Quando migliaia di bambini italiani erano clandestini in Svizzera

Il (vice)premier leghista Matteo Salvini, nonché ministro dell’Interno, si dà un gran da fare nel chiudere porti e frontiere, lasciando vagare in mare (pardon, per lui sono “in crociera”…) intere famiglie di migranti con ragazzini e bimbi al seguito. Oppure ostacola esperienze di integrazione, come sta accadendo in Calabria, a Riace. Anche lui, come molti suoi fan, non sa – o non vuole saopere – che pochi decenni fa, tra gli anni Cinquanta e Novanta, un’analoga sorte è toccata ai bambini stranieri in Svizzera: soprattutto italiani, ma anche iugoslavi, spagnoli, portoghesi. È difficile sapere quanti fossero esattamente. Nel suo libro del 2012, Bambini proibiti. Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione (Il Margine Editore), Marina Frigerio parla di 15.000 minorenni clandestini in Svizzera. Altre stime ritengono che fossero il doppio. Di certo, i bimbi nascosti dai nostri lavoratori stagionali sono stati protagonisti di una brutta pagina della storia elvetica; pagina che è stata ricordata in questi giorni dalla Tv Svizzera, la rete di Stato.

Che cosa succedeva soprattutto negli anni Sessanta e Settanta? Lo statuto del lavoratore stagionale (definitivamente abolito nel 2002) permetteva di rimanere in Svizzera 9 mesi all’anno e non consentiva di cambiare domicilio o lavoro. Per molto tempo inoltre non ha previsto che un emigrante o una coppia di emigranti (marito e moglie) potessero ospitare i propri figli. Per questa ragione molti bambini figli di stagionali hanno dovuto vivere in clandestinità, nascosti nelle abitazioni dei genitori. Anche se definirle “case” è un eufemismo: stavano nascosti in baracche, scantinati, abbaini e soffitte; non potevano urlare o ridere o piangere o giocare all’aperto, perché c’era il pericolo che fossero individuati e denunciati; quando si ammalavano, era rischioso farli visitare da un medico. Una volta scoperti, dovevano andarsene, così spesso raggiungevano altri bimbi negli orfanotrofi lungo il confine italo-svizzero.

Nel reportage della trasmissione della TvS, il Quotidiano, viene proposto il racconto uno di quei “bambini proibiti”, Egidio Stigliano: nato a Nova Siri (Matera) nel 1960 e arrivato clandestinamente in Svizzera con i genitori nel 1966, condivise per 2 anni quella sorte, nascosto in un bosco del Cantone San Gallo. Grazie all’aiuto del datore di lavoro del padre, riuscì a restare nella Confederazione e ad andare a scuola. Oggi è un medico. Molti altri invece dovettero andarsene da un Paese allora inospitale, che temeva quello che veniva chiamato “l’inforestierimento”.

Questa storia riemerge anche nel romanzo della scrittrice italo-svizzera Nicoletta Bortolotti Airolo, Chiamami sottovoce, appena pubblicato da HarperCollins. Nicole, la protagonista, durante la primavera del 2009 arriva ai piedi del passo del San Gottardo ed entra nella villa di famiglia, abbandonata e quasi dimenticata, non lontana da Airolo: la Maison des roses. Vi torna da adulta dopo oltre trent’anni, perché lì aveva vissuto con i genitori, da bambina. A poco a poco, riaffiorano i ricordi dell’infanzia trascorsa in quel luogo apparentemente perfetto. Ed eccoci trasportati nel 1976. Nicole, 8 anni, ha un segreto: accanto alla sua casa vive Michele, che di anni ne ha 9 e in Svizzera non può stare. Ha superato la frontiera nascosto nel bagagliaio di una Fiat 131. Adesso vive in una soffitta e come uniche compagne ha le matite colorate con cui disegna arcobaleni sul muro. Le regole dei suoi genitori sono chiare: “Non ridere, non piangere, non fare rumore”. Eppure Nicole e Michele stringono un’amicizia fatta di passeggiate furtive nel bosco. Così dunque la scrittrice rievoca quel passato così poco noto.

