Quando Marx manifestò contro le chiusure domenicali

Nella decadente politica italiana vengono citati (molto a sproposito) nientemeno che Marx e Lenin, che entrano così nella disputa quotidiana come non accadeva da tempi ormai lontani. A scomodare Marx è l’area gialloverde, molto attiva nel fronte televisivo, che giustifica proprio con il rinvio all’autore del Capitale l’assalto governativo ai “templi del capitale”. La chiusura domenicale dei negozi sarebbe una misura rivoluzionaria che segue il percorso teorico di Gramsci e di Marx, scavalcandoli persino a sinistra.

 Diceva Croce che la carta è tollerante e su di essa la penna può scrivere ogni cosa, anche con una qualche approssimazione filologica. Sui centri commerciali si può avere una valutazione critica, sino a invocarne d’imperio la chiusura domenicale come misura simbolica per combattere lo sfruttamento, ma non è consigliabile chiamare in soccorso Marx per fondare questa battaglia ideologica. Sulla apertura dei negozi nei giorni festivi, Marx ha scritto infatti delle cose del tutto pragmatiche che non vanno in alcun modo in una direzione come quella indicata dal mondo gialloverde.

Quando il governo di sua maestà nel 1855 presentò ai comuni una misura che proibiva il commercio domenicale, ad Hyde Park per alcuni giorni di giugno, al sabato pomeriggio, si tennero imponenti dimostrazioni popolari. Ad una di esse partecipò anche Marx che fu sul punto di essere arrestato dalla polizia, intervenuta in gran numero per disperdere la folla. Commentando quella “manifestazione di massa” con la presenza di almeno 200 mila persone, Marx scrisse che si era trattato di un evento dal “carattere proprio rivoluzionario”. Per tre ore risuonò nel parco del re “una babilonia di tutti i suoni di derisione, di provocazione o semplicemente sgradevoli, di cui nessuna lingua è così ricca come quella inglese”. Un “miscuglio di ira e humor” contro il potere e i ricchi, che emise “una musica atta a render furenti gli uomini e a far parlare le pietre”.

Allora la disputa era tra parlamento, chiesa e grande capitale da una parte, e piccoli bottegai e operai dall’altra. Ricordava Marx che “i piccoli commercianti tengono aperto di domenica e i grandi magazzini sono ben disposti a sbarazzarsi per vie parlamentari della concorrenza domenicale dei piccoli bottegai”. L’obbligo della chiusura dei negozi trovò una profonda resistenza dei cartisti, del ceto medio e soprattutto degli operai che affrontarono le guardie, “brandirono bastoni contro le carrozze” dei ricchi, accolti con “un concerto diabolico di grugniti, sibili, fischi, strida, ringhi, brontolii, guaiti, strilli, gemiti, sferragliamenti, squittii e stridor di denti”.

Un ricco parlamentare, dinanzi alla massa in rivolta, “perse la pazienza e fece, come Mefistofele, un gesto indecente: mostrò la lingua al nemico”. Le dure proteste di piazza intimorirono gli aristocratici e costrinsero il governo a ritirare il provvedimento per lo spavento immenso provocato nelle stanze dei poteri da una “manifestazione aparlamentare, extraparlamentare e antiparlamentare”.

Marx, che non era pauperista o ostile al consumo, come suppone l’area governativa, scriveva: “i santi del cristianesimo classico mortificavano il loro corpo per la salvezza delle anime della massa; i colti santi moderni mortificano il corpo della massa per la salvezza della propria anima”. Il suo assenso all’apertura dei negozi non poggiava su argomenti metafisici, ma sul fatto molto concreto, che così spiegava: “la classe operaia riceve il suo salario il sabato sera; perciò il commercio domenicale esiste soltanto per essa. Solo essa è costretta a fare le sue piccole compere di domenica”. Altri tempi.

Anche la citazione di Lenin fatta da Marco Minniti conta sulla tolleranza della carta e accosta il modello di partito di Salvini a quello di Lenin. La ragione dell’affinità sarebbe che “Salvini è un capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai voce contraria, non esiste il dissenso”. Lenin era così poco “capo” che si trovava spesso in minoranza.

Dopo due congressi straordinari, ripetute votazioni nel comitato centrale, persino il suo ordine di insurrezione per l’Ottobre vide la resistenza di autorevoli dirigenti bolscevichi. Alcuni della vecchia guardia, da “crumiri”, scrissero addirittura sui giornali borghesi, alla vigilia della presa delle armi, della loro contrarietà rispetto alle avventate mosse di un Lenin ritenuto impazzito. Gli articoli del capo bolscevico erano talvolta pubblicati sulla Pravda accompagnati con una nota redazionale di dissenso rispetto alle tesi ardite dell’autore, considerato dai suoi compagni d’arme come una testa calda.

Anche dopo la conquista del potere le cose andarono così per il “capo” che doveva faticare molto per far passare le decisioni più rilevanti sulla guerra e la pace, il ruolo del sindacato, le politiche economiche. Spesso veniva interrotto dagli avversari interni mentre teneva un discorso. Al Marx biondo inventato dai sostenitori del governo per chiudere i negozi risponde il Lenin capellone immaginato dall’opposizione per coltivare il rimpianto del capo. Un errore filologico e una leggerezza politica nel tempo della volontà di potenza di un tale che si fa chiamare “il capitano” e va alla ricerca di un contatto mistico con le plebi promettendo la caccia al nero.

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