Brexit, quanti posti di lavoro persi in Europa

Un milione e duecentomila posti di lavoro in meno, una diminuzione media europea del prodotto interno lordo dell’1,54 per cento. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è una faccenda che riguarda tutti e ventotto i Paesi coinvolti. Quello che ha chiesto nel 2016 di andarsene, ma nella stessa misura quelli che resteranno.

 

Le dimensioni della caduta dell’occupazione

Che possa essere un colpo da cui l’UE e la Gran Bretagna potrebbero non riprendersi lo dimostra anche lo studio della professoressa Hylke Vandenbussche, ordinario di commercio internazionale all’università cattolica di Lovanio, in Belgio. È un’analisi a livello di settore che ha usato l’indice del modello globale di rete (GNM), bilanciando valore aggiunto e perdita di posti di lavoro nei distinti scenari di Brexit leggera, col mantenimento di due delle quattro libertà previste dal Trattato di Roma, beni e servizi, sia nel caso di una Brexit pesante, senza significativi vincoli e obblighi reciproci.

Dal punto di vista dell’occupazione e delle imprese, l’uscita sarebbe una fatale distopia economica, tale da far perdere a tutti gli Stati membri la capacità di collocare i propri prodotti, interessi e servizi: lo spazio lasciato vuoto creerebbe la caduta del mercato del lavoro. Il metodo e le simulazioni seguono, settore per settore, la ricchezza o il debito che si accumulerebbero in un’Europa a ventisette membri e nel Regno Unito ormai fuori dall’UE.

Il crollo di industria, agricoltura e terziario

Ad esempio, per il settore alluminio in Belgio, lo studio prende in considerazione l’esportazione di questo metallo nel Regno Unito, ma anche l’alluminio esportato in Germania e usato lì per fare macchine che vengono poi vendute al Regno Unito. La circolare saggezza mercantile dice che il danaro deve sempre tornare indietro, ma qui purtroppo non accadrebbe. Neppure con il ricorso, da parte della Gran Bretagna, alle regole del WTO, l’organizzazione del commercio mondiale, nei rapporti con l’Europa.

È vero infatti che in base all’ accordo generale sugli scambi internazionali del 1948 (norma numero 24 del GATT), non si pagano tariffe nel settore servizi, un comparto particolarmente forte in Gran Bretagna, ma questo non vale quando si tratta di servizi applicati a merci e beni. Per l’industria, l’agricoltura e il terziario che in buona parte serve le imprese, sarebbe il crollo. È ciò che Andrew Neil della BBC ha dovuto spiegare al candidato primo ministro conservatore Boris Johnson: non è assolutamente vero che l’articolo 24 del GATT permetterà al Regno Unito di fare affari con l’Europa sotto l’ombrello del WTO senza pagare tariffe.

Secondo la ricerca di Lovanio, ma anche secondo quella di Cambridge Econometrics commissionata dalla città di Londra, il valore della sterlina cadrà rispetto alle altre valute, come accadde subito dopo il referendum del 2016. Questo aumenterà rapidamente il costo delle materie prime e dei componenti, mentre il commercio dovrà fare i conti con le limitazioni allo scambio di beni e servizi. Vi saranno interruzioni nella catena delle consegne, al di là e al di qua del confine irlandese. Se questa linea di demarcazione, oggi non più percepibile, dovesse tornare a essere un triste check-point vi saranno costi aggiuntivi per tutti dovuti alla burocrazia e alle quote da pagare.

 

Un futuro pieno di incognite

La maggior parte del commercio da e per l’Europa sarà rallentato e, in un secondo tempo, si ridurrà a causa delle difficoltà e dei costi. Secondo Cambridge Economics, che il sindaco di Londra Sadiq Khan aveva interpellato sul quesito “crescerà la povertà nella capitale dopo l’uscita dall’Unione?”, il futuro sarà difficile. Sia nell’eventualità di una permanenza del mercato unico, sia in quello di un’uscita con poche o nessuna regola. I prezzi del cibo aumenteranno dell’8 per cento e vi saranno ottantasette mila posti di lavoro in meno.

Vi saranno pesanti contraccolpi anche nei ventisette Paesi che restano nell’Unione. Del milione e duecentomila posti in meno la ricerca di Lovanio sottolinea la generale, preoccupante distribuzione. Soffriranno anche i Paesi membri dell’Europa dell’Est, e non solo i partner commerciali storici. Dublino perderà cinquantamila e trecento occupati, il 2,6 per cento della forza lavoro attuale.

Venerdì scorso, Gertjan Vlieghe, della Banca d’Inghilterra, si è detto preoccupato “per la vulnerabilità delle famiglie di fronte a un calo degli introiti o dei posti di lavoro. Questo le coglierà di sorpresa. I lavoratori inglesi – ha aggiunto il membro del comitato monetario della Bank of England – sono già pesantemente indebitati, con bassi livelli di risparmio, e il crollo del mercato del lavoro che può portare con sé la Brexit sarà difficile da affrontare”.

È un destino in cui è coinvolta, quanto a conseguenze, l’intera Unione Europea. Nel Regno Unito c’è ancora tempo per ridare la parola ai britannici su un accordo che ha scontentato tutti, nell’Unione Europea diplomazia e negoziato hanno ancora molto spazio.