Quando l’economia andò alla guerra

auto, fusioneNel periodo 1923-1939 lo sviluppo industriale riguardò soprattutto alcuni settori, come l’industria elettrica, quella siderurgica, quella automobilistica, quelle chimiche e poche altre. In generale lo sviluppo riguardò le grandi industrie e si collegò al processo di concentrazione delle imprese. Il processo di modernizzazione, che indubbiamente ci fu durante il fascismo, si accompagnò dunque ad una notevole accentuazione degli squilibri sia settoriali che territoriali. Questi ultimi in particolare si aggravarono, soprattutto per quanto riguarda il contrasto tra il Nord e il Sud. Inoltre nel campo agricolo, non solo fallì la politica di “ruralizzazione” ed ebbe risultati parziali il progetto di “bonifica integrale”, ma anche la “battaglia del grano” ebbe risultati diversi nel Nord (dove si accrebbe la resa per ettaro) e nel Sud (dove si estese invece la superficie coltivata a frumento); senza contare che la battaglia stessa, attuata in un periodo di diminuzione mondiale dei prezzi delle derrate e del grano in particolare, ebbe effetti negativi sul valore reale complessivo della produzione agricola.

Negli anni tra il 1934 e il 1939, le spese per il riarmo (peraltro riassorbite in gran parte dalla guerra d’Etiopia e dall’intervento in Spagna, quelle per l’organizzazione delle colonie e per le attrezzature costruite in AOI (1) e in Libia, la svalutazione della lira del 1936 e la linea moderatamente inflazionistica che ne seguì, la stessa politica autarchica determinarono una ripresa degli affari, uno sviluppo di alcune attività industriali, una lieve diminuzione della disoccupazione e un aumento dei salari nominali. Ma la politica autarchica e vincolistica provocò anche un accrescimento artificioso di produzioni poco convenienti per i loro costi eccessivi. In sostanza già si delineavano ormai alcune caratteristiche dell’economia di guerra.

Il bilancio dello Stato, i cui disavanzi erano già aumentati sensibilmente nel quadriennio 1935-1939, variò nel quadriennio dal 1° luglio 1939 al 30 giugno 1943 passando da un disavanzo di 29,4 miliardi di lire correnti per il 1939-40 a uno di 109,8 nel 1942-43. Se si distinguono le spese normali da quelle eccezionali (determinate in un modo o nell’altro dalla guerra), si rileva che le prime ammontarono complessivamente a 168 miliardi e 700 milioni e le seconde a 280 miliardi e 700 milioni in tutto il quadriennio. Per fronteggiare l’aumento enorme delle spese il governo dovette ricorrere principalmente ai debiti e all’inflazione monetaria; tuttavia, esso tentò anche di ricorrere all’aumento della pressione fiscale, ma, come già era avvenuto durante la prima guerra mondiale, con scarsissimo successo, a causa sia del carattere vecchio e complicato del sistema tributario italiano, sia della tendenza inveterata a favorire con vari espedienti i ceti abbienti nell’esazione delle imposte e nel perseguimento degli evasori, sia della difficoltà di accrescere il gettito delle imposte sui consumi, data la diminuzione generale dei consumi stessi determinata dallo stato di guerra.

Un’importanza molto maggiore per il finanziamento della guerra ebbero invece l’indebitamento dello Stato e l’inflazione. L’aumento del debito pubblico tra il febbraio ’40 e il giugno ’43 avvenne principalmente attraverso sei emissioni di Buoni del Tesoro novennali, che furono acquistati fino al ’42 in misura notevole da un pubblico abbastanza vasto di risparmiatori e di operatori economici, oltre che dalle banche e dagli enti pubblici, e servirono allo Stato per rastrellare in parte la carta moneta emessa per pagare le spese eccezionali. Questa era l’intenzione del ministro delle finanze Revel, che sperava di porre con queste emissioni di buoni un freno all’inflazione più efficace di quello che effettivamente fu posto. Ma questa speranza poteva realizzarsi soltanto “se si fossero verificate due condizioni fondamentali: il blocco effettivo dei prezzi e l’assenza della speculazione borsistica, del rialzo incontrollabile dei titoli azionari, che avrebbe stornato il risparmio dai titoli pubblici” (2). Ma il regime fascista non fu in grado di realizzare nessuna delle due condizioni, sia per difficoltà oggettive molto difficilmente sormontabili sia per la sua intima debolezza. Lo stato di guerra stimolando l’attività di molte industrie provocò un aumento generale dei profitti, sicché nelle Borse, pur con alti e bassi determinati dalla ripercussione delle vicende belliche e da ondate speculative, si verificò una forte tendenza al rialzo dei titoli azionari, che fecero concorrenza ai titoli di Stato nella raccolta del risparmio. Nel frattempo diminuì la fiducia nei titoli di Stato da parte dei medi e piccoli risparmiatori. Cominciò quindi a delinearsi un contrasto abbastanza evidente tra gli interessi dell’alta borghesia e quelli della borghesia piccola e media, cioè ad incrinarsi il blocco sociale che fino a quel momento aveva sostenuto il fascismo. Inoltre si accentuò la corsa dei ceti abbienti all’acquisto di beni rifugio: case, terreni, oro e oggetti preziosi, opere d’arte etc.

Il debito pubblico complessivo nei due quadrienni compresi tra il 1° luglio 1935 e il 30 giugno 1943 passò da 40,5 a 235,3 miliardi di lire correnti.

