Quanti operai dovranno morire
per l’affare dei mondiali in Qatar?

Di stadi pronti il Qatar ne ha uno solo, il Khalifa International Stadium, un altro, l’Ahmed ben Ali, va ampliato, per altri sei impianti – uno, l’Al-Khor Stadium, a forma di tenda beduina – parte la corsa contro il tempo. Il Paese sarà in vetrina in tutto il mondo con i suoi stadi avveniristici (ogni grande speculazione edilizia promette sempre aree verdi e “strutture avveniristiche”), parchi e fontane zampillanti, superstrade e un aeroporto nuovi di zecca, la metropolitana, gli hotel.

Trattati come schiavi, migliaia di operai sono morti

Servono ingegneri, architetti, tanta manodopera e, tra appalti e subappalti, su cosa si risparmia? Ovvio, sul costo del lavoro, sulla sicurezza e sugli alloggiamenti degli operai, che, essendo fatti di carne e ossa se precipitano muoiono e se vengono ammassati in abituri soffocanti dopo giornate di lavoro allo stremo muoiono egualmente, di caldo o di Covid. Mettendo insieme i dati dei governi di India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, paesi d’origine dei lavoratori, si contano più di 6.500 morti, altro che poche decine come asserito (sarebbe comunque un dato già mostruoso di suo). Questa è un’ecatombe e mancano dati sugli operai provenienti da Kenya e Filippine, come hanno scritto il “Guardian” e Paolo Tomaselli sul “Corsera”.

Amnesty International, presente sul campo, ha scoperto, tra altri abusi e violenze, che a molti operai immigrati è stato sequestrato il passaporto: siamo allo schiavismo schietto, causa anche, in Qatar, di suicidi. Ce ne sarebbe quanto basta per far sorgere in Europa, negli Stati Uniti e un po’ ovunque più di un interrogativo, in nome, se non dell’umanità, della decenza e dell’opportunità politica. Oppure siamo già pronti a digerire, grazie al bel giro di milioni per tutti e alla fame di eventi, un Mondiale così sporco di sangue, al cui confronto le 12 vittime nei cantieri degli stadi di Italia 90 e le altre 12 nelle opere esterne, oltre ai 678 feriti, paiono una quisquilia?

Di sicuro non si metteranno di traverso i grandi manovratori della macchina calcistica mondiale, Fifa in testa, a meno che lo scandalo non monti a livelli insopportabili. La Fédération, ora presieduta dall’italo-svizzero Gianni Infantino, si sta distinguendo per un marmoreo silenzio, ulteriormente blindato dal recentissimo accordo di partnership con la Qatar National Bank Group.

La Fifa detiene un record di inchieste e corrotti dopo l’assegnazione dei Mondiali all’emirato del Golfo. Giusto il mese scorso il “Times” ha lapidariamente definito “una farsa” la scelta del Qatar: in base a documenti riservati in suo possesso, la Fifa avrebbe ricevuto dall’emittente Al Jazeera 780 milioni di euro. Un altro macigno, l’ennesimo sulla plausibilità del torneo delle sabbie. Quel 2 dicembre del 2010, avevano votato sicuramente per la candidatura qatariota tre Paesi mediorientali, Egitto, Turchia e Cipro (che avevano fatto blocco fin dai primi scrutini), affiancati da Thailandia, Giappone, Corea del Sud e da qualche Paese europeo e sudamericano, senza dimenticare gli Stati Uniti, diretti concorrenti nel ballottaggio finale.

Un affare per il quale volano mazzette

I motivi dell’appoggio? Follow the money. Nel giugno del 2014 si scoperchia il pentolone, l’inglese “Sunday Times”, sulla scorta delle dichiarazioni di un pentito della Fifa, spiattella un’inchiesta dettagliata, ci sono mail – scrive – che provano mazzettone qatariote per 5 milioni di dollari a esponenti Fifa per “massaggiare” il voto. Tra i beneficiari l’americano Jack Warner, vicepresidente Fifa e presidente della Concacaf (giusto un anno fa formalmente accusato dal procuratore generale del distretto Est di New York di aver intascato tangenti milionarie per votare a favore della Russia – Mondiali giocati nel 2018 – e del Qatar) e Reynald Tamari, membro dell’Oceania nell’esecutivo Fifa, pagato 350.000 dollari per opporsi alla sua sospensione, una procedura che aveva impedito al suo successore – evidentemente onesto – di votare nello scrutinio decisivo. Diabolico.