In Svizzera, a dire la verità, questo tipo di memoria si coltiva molto più che in Italia, dove ormai impera la presunzione di non aver mai avuto quei problemi e di non avere mai vissuto i drammi che oggi coinvolgono tanti profughi, in fuga dalla guerra e/o dalla miseria. Sullo stesso sito della Tv svizzera si possono trovare varie testimonianze. Emerge la storia dell’immigrazione italiana del Secondo dopoguerra. Un fiume in piena senza precedenti, diretto verso la Confederazione. Nel 1970 si contavano quasi 583.000 cittadini italiani, il 54% della popolazione straniera nel Paese. Per la maggior parte si trattava di operai poco o per niente qualificati. Queste persone lasciavano un Paese che non riusciva a garantire una vita dignitosa a tutti, soprattutto nel Mezzogiorno, appena sfiorato dal miracolo economico. Dagli anni Sessanta, invece, la florida economia svizzera aveva bisogno di quelle braccia per le sue nuove infrastrutture e le sue fabbriche. Anche perché la popolazione elvetica stava invecchiando, il tasso di attività femminile era basso e i cittadini voltavano le spalle ai lavori manuali (e non solo ai più pesanti), preferendo, ad esempio, impieghi in banche o assicurazioni. Guarda caso, un rifiuto analogo oggi capita in Italia.

L’arrivo degli italiani e di immigrati provenienti da altri Paesi spinse il governo svizzero a varare un sistema di permessi di dimora (per gli stagionali, in particolare), studiato per regolare l’afflusso di manodopera in funzione delle esigenze del mercato del lavoro. Quella presenza massiccia di lavoratori immigrati diventò rapidamente anche una questione politica: in seguito alla tensioni xenofobe, varie iniziative politichei furono dedicate alla “sovrappopolazione straniera”, in particolare quelle presentate dal parlamentare del Fronte Nazionale James Schwarzenbach.

Ovviamente, tra gli stranieri immigrati i bersagli “privilegiati” erano gli italiani, che dovevano accontentarsi di una vita precaria. Molti abitavano in baracche. Subirono inoltre altre umiliazioni, come le famigerate e rudi visite mediche alla frontiera. E pagarono anche un pesante contributo in vite umane. Per esempio, nel 2015 in Svizzera è stato celebrato il 50º anniversario della strage nel cantiere della diga di Mattmark (Vallese): il 30 agosto 1965, a causa di una frana, morirono 56 nostri operai, su un totale di 88 vittime.

La Tv svizzera ricorda che “oggi si fatica a quantificare lo shock culturale provocato a quel tempo dagli immigrati italiani. A causa delle differenze linguistiche e di stile di vita, si creerà un abisso fra gli autoctoni e questa popolazione a maggioranza maschile, rurale e celibe”. Così dilagò una “ordinario razzismo” per le strade delle città e dei paesi elvetici, nelle scuola, con molte proteste nei confronti degli italiani “dal coltello facile”.

L’immigrazione tricolore man mano diminuì. Migliaia di lavoratori rientrarono in patria, soprattutto dopo la recessione del 1974. Si legge ora sul sito della rete televisiva di Stato svizzera: “Quelli rimasti hanno raggiunto un grado di integrazione considerato ancor oggi un modello. Gli italiani ormai sono ‘parte dell’arredamento’? Alcuni vi diranno anche che si sentono più svizzeri degli svizzeri. La comunità italiana ha anche un’influenza profonda sulla società elvetica, in termini di stili di vita, culturali e, naturalmente, gastronomici. Migliaia di matrimoni misti hanno avvicinato altrettante famiglie svizzere e italiane, che continuano tutt’oggi a influenzarsi a vicenda. I figli degli immigrati siedono al Parlamento svizzero. Alcuni sono volti noti della televisione”. Poi: “La relazione tra gli italiani e gli svizzeri, iniziata come quella di una coppia formatasi solo per interessi economici, assomiglia oggi ad una vera e propria storia d’amore. L’immigrazione italiana è anche un esempio formidabile di integrazione, che testimonia la capacità di accogliere – o addirittura di aprirsi – della Svizzera, al di là degli accesi dibattiti sull’accoglienza dei rifugiati, o sul freno all’immigrazione deciso dal popolo nel febbraio del 2014. Altri gruppi di stranieri percorrono la via tracciata dagli italiani. Solamente pochi anni fa i kosovari avevano ancora la reputazione poco lusinghiera di attaccabrighe con il coltello (guarda un po’, anche loro!). Oggi, sono piuttosto le loro storie di successo ad attirare l’attenzione”.

È una storia tragica, che riguarda i nostri padri e i nostri nonni. Il finale è decoroso. Però, nella sua fase più terribile, sembra davvero la fotocopia di quello che oggi accade nel nostro Paese, invettive nazionalpopuliste incluse. Anzi, in questi ultimi tempi noi italiani trattiamo i migranti peggio di quanto gli svizzeri trattassero noi 50 anni fa. E chi ci governa fa tutto il possibile per affievolire la nostra già fragile memoria, incoraggiando contemporaneamente i pregiudizi contro coloro in cui non vogliamo riconoscerci.