Quando Macaluso arrivò da noi all’Unità
diventò em.ma e ci conquistò col sorriso

Per la morte di Emanuele Macaluso ho ricevuto messaggi di solidarietà e di condoglianze anche io. Forse perché sono stato suo redattore capo, forse per l’amicizia da sempre, fino all’ultimo istante. In verità “em.ma” è stato un fratello, un padre per tutti noi che abbiamo lavorato all’Unità a Roma, in via dei Taurini, a Milano, in viale Fulvio Testi e nelle altre sedi del giornale.
Abbiamo pianto, un magone ci ha serrato la gola. Per ore, tante immagini di questa lunga storia hanno affollato la nostra mente.
Ricordo che Macaluso venne a l’Unità in un periodo burrascoso: si erano appena dimessi il direttore Claudio Petruccioli e il suo vice Marcello Del Bosco, per il caso Maresca. Qualcuno forse lo ricorderà: pubblicammo in prima pagina dei documenti falsi che provavano la trattativa tra le Br, la Dc e la camorra per la liberazione di Ciro Cirillo, un esponente dc rapirto dai terroristi. Fu un terremoto per il giornale fondato da Antonio Gramsci. L’Unità rimase senza direzione per più di un mese, la guida fu affidata al redattore capo che era chi scrive. Il Pci ritardava la sostituzione. Si formò un comitato con il proposito di suggerire al partito un direttore di polso, per reagire all’ovvio sbandamento della redazione. Ne facevano parte alcune firme prestigiose del giornale: Giuseppe Boffa, Enzo Roggi, Fausto Ibba, Candiano Falaschi.

Ci furono incontri con Natta. Che poi riferì a Berlinguer. Il nome che venne suggerito dai rappresentanti della redazione, fu quello di Aldo Tortorella, che aveva già diretto l’Unità a Genova, Milano e Roma. Un ottimo direttore.
Venne il giorno della convocazione del Comitato centrale del Pci che doveva ratificare la nomina. Berlinguer propose subito Tortorella, poi, visti in malumori dell’ala destra del partito, in seconda battuta puntò su Emanuele Macaluso, che riscosse il consenso unanime.

Al lavoro

Il giorno dopo Emanuele era già al giornale, al lavoro. Con Romano Ledda che diventò il suo vice. Dalle prime mosse si rilevò un direttore nato e fugò i dubbi e le perplessità che serpeggiavano in redazione. Cadde ogni remora. Non aveva bisogno di imparare. Sapeva già tutto. E cominciò a dirigere, mai a imporre. Sempre a voce bassa, con il sorriso. Conquistò la redazione in pochi giorni.

Accettò i consigli sul rinnovamento del giornale: la seconda pagina dedicata alle inchieste, alle opinioni, con un fumetto, poi pagine tematiche sull’ agricoltura, sulle pensioni, lo spazio per i colloqui con i lettori. Gli proposi di dedicarmi a questo nuovo lavoro, lasciai l’ufficio del redattore capo e passai il testimone a Renzo Foa, mantenendo il compito, eventualmente, di coordinare le edizioni speciali e le iniziative editoriali. Emanuele accettò tutto. Non disse mai no alle mie proposte. Si creò una sintonia che non è mai venuta meno. Anche con Ledda accadde la stessa cosa.
Ricordo ancora la telefonata per proporgli il titolo ECCOCI, in occasione della manifestazione dei lavoratori per la difesa della scala mobile sui salari. Macaluso era a Botteghe Oscure, a colloquio con qualcuno. Rispose subito “sì”, senza esitazione. Gli lessi anche l’occhiello “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, suggerito da Eugenio Manca che con Luisa Melograni mi aveva seguito nel gruppo delle iniziative speciali. Luisa leggeva in anteprima e “passava” i corsivi di “em.ma” in tipografia: “Ho pianto come una bambina…Se ne è andato un nostro fratello”, ha mormorato al telefono quando le ho comunicato la ferale notizia.

Il rilancio del giornale

Con Macaluso direttore l’Unità riprese quota, più copie nelle edicole, più iniziative come libri, fascicoli, allegati al giornale. Un giorno mi chiamò nella sua stanza per dirmi di proporre a Sergio Staino di collaborare stabilmente con il giornale, un fumetto al giorno e una intera pagina la domenica. Quando gli dissi la proposta di Macaluso, Staino non voleva crederci. Subito rifiutò, per timore di essere censurato, di creare un tale sconquasso nel gruppo dirigente del partito, “Con le autocritiche di Bobo, durerei pochi giorni…”, mi disse. Fu Bruna, sua moglie, che gli suggerì: “Accetta, mettiamoli alla prova”. E “Bobo” sfondò. E arrivò anche “Tango”, il settimanale satirico allegato al giornale del lunedì. Fu un successo.

E Staino si convinse a raccontare a fumetti anche il funerale di Berlinguer. Quelle tavole – che oggi sono riprodotte nel libro “Quel signore di Scandicci” – commossero, senza suscitare scandalo. In quei giorni seguimmo l’agonia di Berlinguer con trepidazione. Facemmo diverse edizioni straordinarie, cui diedero impulso sia Macaluso che Ledda.
Fu Emanuele, a un anno dalla morte di Berlinguer, del segretario comunista più amato da TUTTI (ripeto un titolo che facemmo dopo il funerale), che mi incitò a preparare un libro che raccolse molte testimonianze. Aveva una copertina rossa, una foto del viso di Berlinguer, quasi una fototessera con gli angoli coperti, come se fosse appiccicata, e un titolo semplice “Enrico Berlinguer”. Lo preparammo con Luisa Melograni, Eugenio Manca, Ugo Baduel, Rocco Di Blasi. Uscì di domenica, con il giornale, costava diecimila lire. Una tiratura di 800 mila copie. Esaurita. Macaluso amava molto Berlinguer. Aveva lavorato al suo fianco.
Nel centenario del Pci Emanuele avrebbe sicuramente rivendicato di essere comunista italiano, avrebbe ricordato delle lotte dei lavoratori, del passato di sindacalista, della sua Sicilia. Avrebbe detto la sua in questo periodo confuso del nostro Paese.
Purtroppo non ha fatto in tempo.

 

I funerali di Emanuele Macaluso si svolgeranno oggi, giovedì 21 gennaio, alle ore 10.30, nel piazzale antistante l’ingresso della sede nazionale della Cgil a Roma, Corso d’Italia 25. Interverranno Maurizio Landini, Marcelle Padovani, Giuseppe Provenzano, Aldo Tortorella.

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