Un’inchiesta internazionale porta poi nel maggio 2015 all’arresto di sette megadirigenti Fifa: Jeffrey Webb (presidente della Federcalcio Isole Cayman), Eugenio Figueredo (Federazione Uruguay), Eduardo Li (Costa Rica), Julio Rocha (Nicaragua), Rafael Esquivel (Venezuela, membro Commissione Disciplinare Fifa: splendido), Joséu Maria Marin (ex presidente CBF, Confederação Brasileira de Futebol), Costas Takkas (ex segretario Federcalcio Isole Cayman). E con Brasile e Uruguay siamo nell’aristocrazia del calcio, accidenti, sono pezzi di storia e di fantastiche avventure sportive presi a schiaffi. Sempre nel 2015 il presidente Fifa dell’epoca, l’immarcescibile Sepp Blatter, si dimette. A proposito, sempre il “Sunday Times” nel marzo del 2019 ha sfornato altri documenti che proverebbero il pagamento di 400 milioni di dollari alla Fifa da parte del Qatar ventun giorni prima della decisione sui Mondiali.

Nello stesso anno sotto i riflettori finisce Michel Platini, ai tempi vicepresidente Fifa e presidente Uefa, interrogato come testimone per gli stessi motivi. Nei guai finisce anche Sophie Dion, consigliera allo Sport di Nicolas Sarkozy all’epoca in cui era presidente della Repubblica. E qui la faccenda diventa pesante. Lo storico settimanale “France Football” rivela che nove giorni prima della designazione del Qatar all’Eliseo si ritrovano, nella massima segretezza (massima e però insufficiente, a quanto pare), Platini, al-Thani, Sarkozy e il suo braccio destro Nicolas Guéant. Sul tavolo l’acquisto del Psg da parte dell’emiro (puntualmente accadrà nell’estate dell’anno successivo), l’aumento della participazione azionaria qatariota nel gruppo Lagardère (core business: aeronautica), la creazione del Canale BeInSports, network globale con sede a Doha, ben inserito in Francia e decollato nel 2012). Tanta generosità avrebbe avuto, secondo “France Football”, un prezzo altissimo sotto il profilo morale: il voto di Platini per il Paese del Golfo invece che per gli Stati Uniti. Chi volesse approfondire si legga “Qatar 2022: un mistero mondiale”, di Gianluca Mazzini, vicedirettore di Sport Mediaset.

Gli eroi del calcio non hanno nulla da dire?

Ora: quanto ci si dovrebbe turare il naso per non dire stop al carrozzone mondiale desertico? D’accordo, pecunia non olet, ma gli eroi del football, da Cristiano Ronaldo a Neymar, da Messi a Salah, queste icone del successo e del talento, questi idoli esemplari con centinaia di milioni di followers, avranno un pelo sullo stomaco così fitto da non sollevare almeno qualche dubbio? Eduardo Galeano, formidabile giornalista e letterato uruguagio, autore, tra tanto altro, del dolcissimo, romantico “Splendori e miserie del calcio”, in un suo prezioso libretto, intitolato “A testa in giù” ha scritto: “La scuola del mondo alla rovescia è la più democratica fra le istituzioni educative. Non richiede l’esame di ammissione, non ha costi di iscrizione e fa lezione gratuitamente a tutti e dovunque. Nel mondo alla rovescia i paesi che custodiscono la pace universale sono quelli che fabbricano più armi e quelli che ne vendono di più agli altri paesi; le banche di maggiore prestigio sono quelle che riciclano più narcodollari; le industrie di maggiore successo sono quelle che avvelenano il pianeta (…), che sterminano la maggiore quantità di natura al minore costo possibile. Il mondo alla rovescia ci insegna a subire la realtà invece di cambiarla, a dimenticare il passato invece che ascoltarlo e ad accettare il futuro invece che immaginarlo”.

Anche stavolta, davanti a uno scandalo di nitore biblico, saremo costretti a dargli ragione?

2/ FINE

 

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