Il giorno che un cavallo azzurro
entrò in manicomio a liberare i matti

Quarant’anni fa, alla fine di agosto, moriva Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che liberò i matti, mostrando poco alla volta come si sarebbe potuto fare per restituire giustizia a chi le norme, anche antiche, il senso comune, una rassegnata consuetudine, persino la cultura accademica avevano confinato tra le mura di uno spietato carcere a vita. Alla chiusura dei manicomi si giunse grazie alla legge180, approvata nel 1978, nei giorni del rapimento e della morte di Aldo Moro e appena prima che venisse riconosciuto anche in Italia il diritto all’aborto. Furono due voti che chiusero un ventennio di riforme. Grandi riforme, dal divorzio al servizio militare, dall’obiezione di coscienza allo statuto dei lavoratori, all’ordinamento regionale. Poi più niente. Poi ci fu Craxi e dopo Craxi arrivò Berlusconi. Alcuni parlamentari di Forza Italia proposero modifiche, soprattutto pretendendo che la durata del tso, cioè del trattamento sanitario obbligatorio, si potesse allungare a discrezione di un medico, mortificando quelle misure e quei limiti fissati dalla Costituzione a tutela del cittadino. Ci tentarono più volte, senza successo, anche solo per la sequenza di crisi di governo e per l’interruzione delle legislature. Sulla 180 provò ad allungare le mani pure Salvini, in nome della sicurezza, ripristinando l’idea che malattia mentale e pericolosità sociale andassero a braccetto come sosteneva una legge di un secolo fa, 1904, la prima nello stato unitario che regolamentasse in modo organico la materia psichiatrica.

Franco Basaglia

Con quei regolamenti dovette fare i conti Franco Basaglia quando per la prima volta entrò in un manicomio. Era il 1961. Basaglia aveva trentasette anni, una laurea in medicina e chirurgia (a Padova), una specializzazione in malattie nervose e mentali, un lungo apprendistato clinico (sempre a Padova), molte letture, letture spesso assai lontane dagli interessi specifici di uno psichiatra tradizionale, dalla fenomenologia di Heidegger all’esistenzialismo di Sartre, tanto è vero che era diventato per tutti, colleghi e professori, “il filosofo”.  Per cultura, per sensibilità, per rifiuto di una pratica che faceva della psichiatria una sorta di casellario giudiziario piuttosto che una ipotesi di cura, lasciò l’università e scelse il manicomio, quello di Gorizia, per un posto di direttore. Ricorderà che entrando negli stanzoni spogli e sudici di Gorizia era stato aggredito dalla stessa puzza che aveva provato nel carcere di Venezia, dove era stato rinchiuso nell’autunno del 1944, la città in mano ai nazisti, per la sua attività di antifascista, arrestato con alcuni amici per colpa di un delatore e liberato alla fine della guerra. Comincerà, nella reazione a quell’obbrobrio, a quelle scene di desolazione, a quelle pratiche di segregazione, quando la contenzione era la comoda abitudine per “curare” i malati (“E mi no firmo”, risponderà Basaglia all’ispettore capo del manicomio che gli presentava, come doveva accedere ogni sera, l’elenco dei pazienti da legare), una “lunga marcia nelle istituzioni”. Gorizia, Colorno, Trieste e, infine, per breve tempo il Lazio: una lunga marcia che condurrà alla riforma più radicale mai realizzata in Italia, una rivoluzione inseguita passo dopo passo, che ci viene di nuovo narrata in modi particolari da colui tra i più giovani psichiatri vicini a Basaglia ai tempi di Trieste, cioè negli anni settanta, Peppe Dell’Acqua, in un libro, che nasce da un’azione teatrale, da un dialogo in palcoscenico con Massimo Cirri, psicologo, scrittore, autore radiofonico, per la regia di Erika Rossi, e da un’idea di Franco Però, direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Dopo decine di repliche in tante città d’Italia, ecco “(tra parentesi). La vera storia di un’impensabile liberazione” (edizioni Alphabeta Verlag, pagine 144, euro 12). “tra parentesi” perché la storia è quella di un ventennio o quasi durante il quale la malattia mentale, quella codificata e classificata da molta parte della psichiatria tradizionale, quella delle porte chiuse, della camicia di forza, delle gabbie, della libertà negata, del “fine pena mai”,   veniva messa “tra parentesi” per restituire dignità ai pazienti psichiatrici reclusi, dimenticati, privati della loro identità.

