Quanti Musa Juwara arrivano
ammassati sui barconi?

Musa Juwara era un profugo minore non accompagnato arrivato quindicenne in Italia su un barcone. Il 5 luglio 2020 ha segnato il gol del Bologna all’Inter in serie A. Viveva in Gambia, ora ha 19 anni. Chissà com’era la sua esistenza, con chi giocava, cosa ha potuto studiare lì, vista la gran voglia di andare a scuola e di fare partite quando è arrivato qui da rifugiato? Chissà quale è ancora la sua famiglia là e qui, quella che ha detto di voler aiutare subito dopo il gol, visto che dichiarò no parents? E chissà se su quel suo barcone c’erano altri uomini e donne di talenti utili allo sviluppo e alla cultura del nostro paese? Chissà se ci sono buoni calciatori o pallavolisti, infermieri o braccianti, studenti o medici fra i 52 profughi salvati dall’equipaggio del cargo Talia che, dopo quattro giorni disperati, non ha ancora un porto dove attraccare, chissà se intanto possiamo salvar loro la vita? Chissà se ci sono richiedenti asilo e torturati anche fra i 180 migranti per oltre dieci giorni sulla Ocean Viking e che, da poche ore, sono stati trasferiti sulla nave quarantena Moby Zazà? Chissà chi ricorda il comma 3 dell’articolo 10 della Costituzione italiana che ci imporrebbe di assisterli?

Musa Juwara

Inseguendo una freccia

Vediamo spesso sugli organi d’informazione l’itinerario di una migrazione, antica o recente, individuale o collettiva. C’è una freccia per dire il verso. C’è una linea (in genere non dritta) che inizia dove è iniziata l’emigrazione e finisce con la freccia dove si è determinata un’immigrazione. In Italia negli ultimi anni le carte sono concentrate sul mar Mediterraneo: la costa di presunta partenza, la navigazione perigliosa, un porto sicuro non sempre trovato e comunque sempre lungamente atteso, ora con la probabilità anche di lunghe quarantene. Queste mappe ci dicono davvero poco. Non parlo della filosofia del migrare, parlo proprio della vita umana contrassegnata sempre e ovunque da quel fenomeno sociale totale che è ogni migrazione.

Chi è partito chi e cosa ha lasciato? È partito da solo o con altri, altri di cui era congiunto o che comunque che conosceva, o altri ha incontrato lungo la strada proseguendo insieme? Con quale mezzo ha viaggiato e quali oggetti considerati vitali si è portato dietro? Quali cose aveva già imparato a fare bene e quali cose potrebbe ben fare altrove? Fuggiva, emigrava all’arrembaggio o aveva una destinazione in partenza? Come e in quanto tempo è arrivato sulla costa nordafricana e cosa ha subito aspettando? Ha seguito un percorso noto con tappe intermedie anche fuori rotta e si è fermato lungo quella linea, risiedendo temporaneamente e lasciando impronte da qualche parte? Ha visto altri morire intorno a sé? Gli è accaduto qualcosa di rilevante lungo il percorso, qualcuno lo ha fermato o segnalato ufficialmente, qualcuno lo ha visto e fotografato, se ne è parlato in qualche modo sui social, ha tenuto un diario, ci sono tracce non solo individuali della sua migrazione? Quali luoghi con umani ha incontrato, quanto tempo ci ha messo e quando ha creduto di essere all’arrivo? E all’arrivo conosceva qualcuno e comunque precisamente chi era, immigrato clandestino profugo richiedente asilo rifugiato apolide? O un futuro ottimo calciatore, speranza del calcio mondiale?

 

Una lunga storia di mescolanze e di incroci

Tramite il DNA antico sappiamo molto dei tanti luoghi dove gli umani e i loro discendenti sono vissuti, mescolanze e incroci esistono da decine di migliaia di anni. Però anche la linea che collega i geni e i genomi non è certo ricca di notizie sulla vita umana. La questione essenziale da affrontare e risolvere con spirito critico è come si mette una migrazione su una mappa (anche tridimensionale), come si “rappresenta” un fenomeno multiplo nei versi, nelle durate e nelle relazioni reciproche: il punto di partenza e il transito e l’arrivo, le impronte, l’entità umana (e non solo) che migra evolvendo, la specificità degli ecosistemi che co-evolvono, sincronie e diacronie, simmetrie e asimmetrie, valore né univoco né unitario di alcuni termini e concetti nel lunghissimo periodo. Un’impresa scientifica e culturale quanto mai urgente da perseguire appare la costruzione di un atlante geografico e storico globale delle migrazioni umane, in una prospettiva evoluzionistica, con una pluralità di strumenti analogici e digitali in rete (volumi, musei, mostre, itinerari, mappe e cartografie con periodizzazioni sincroniche e diacroniche di barriere e confini).

