala nonostante la perseguitino, la direttora del quotidiano online “Il Tacco d’Italia”, che in una sola notte ha ricevuto 3950 mail di minacce, questa volta anche di morte. La giornalista pugliese vive sotto scorta dal 2017 e da tempo ha dovuto cambiare città per tutelare sé e la sua famiglia dalle intimidazioni della Sacra Corona unita. Minacce continue subite per le denunce contenute nelle sue inchieste sulle infiltrazioni mafiose in Puglia nel business dello smaltimento dei rifiuti e per aver rivelato presunte collusioni con settori dell’amministrazione comunale nel Salento, in particolare nel comune di Casarano.

Pochi giorni fa l’ultima provocazione, (la penultima è avvenuta a giugno sotto forma di sacchi di immondizia gettati nel cortile di casa sua), un segnale mafioso ancora più pesante sia per la quantità di mail ricevute tutte insieme all’indirizzo della redazione (inviate da mittenti diversi e con nomi fittizi, spiega la giornalista) che per la ricorrente ed esplicita minaccia: “La morte sta arrivando”. Gli inquirenti stanno indagando e le misure di protezione sono aumentate. Marilù Mastrogiovanni intanto cerca di rompere il silenzio con un articolo a quattro mani pubblicato sul Fatto Quotidiano il 13 luglio, scritto insieme all’inviata del Tg1 Maria Grazia Mazzola, che era stata colpita in pieno viso dalla moglie di un boss, a Bari, mentre cercava di fare delle domande, ovvero il suo lavoro. Ma gli affari delle mafie non vanno toccati, che siano sui rifiuti o sul turismo ed è difficile parlarne anche sui media locali, come denunciano le giornaliste stesse.

Marilù Mastrogiovanni è una freelance, modo più trendy per dire precaria, che nel 2004 ha fondato “Il Tacco d’Italia”. Sono innumerevoli le intimidazioni ricevute, da manifesti affissi sui muri che la immaginavano in una fossa, all’isolamento che le è stato creato sul territorio. Cerchio invece più aperto sul piano nazionale, anche per l’appartenenza a Giulia, l’associazione delle Giornaliste Libere e Unite.

Nel dicembre scorso Mastrogiovanni ha vissuto un paradosso: alcuni capitoli di una sua inchiesta su “Mafia, politica e rifiuti” venivano sequestrati dal gip del Tribunale di Lecce per un presunto sospetto di diffamazione (una censura preventiva mai avvenuta, tantomeno sul web), proprio quando per la stessa inchiesta l’autrice riceveva il prestigioso premio Giustolisi. Così, mentre le pagine del “Tacco” erano oscurate, Marilù era in Senato a ritirare il premio giornalistico dalle mani dell’allora presidente (nonché ex procuratore nazionale antimafia) Pietro Grasso. Quel paradosso almeno è stato cancellato poco dopo dissequestrando le pagine web.

Svolgere il lavoro d’inchiesta giornalistica è sempre più difficile, tanto più per una donna. Secondo i dati rivelati a inizio anno dalla Federazione Nazionale della Stampa, nel 2017 a ricevere atti intimidatori sono stati 126 cronisti (solo due in meno dell’anno prima), 176 le misure di vigilanza adottate dalle forze dell’ordine e 19 giornalisti sono sotto scorta. E domenica notte sono stati sparati 5 colpi di pistola sulla casa di un giornalista de Il Gazzettino, Ario Gervasutti, ex direttore del Giornale di Vicenza.