Un anno importante

Dell’Acqua cita un anno importante, il 1968: “Devo dire che in quel momento per me – salernitano, fuorisede a Napoli, iscritto alla facoltà di medicina – Basaglia era lontano, lontanissimo. Gli echi di Gorizia cominciavano però a giungere nelle assemblee generali del Movimento… Era nelle assemblee che quelli più vecchi di noi, gli assistenti universitari, ci raccontavano qualcosa. Per esempio dei manicomi come punti di coagulo del rapporto tra medicina e potere e tra tecnica e potere, luoghi di controllo sociale, luoghi di internamento e di esclusione, creati al fine di contrastare la presunta pericolosità sociale dei malati di mente e garantire la tranquillità e la difesa della comunità…”. In tv era stato trasmesso “I giardini di Abele”, il reportage di Sergio Zavoli che “scopriva” la realtà di Gorizia e documentava il lavoro di Basaglia.

Peppe Dell’Acqua decide allora di frequentare l’internato nella clinica delle malattie nervose e mentali. Esperienza traumatica come possono essere i primi incontri con le condizioni materiali di vita e con lo stato d’abbandono di pazienti manicomiali, esperienza che lo sospinge al Nord, per conoscere, e non solo per sentito dire, quanto sta avvenendo. Così si ritrova a Trieste, quando comincia la nuova avventura di Basaglia (chiamato a dirigere il manicomio dal nuovo presidente della provincia, Michele Zanetti, trentuno anni, democristiano).

A Trieste, al San Giovanni (che “conteneva” ancora un migliaio di pazienti) la sfida avviata a Gorizia, dove s’erano abbattute porte e divelto inferriate, si misura con un nuovo obbiettivo: la chiusura del manicomio… Ci si arriverà intanto proprio a Trieste, dopo aver accompagnato verso situazioni di normalità molti pazienti, dopo che fu costruita una rete d’assistenza e di convivenza, prima comunque che una commissione parlamentare guidata dal senatore Bruno Orsini, democristiano, varasse la 180 (che verrà peraltro definitivamente attuata vent’anni dopo, quando Rosi Bindi, allora ministro della sanità, obbligò le Regioni a chiudere gli ultimi ospedali psichiatrici, lasciando comunque in piedi fino a pochi anni fa gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari).

Trieste e la 180 rappresentarono un ribaltamento: si poteva cancellare una “istituzione totale”, nata nella Francia di fine Settecento, si potevano sottrarre i malati di mente ad una esistenza umiliante, cavie di una reclusione senza traguardi. Si poteva infine rispettare quanto la Costituzione aveva stabilito: che nessuno può essere però obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, ma che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana (così l’articolo 32, voluto da Aldo Moro, allora giovanissimo costituente). Diceva Basaglia: abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Come?

Vincere paure e diffidenze

Peppe Dell’Acqua

Basaglia, entrando a Gorizia, muovendosi tra quelle rovine materiali e morali, provò la solitudine e capì che avrebbe avuto bisogno di tanti alleati. Il primo fu Antonio Slavich, neolaureato senza esperienza alla prova d’esordio in quella terra di confine (il confine della ex Jugoslavia). Gli altri Basaglia li conquistò strada facendo: giovani medici, politici come Michele Zanetti, quanti lavoravano nei reparti, i malati stessi che poco alla volta riacquistarono una loro individualità, una loro volontà, la capacità di partecipare e condividere (le assemblee furono l’occasione aperta a tutti di discutere, di confrontarsi, di demolire le barriere tra medico e paziente), i fotografi che non avevano mai documentato quelle realtà e le mostrarono agli italiani, gli intellettuali che potevano attraversare quei mondi mai esplorati, gli artisti che impararono a esibirsi dentro quelle mura, e, soprattutto a Trieste, i cittadini di Trieste. Aprire il manicomio fu vincere le paure, le diffidenze, i pregiudizi di chi stava fuori.

La festa delle castagne fu un pretesto perché gli abitanti delle case vicine potessero entrare e sperimentassero che in fondo i matti non erano poi così diversi, soprattutto non erano più cattivi o pericolosi di qualsiasi altro loro concittadino. Quando Marco Cavallo, il quadrupede azzurro di cartapesta e legno (lo abbiamo visto anche a Milano, all’Expo), creato da un’artista come Vittorio Basaglia (cugino di Franco) lavorando con i matti, varca i cancelli del San Giovanni, seguito da un corteo di degenti, di medici, di infermieri, raccogliendo attorno a sé via via centinaia di persone, ecco che i problemi, le aspirazioni, i dolori di “dentro” incrociano i problemi, le aspirazioni, i dolori di “fuori”. Una questione di solidarietà… Basaglia e i matti lo capiscono e così vincono la loro battaglia, una vittoria che nasce da un riformismo operoso, in un momento della nostra storia, a ridosso e oltre il nostro Sessantotto, quando l’orizzonte dei diritti è più vivo che mai. A suo modo, Basaglia ci propone una lezione di politica. Mi viene in mente una frase di don Milani: “Bisogna fare per non subire e bisogna farlo con gli altri”.