Si potrebbe partire dai gruppi umani effettivamente esistiti e seguire i loro tragitti erranti e migratori, le biforcazioni, i rientri, i cicli, gli intrecci, fin quando possibile; poi i gruppi più ampi e meticci, i popoli, le civiltà e le aggregazioni statuali. Si potrebbe partire da luoghi determinati (continenti, mari, isole, fiumi, montagne, Stati, ecc.), fissare quel punto o ecosistema: verificare arrivi, confinamenti e stratificazioni umane; migrazioni di specie e immigrazioni di gruppi umani, nella nicchia e invasive, liberi e più o meno forzati; migrazioni genetiche linguistiche culturali sociali; altri cambiamenti di quell’ecosistema.

Oppure si potrebbe partire da predefiniti periodi temporali (ere geologiche; più specie umane; solo Homo sapiens; rivoluzione agricola; epoche; secoli; anni; giorni), fissare quell’intervallo di tempo: verificare partenze e percorsi di singoli gruppi umani; migrazioni più o meno ampie (sempre in proporzione alla demografia), forzate e più o meno libere; migrazioni genetiche linguistiche culturali sociali; anche guerre e clima; diaspore ed esodi, alcune “impronte” (idriche ad esempio). E ancora andrebbero correlate altre migrazioni di particolari prodotti materiali e immateriali, manufatti e idee, co-migrazioni di specie biologiche e idee, genetiche linguistiche musicali culturali sociali commerciali letterarie; anche idee e miti, alimenti e cucine. Ora con l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia Covid-19 e dalle conseguenti limitazioni della mobilità fisica si è anche parlato di una fortissima accelerazione della “migrazione” dei flussi di dati di privati e aziende sulle piattaforme digitali.

 

Gli albori dell’Homo sapiens

È uscito a metà 2020 il volume Atlante delle migrazioni. Dalle origini dell’uomo alle nuove pandemie, scritto dalla docente universitaria Giovanna Ceccatelli (Edizioni Clichy Firenze, pagine 445 euro 18). Il bel volume non vuole essere un compendio scientifico, piuttosto soltanto un racconto divulgativo e ben orientato, una lettura della realtà che viviamo basata su delle idee, culturalmente e scientificamente strutturate, e su dei valori, cioè su una visione etica della realtà presente e della storia. Sul piano evoluzionistico correttamente l’autrice usa spesso il concetto di meticciato, nel caso della musicultura umana, della cucina e dello stesso umorismo, dell’antica Roma o del movimentato Medioevo e di un po’ tutte le città italiane, delle mescolanze nei diseguali rapporti di potere come nella schiavitù, della recente attenzione di papa Francesco. Frequenti e altrettanti significativi i riferimenti ai cognomi e ai toponimi meticci. Precisi e approfonditi sono i riferimenti ai due Global Compact recentemente attivati dall’Onu e in vigore ovunque, ben evidenziando il nesso fra diritto di restare e la libertà di migrare.

migrantiOgnuno dei cinque capitoli, pur senza grafici o tabelle, esamina una prospettiva mantenendo comunque continui riferimenti agli aspetti quantitativi e qualitativi dell’attualità e a una giustificata spietata critica agli approcci mediatici al fenomeno contemporaneo. Il primo (più breve) capitolo ricostruisce gli albori di Homo sapiens sulla terra e sottolinea come migrazioni e mescolanze siano state caratteri specifici e permanenti, dei quali vi sono impronte in ognuno di noi viventi oggi ovunque. Il secondo si concentra sugli ultimi millenni e poi sulla svolta delle scoperte e delle colonizzazioni, in particolare quelle europee del Nuovo Mondo, le Americhe e non solo. Il terzo capitolo è il più lungo e articolato: “la situazione attuale; cause ed effetti dei nuovi movimenti migratori”. Si parte ovviamente dai processi di decolonizzazione e dei migranti “di ritorno” per affrontare le dinamiche recenti dei disastri sociali e ambientali, in particolare le urgenze dei cambiamenti climatici antropici globali e i limiti degli aiuti allo sviluppo. Il quarto capitolo (“il ritorno dei muri e delle frontiere, norme di protezione e di difesa”, con il supporto della ricercatrice Stefania Tusini) ha un approccio più giuridico, dalla Dichiarazione Universale del 1948 alle claudicanti norme comunitarie; il quinto (“l’Italia del presente e quella di un possibile futuro”) più sociologico.