La politica autarchica, che implicò la riduzione forzata delle importazioni, aveva già provocato nel ’38 e nel ’39 una sensibile diminuzione delle materie prime disponibili per le industrie e di parecchi prodotti di largo consumo, che divennero rarissimi, come il caffè, o comunque molto costosi. Questo carenze si aggravarono in misura crescente durante la guerra, soprattutto a causa del blocco navale e della necessità di provvedere ai rifornimenti delle forze armate. La penuria di prodotti di ogni genere e l’inflazione divenuta galoppante tra il ’41 e il ’43, determinarono un generale aumento dei prezzi.

La diffusione del mercato nero dei prodotti alimentari avrebbe dovuto in teoria essere impedita o almeno molto limitata dal sistema degli ammassi obbligatori, introdotto per il grano fin dal 1936 e affidato nel ’38 alla Federazione italiana dei consorzi agrari, poi esteso ad altri prodotti, come la canapa, la lana, l’olio, i legumi, il riso ecc. Ma durante la guerra le norme relative agli ammassi furono via via sempre più frequentemente violate dai produttori, sicché nel corso del ’41 e più ancora del ’42 e del ’43 il ridotto conferimento delle derrate agli ammassi assunse grandi proporzioni, soprattutto nelle province meridionali e divenne quasi totale il mancato conferimento in Sicilia. Questo fatto, dovuto alla cattiva organizzazione dei controlli amministrativi, e la riduzione complessiva della produzione agricola provocata dalla guerra (scarsezza di fertilizzanti, mancanza di carburante per le macchine agricole ecc.) resero molto difficile l’approvvigionamento delle città e favorirono quindi lo sviluppo del mercato nero.

Nel complesso la diminuzione dei salari reali, verificatasi in Italia già negli anni della crisi della rivalutazione tra il 1925 e il 1928 (3) e della crisi economica mondiale, non compensata dalla ripresa economica successiva al ’35, si aggravò grandemente durante la guerra. Di conseguenza si accentuò la tendenza alla diminuzione dei consumi della classe operaia e delle masse contadine, a cui si aggiunse quella di gran parte della piccola borghesia. Le retribuzioni nel ’42 e nel’43 scesero ad un livello medio di poco superiore al minimo necessario per la sussistenza, sicché vasti strati delle masse popolari, soprattutto nelle città, furono ridotti in condizioni di più o meno grave denutrizione. Molto pesanti furono inoltre le condizioni di vita delle centinaia di migliaia di lavoratori italiani, inviati in Germania durante la guerra. Questa emigrazione forzata, le cui rimesse servirono a pagare in parte le forniture tedesche all’Italia, fu composta dapprima soprattutto di manodopera non qualificata, impiegata specialmente in lavori agricoli; poi anche di operai qualificati, impiegati nelle industrie.

Frattanto dall’autunno del ’42 in poi si intensificarono i bombardamenti aerei sui centri industriali del Nord, che resero ancora più dure le condizioni di vita delle masse popolari. Molte furono le vittime e moltissime le abitazioni distrutte o gravemente lesionate; cominciò quindi lo sfollamento delle città con gravi disagi per migliaia e migliaia di lavoratori e per le loro famiglie. Nelle industrie, quasi tutte impegnate nella produzione bellica, i turni di lavoro erano durissimi; il mercato nero imperversava; il freddo e la denutrizione mietevano vittime. Il malcontento cresceva soprattutto nelle città, come Torino e Milano, più colpite dai bombardamenti. Per venire incontro ai disagi e alle spese di trasporto degli operai sfollati, che dovevano compiere lunghi percorsi tra le loro nuove residenze e i luoghi di lavoro, alcune imprese concessero il pagamento di 192 ore mensili oltre il normale salario. Ma questo risarcimento fu richiesto ben presto in tutti gli stabilimenti anche da coloro che erano rimasti in città, esposti a gravi rischi e a disagi non meno gravi. Inoltre si diffuse la richiesta della concessione di un’indennità di carovita. Si arrivò così agli scioperi del marzo 1943, che si iniziarono il 5 di quel mese a Torino nelle officine Fiat di Mirafiori e ben presto dilagarono negli altri stabilimenti della città e di altri centri del Piemonte; poi a Milano e in altri centri industriali lombardi.

Gli scioperi avevano fortemente irritato Mussolini e allarmato le autorità di polizia e i gerarchi del partito. Tra i marzo e il maggio circa duemila persone furono arrestate: in maggioranza comunisti, ma anche aderenti al partito d’azione o ad altri gruppi non definiti. La classe operaia, dopo la fiammata di marzo, sembrò placarsi e riprese a scioperare soltanto nell’agosto, dopo il colpo di Stato (4). Ma i bombardamenti sempre più terribili, ormai estesi a tutta l’Italia, e l’accrescersi delle difficoltà economiche diffondevano ovunque stanchezza, malcontento e irritazione contro Mussolini, contro il regime e contro la guerra.

 

Giorgio Candeloro, “Storia dell’Italia moderna. Volume X. La seconda guerra mondiale, il crollo del fascismo, la Resistenza, 1939-1945”, 1984

(1) Africa Orientale Italiana, sigla dei possedimenti italiani nel Corno d’Africa. L’AOI univa all’annesso Impero d’Etiopia le colonie dell’Eritrea e della Somalia.

(2) Giuseppe Maione, “L’imperialismo straccione. Classi sociali e finanza di guerra dall’impresa etiopica al conflitto mondiale”, 1979.

(3) Il regime aveva progettato una fallimentare rivalutazione della lira a “quota 90” (90 lire per una sterlina inglese), espressione lanciata da Mussolini e proposta ufficialmente nel Discorso di Pesaro del 1926.

(4) Il 25 luglio del ’43, il Gran Consiglio del Fascismo aveva votato la sfiducia a Benito Mussolini, arrestato e condotto in prigione sul Gran Sasso. Capo del governo era stato nominato il maresciallo Pietro Badoglio.