L’Europa abbandonò la scienza e perse l’egemonia. Un libro di Pietro Greco

Il 30 gennaio del 1933 Adolf Hitler ottiene la carica di cancelliere del Reich. Ma il vento antisemita spirava già da tempo, tanto che tra il 1925 e il 1933 ben 69.000 ebrei vanno via dalla Germania. Tra questi c’è Albert Einstein che nel dicembre del 1932 lascia Berlino per trasferirsi a Princeton negli Stati Uniti. Dichiarerà successivamente di aver scoperto il suo essere ebreo solo dopo gli attacchi nazisti.
Einstein all’epoca è già molto famoso, conosciuto in tutto il mondo anche dai non esperti come il più grande fisico vivente. Ha già rivoluzionato il modo di vedere il mondo facendo nascere una nuova fisica: quella della relatività. Paul Langevin, fisico francese, commenta così il suo trasferimento: “Questo è un avvenimento grande, come lo sarebbe il trasferimento del Vaticano da Roma nel nuovo mondo. Il papa della fisica trasloca, gli Stati Uniti diventeranno il centro della scienza”. Parole che si riveleranno profetiche.


L’episodio viene ricordato da Pietro Greco nel suo nuovo libro (La scienza e l’Europa. Il primo Novecento, L’Asino d’oro editore, pp. 330, euro 18,00) come paradigmatico del cambiamento radicale che il rapporto tra l’Europa e la scienza ha subito nella prima parte del Novecento. Un rapporto che dal Seicento in poi era privilegiato e che rimane tale lungo tutto l’Ottocento, ad un certo punto di rompe. L’asse della ricerca scientifica si sposta oltreoceano. Gli Stati Uniti diventano il Paese guida della scienza e dell’innovazione.
Come è avvenuto questo cambiamento radicale? La tesi di Greco è che il vecchio continente – e in particolare la Germania – non ha saputo governare la modernità che esso stesso ha prodotto e ha rotto così il suo rapporto privilegiato con la scienza. Perdendo, di conseguenza, la sua egemonia nel mondo.


L’antisemitismo nazista certo è stato un driver fondamentale di questo fenomeno, molti scienziati andati via dalla Germania erano ebrei scappati dalle persecuzioni. Ma per comprendere meglio la storia bisogna partire da qualche anno prima. E il libro di Greco parte infatti dalla fine dell’Ottocento quando la Germania è all’apice del processo di sviluppo della scienza e dell’innovazione tecnologica, ma anche immersa in una profonda crisi che molti storici vedono come il “brodo di coltura” in cui è nato il nazismo. Si passa poi ai primi anni del nuovo secolo e al racconto della grande crisi culturale, artistica, filosofica dell’Europa: cambia il modo di guardare al mondo e a noi esseri umani. E’ il tempo di Picasso, di Joyce, di Freud. Ma è anche un tempo di enorme creatività scientifica. Anni in cui nasce una nuova fisica, dalla relatività alla meccanica quantistica, la matematica rivede i suoi fondamenti, la biologia viene sconvolta dalla genetica e da un modo diverso di guardare all’evoluzione. I vecchi equilibri sociali non reggono più all’impatto delle novità.


La grande guerra metterà poi definitivamente fine al ciclo di “spensierata fiducia” e aprirà un periodo di disgusto per la ragione illuministica. Non c’è contraddizione, dice Greco: la crisi di rigetto dell’Europa si manifesta proprio perché “la ragione illuministica raggiunge i suoi massimi successi e ribalta completamente la visione che l’uomo europeo ha del mondo e di se stesso. Il continente non regge a questo cambiamento, non accetta la modernità e reagisce”. La reazione sarà catastrofica. Si apre un lungo periodo di guerra civile nel vecchio continente che va dal 1914 al 1945, gli anni di due drammatiche guerre. Anche nelle due guerre mondiali il ruolo della scienza sarà fondamentale. La prima infatti fu caratterizzata dagli attacchi chimici (i gas come fosgene e yprite usati in battaglia causarono moltissime vittime), l’altra da innovazioni che svolsero un ruolo decisivo non solo durante il conflitto, ma anche negli anni successivi: il radar, il computer, la bomba atomica, gli antibiotici.

Anche la Germania – racconta Greco – aveva a disposizione le conoscenze e le idee per lo sviluppo di queste innovazioni, ma non ci ha creduto fino in fondo, interrompendo gli investimenti in ricerca e condannandosi anche per questo alla sconfitta.
Il periodo si chiuderà con la sconfitta del nazifascimo e degli anti-illuministi. Ma in pochi anni Hitler con il suo “antimodernismo reazionario”, con le leggi razziali e il controllo politico delle istituzioni di ricerca ha inibito l’enorme potenziale di creatività scientifica della Germania e quindi dell’Europa che perderanno così la loro leadership.