Quando l’algoritmo detta
la musica dei diritti d’autore

Negli Stati Uniti, da quando si cominciarono a vendere cilindri e dischi con registrazioni musicali, a partire dal 1889, fino all’approvazione di una nuova legge sul copyright nel 1909, nessun autore o editore di musica registrata ricevette un compenso. Nelle leggi sulla proprietà intellettuale in vigore in quel periodo non c’erano accenni alla fissazione della musica su un supporto (e come avrebbero potuto essercene, prima del fonografo e del grammofono?), e dunque le nuove imprese nate dalle invenzioni di Edison e Berliner trattennero tutti gli introiti. Cantanti e strumentisti erano pagati a cottimo e solo più tardi ricevettero percentuali sulle vendite. Autori ed editori rimasero a bocca asciutta per vent’anni.

La legge del 1909 introdusse un nuovo tipo di diritti, i diritti fonomeccanici, che dovevano essere pagati ai proprietari delle opere musicali registrate (autori ed editori, appunto). I legislatori fecero anche di più: stabilirono che se in futuro si fosse presentata la possibilità di diffondere la musica con mezzi non ancora noti, l’uso della musica a fini di profitto avrebbe dovuto essere compensato retribuendo autori ed editori. Così quando nel 1920 iniziarono le prime trasmissioni radiofoniche ad ampio raggio (broadcasting), la legge era già adeguata.


La storia dell’industria musicale, dei media, della musica, è segnata da questo tipo di intrecci fra innovazioni tecniche e legislative, e dalle loro conseguenze. Prima della Grande Depressione l’industria discografica era florida, ma nel 1933 era ridotta ai minimi termini, mentre la radio sostituiva il disco come fonte di musica riprodotta: i discografici, che nel corso degli anni Venti avevano visto la radio come un concorrente sleale (offriva musica gratis!), non si opposero più alla trasmissione dei loro dischi, e anzi la favorirono (non avevano più nulla da perdere), coprendo di bustarelle e di regali i “fantini di dischi” (disc jockeys) che portavano le canzoni in testa alle classifiche. E fu una controversia fra stazioni radio e una parte degli editori di musica, nel 1939-1940, a determinare un cambiamento dei gusti del pubblico statunitense: se nel dopoguerra si crearono le condizioni per l’avvento del rock ’n’ roll, lo dobbiamo a una vicenda di conflitti sul costo delle licenze di trasmissione.
Il fatto che ci troviamo dal 2008 in una crisi non dissimile da quella iniziata nel 1929 dovrebbe suggerire a chi si occupa oggi dell’industria musicale di voltarsi indietro a guardare cosa accadde allora, e se la situazione attuale sembra segnata soprattutto dai grandi cambiamenti nelle tecnologie e dei media, sarebbe utile ricordare che l’impatto di un nuovo medium (la radio) sull’industria discografica in tempi di crisi economica fu lo stesso di quello di Internet, ma molto più drammatico: in pochi anni il fatturato negli USA passò da quasi ottanta milioni di dollari (nel 1929) a sei (nel 1933).

Le vendite di supporti registrati (CD) dopo l’avvento del formato mp3 e la sua diffusione via Internet, al di fuori del controllo dell’industria, non sono diminuite nella stessa misura dei 78 giri negli anni Trenta, ma abbastanza da mettere in crisi la discografia e (in misura minore) l’editoria, al punto da accettare medicine indigeste come la distribuzione attraverso il downloading a pagamento o lo streaming, in cambio di compensi che prima della crisi quei settori industriali non si sarebbero mai sognati di accettare – non diversamente da come le stesse industrie avevano reagito alla trasmissione dei dischi alla radio, o alle controversie sui diritti radiofonici.


Una fonte industriale francese che cito a memoria, in un convegno recente, ha riferito che un autore, per guadagnare cento euro di diritti, deve avere dieci passaggi radiofonici, oppure cento album venduti, oppure mille download di una canzone, oppure un milione di ascolti in streaming. Dubito che le cifre siano esatte al centesimo, tutt’altro, ma penso che l’ordine di grandezza sia attendibile. Del resto, cifre più precise sono difficili da trovare, soprattutto sullo streaming: le società coinvolte affermano che il calcolo dei compensi è ottenuto sulla base di un algoritmo complesso, che è sempre “troppo difficile da spiegare”. Del resto gli stessi siti di quelle società riportano domande di musicisti (interpreti e autori) in cerca di chiarimenti sugli importi, ma le risposte sono sempre abbastanza vaghe.

Quello che si intravede sullo sfondo è un conflitto fra settori industriali, dove le aziende che tengono per il manico il coltello delle nuove tecnologie e della conseguente riduzione dei costi possono prospettare alle controparti un’alternativa senza sbocco: o la “nuova economia” o la “pirateria”. Dalle forme moderne di distribuzione, il downloading e lo streaming, si guadagnano cifre unitarie sconcertanti, dell’ordine dei centesimi o dei millesimi di euro rispettivamente.

È vero che queste cifre, messe insieme, permettono di recuperare fatturato e hanno invertito la tendenza al calo dell’industria nel suo complesso. Ma sono insultanti per gli artisti, con l’eccezione dei pochissimi che stanno in cima alle classifiche: come nella società più in generale, si allarga la forbice fra ricchi e poveri, e qui non stiamo parlando di canzonette.