Quando Lama disse:
per l’unità sindacale si può sciogliere la Cgil

La Cgil martedì 22 gennaio torna a Bari. C’era già stata, con Luciano Lama, nel 1973. Avevo raggiunto quel giorno (due luglio) da Roma, in macchina, il capoluogo pugliese. Ero con Romano Bonifacci, Francesca Raspini e la sorella Matilde. Eravamo nel gruppo dei cronisti de l’Unità, coordinato da Alessandro Cardulli, destinato a seguire il dibattito congressuale.

Difficile dire che cosa accomuna quel Congresso a quello che si apre martedi 22 gennaio, sempre Bari. Certo una sintonia consiste nel lancio di una proposta capace di dare una risposta alle mai superate problematiche del Sud. Così come la si può trovare su un altro aspetto determinante: il tema dell’unità sindacale. Un tema richiamato oggi con insistenza non solo da Maurizio Landini, ma anche da un sostenitore dell’autocandidatura di Vincenzo Colla, Ivan Pedretti, nel recente congresso dei pensionati.

Come non ricordare la potente voce di Luciano Lama: “Noi eravamo e siamo disponibili a fare l’unità organica in qualsiasi momento, anche subito: se fosse dipeso da noi questo Congresso si sarebbe tenuto già parecchi mesi fa e sarebbe stato il Congresso di scioglimento della CGIL per l’unità organica”.

E poi la voce di Bruno Trentin che per raggiungere davvero l’unità sindacale indicava alcune misure concrete come “il lancio di un piano generale di costituzione dei Consigli di azienda nei settori in cui permangono le vecchie strutture sindacali e dei Consigli unitari di zona, a partire dal Mezzogiorno”.

L’unità, dunque, come motore del sindacato e che presupponeva allora (e oggi più che mai) l’esigenza dell’autonomia. E perciò stavano per essere decise le cosiddette incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche.

Oggi siamo ad un altro punto, quasi ad una separazione tra sindacato e politica. Tanto che molti auspicano che il movimento sindacale possa anche diventare una forza che non si trasforma in partito, ma che sa condizionare, con le sue proposte, con le sue scelte di movimento, con la sua presenza, le opzioni partitiche. Una forza che, se davvero salda e unita, avrebbe già fatto saltare gli innamoramenti per la cosiddetta “disintermediazione”, ovvero la cancellazione dei soggetti sociali. Avrebbe impedito certe storture del Jobs Act ieri e, oggi, del reddito di cittadinanza o del dopo-Fornero. C’è un’altra frase di Lama, suggeritemi da Pasquale Cascella, sul rapporto tra sindacato e politica che suona d’attualità: “I sindacati devono assumersi le loro responsabilità, devono mostrarsi capaci di compiere scelte coerenti con le proprie rivendicazioni [poiché] si è avuta ancora la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto di forze in fabbrica né basta estendere questo rapporto dalla fabbrica alla società se non si investono contemporaneamente le strutture statali, le regioni, gli enti locali e quindi le forze politiche”.

Certo oggi i sindacati hanno difronte grandi difficoltà, dovute alla frammentazione di un mondo del lavoro dove i grandi complessi industriali sono diventati cimiteri e dove la platea dei lavoratori è profondamente condizionata da sirene politiche altisonanti e sgangherate. Vedi la discussione sul presunto reddito di cittadinanza e su quota 100. Non è facile dichiarare uno sciopero generale se la platea dei tuoi iscritti non è consapevolmente e profondamente convinta. Ed è comunque importante la mobilitazione promossa da Cgil, Cisl e UIL per il 9 febbraio a sostegno di una piattaforma alternativa alle scelte giallo-verdi, nonchè discussa dalle strutture di base.

Certo in quel 1973 non c’erano alle spalle divisioni sulla scelta del segretario generale. Lama arrivava a Bari già in carica tre anni prima, dopo le dimissioni di Agostino Novella, avvenute non senza dissapori. Come ha avuto modo di testimoniare Aris Accornero. Dissapori rimasti secretati (allora non c’erano i social) e proprio connessi all’obiettivo dell’unità sindacale e della piena autonomia.

C’era comunque, in quel tempo, un rispetto anche delle diverse posizioni. Una capacità di ascolto e una capacità di sintesi. Mi è capitato di leggere in questi giorni lo scritto di un ex operaio della Fatme di Roma, Gino Mazzone. Racconta le sue esperienze come dirigente della Fiom alle prese con dirigenti contrassegnati, come si dice oggi, “da diverse sensibilità”: Angelo Airoldi, Claudio Sabattini, Pio Galli, Fausto Vigevani… E con due di loro (Airoldi e Sabattini) sottolinea “ho avuto modo di costruire un forte rapporto politico, nonostante l’articolazione delle loro posizioni reciproche sulle scelte politiche della Fiom e della Cgil”. Una capacità riconosciuta dallo stesso Sabattini: “Gino e io abbiamo avuto dei rapporti molto schietti e leali, abbiamo litigato moltissime volte ma non siamo mai riusciti a superare una giornata senza riconciliarci… C’è qualche cosa dentro a tutto ciò: quello che la grande tradizione socialista considerava con il termine «compagno». Non a caso vuol dire quello con cui mangi il pane, quello che sta con te, assieme a te, che ha diritto di avere le sue opinioni come tu hai il diritto di avere le tue, ma che non porta mai a nessuna rottura”.

Parole che potrebbero valere anche oggi, quando si incrociano (soprattutto sui social), da parti contrapposte, epiteti astiosi. Sembra che per molti sia difficile capire che a Bari non sono in gioco le sorti di Colla o di Landini. E’ in gioco il futuro della Cgil. Il rischio è quello di una spaccatura irrimediabile, come ha sottolineato, in un accorato appello sul “Diario del lavoro”, Gaetano Sateriale, il coordinatore del “Piano del lavoro”, uno dei pilastri dei contenuti politici congressuali sui quali paradossalmente tutti sono d’accordo. É possibile che tra una settimana, metà gruppo dirigente della Cgil torni da Bari ”pensando di aver vinto, l’altra metà che potrà vincere alla prossima occasione”. Non ci sarebbe così una Cgil unita e rinnovata bensì “una sconfitta per tutti”. Non osiamo pensare come commenterebbero Luciano Lama o Bruno Trentin .