Quando la malattia ci rende impossibile
di essere padroni della nostra morte

Muore un vecchio alpino per il coronavirus: la nipote racconta a un quotidiano come lo zio, lucido al momento della dipartita, sia addolorato soprattutto perché sa che non potrà avere un ‘funerale da alpino’.

Se da un lato l’episodio costituisce l’ennesima drammatica testimonianza dell’impossibilità, in questo periodo, di svolgere i riti funebri e insieme della trasformazione radicale e repentina che ha travolto la convivenza e le sue regole, dall’altro sembra dar conto del comportamento di un individuo che con la propria morte pare aver fatto i conti, che non la rimuove dal proprio orizzonte. Si può pensare, infatti, che l’atteggiamento del vecchio alpino sia dovuto in parte all’età, al fatto cioè che una lunga esistenza può consentire di esorcizzare meglio la fine, immaginandola come la sintesi delle esperienze che hanno reso significativo il proprio essere al mondo. Non è detto però che l’età avanzata sia garanzia di saggezza, anzi la vecchiaia di solito accentua difetti e rigidità caratteriali alimentando, anche a causa della fragilità fisica, l’eccesso di attenzione verso se stessi, con il risultato di limitare la curiosità, fonte primaria di energia vitale. Una chiusura, quella che accompagna spesso l’invecchiamento, in qualche modo incentivata nel presente dal pervasivo  eccesso di narcisismo che spinge molti ad inseguire l’eterna giovinezza del corpo, al punto da rimuovere l’inevitabilità della fine, così che malattia e morte diventano veri e propri eventi, inaspettati, quasi inconcepibili, e insopportabili più del dovuto, anche se sopraggiungono in un’età avanzata. Proprio per questo la preoccupazione del vecchio alpino di fronte alla fine non è soltanto l’ennesimo tragico episodio che dà conto della situazione che stiamo vivendo, ma può essere letta quasi come un’esortazione indiretta a non lasciarsi vivere, a cercare di guidare quanto più è possibile, e fino in fondo, i propri giorni, affrontando la paura e il dolore psicologico che l’ultima esperienza comporta, visto che l’abbrutimento provocato dalle ferite fisiche è ormai contenibile per non poche patologie. Soltanto così, cioè provando a governare la propria esistenza, si può forse tornare a prendere possesso della propria morte sottraendola all’anonimato, che nell’epoca attuale caratterizza facilmente la fine e che la sciagura di questi giorni ha soltanto estremizzato.

I quaderni di Malte Laudris Brigge

Tornano alla mente, in tal senso, I quaderni di Malte Laudris Brigge, in particolare le prime pagine, dove il protagonista riflette sulla morte in serie che caratterizza la contemporaneità, sul fatto cioè che non è importante il compimento conclusivo della singola esistenza, perché in gioco è la quantità. Non a caso, scrive Rilke, persino i ricchi «che potrebbero concedersi il lusso di morire con ampiezza, incominciano a diventare indifferenti e trascurati; il desiderio di avere una propria morte risulta sempre più raro. Ancora un po’, e sarà rara come avere una propria vita», perché quando si nasce ci si trova di solito già una vita «bell’e confezionata, soltanto da indossare» e quando arriva il momento di andarsene è già tutto previsto e predisposto, tanto che chi muore «non ha per così dire nulla da fare», si limita solo a subire la fine. Possedere invece la propria morte, continua Malte, conferisce «una speciale dignità e un silenzioso orgoglio», propri forse soltanto, si può aggiungere, di chi con se stesso ha intrattenuto un rapporto nel corso di tutta l’esistenza.

Rainer Maria Rilke

Distanza e invadenza

In un tempo in cui la relazione con gli altri è messa a dura prova, costretta a svilupparsi com’è fra la distanza – resa necessaria dalle misure per contrastare il contagio – e l’invadenza, connaturata sia alla convivenza in quarantena, sia ai mezzi di comunicazione che accompagnano le ore costringendoci talvolta, ad esempio con il telelavoro, a intrudere nel privato degli altri, pare si possa provare a riscoprire, se non a scoprire per la prima volta, l’importanza misurata della prossimità e il senso della vicinanza proprio a partire dal rapporto con se stessi. Non sempre, infatti, il contagio che ci ha chiusi in casa ha guastato le relazioni fra gli individui, al contrario ne ha mostrato in alcuni casi la fragilità e l’inconsistenza, in altri la violenza e la protervia, a dimostrazione che la situazione attuale potrebbe essere davvero l’occasione per progettare uno stile di vita diverso rispetto a quello della situazione pre-virus e in cui il pensiero abbia la meglio sull’abitudine. Non è, infatti, auspicabile, oltreché possibile, tornare ai riti e ai ritmi forsennati, consumistici, inquinanti, rumorosi, distratti verso se stessi, gli altri e le cose, che fino a poche settimane fa scandivano i nostri giorni abbruttendo con noi i luoghi che abitiamo e ci ospitano, ora così rigenerati dal silenzio e da comportamenti discreti.