Quando il Buco Nero si presentò
anche ai romani della Borgata del Trullo

«”La cosa”, effettivamente, pareva un gran buco nero nel cielo, e aveva intorno una corona limpida e azzurra».

         Sono, queste parole, abbastanza simili a quelle pronunciate mercoledì 10 aprile a Washington nel corso di una conferenza stampa da Sheperd Doeleman, leader della collaborazione internazionale Event Horizon Telescope, mentre mostrava al mondo la prima, storica fotografia di un buco nero.

         Sì, al netto di un piccolo errore sui colori della corona, le avrebbe ben potute pronunciare quelle parole Sheperd Doeleman, fisico di Harvard. Invece la descrizione è opera di Gianni Rodari, uno dei più grandi giornalisti passati per le redazioni de L’Unità e il più grande scrittore per ragazzi nella storia della letteratura italiana, insieme a Collodi.

Gianni Rodari

         Straordinaria intuizione, quella di Gianni Rodari. Su cui ritorneremo tra poco. Per ora diciamo perché quella realizzata da circa 200 ricercatori – tra cui 5 italiani dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nazionale (INFN) – che hanno analizzato i dati di una rete di radiotelescopi sparsi per tutto il pianeta, può a ragion veduta essere definita storica. Gli strumenti hanno raccolto le onde radio provenienti dalla galassia M87 che dista da noi 55 milioni di anni luce e, con una sofisticata opera di “filtraggio” hanno ottenuto la fotografia di “un gran buco nero che ha intorno una corona limpida e giallo-arancione”. Una performance tecnologica che solo la scienza più avanzata può progettare e ottenere.

         Questa fotografia è storica e segna una pietra miliare nello studio del cosmo per due ragioni. Perché dimostra, ancora una volta, la “potenza della teoria” e perché spazza via un piccolo pregiudizio, secondo cui i buchi neri non possono essere visti proprio perché … neri.

          Il pregiudizio è stato smentito in maniera. E questo ci insegna a non prenderli mai troppo sul serio, i pregiudizi. Perché la ricerca scientifica sarà in grado, prima o poi, di verificarli e, se del caso, smentirli. Insomma, in fatto di conoscenza della natura … mai dire mai.

         Ma la fotografia ha un’importanza storica perché dimostra, a un secolo di distanza e poco più, che Albert Einstein aveva ragione. La sua teoria della relatività generale descrive davvero come vanno le cose nell’universo. In parola povere la teoria del fisico più noto di ogni tempo sostiene che la massa deforma la geometria dello spazio (anzi, dello spaziotempo). E se uno spazio vuoto e dunque privo di massa è piatto, lo spazio con una massa è appunto deformato. Se la massa è quella della Terra, la deformazione è piccola. Se è quella di una stella come il Sole, la deformazione è maggiore. Se la massa equivale a quella di 6,5 miliardi di stelle come il Sole, allora è sufficiente a piegare la linea dello spazio fino a chiuderla su sé stessa. A creare, cioè una sfera. Ma una sfera particolare, dove tutto può cadere e nulla (o quasi) può uscire, neppure la luce. Un buco nero, appunto.

Il buco nero (quello vero)

         Certo, quando Albert Einstein ha tratto anche questa conseguenza dalla sua teoria, lo scetticismo era grande. Molti fisici pensavano che i buchi neri non esistono. Ma poi una serie di indizi ha in pratica convinto tutti. Ultimo, quello delle onde gravitazionali (altra previsione teorica) registrate dalla collaborazione Ligo/Virgo frutto di un titanico scontro con conseguente fusione di due buchi neri.

         Ma questi indizi – anzi, queste prove – erano indirette. Nessuno aveva avuto finora una “sensata esperienza” di questa sorta di mostri cosmici. E dunque, in qualche modo, la loro realtà era sub judice. Dove il giudice sono i fatti accertati, appunto, con “sensate esperienze.

         La foto realizzata dalla collaborazione Event Horizon Telescope è appunto, una esperienza dei sensi. Anche se resa possibile da protesi piuttosto sofisticate. I fatti accertati con simili tecnologie sono intrisi di teoria, sosteneva il filosofo John Dewey. Ma al netto di tutto ciò, ora possiamo dirlo: abbiamo visto un buco nero. L’esistenza di questo oggetto è reale.

         Cosa succede oltre “l’orizzonte degli eventi” che divide l’universo visibile dall’interno di un buco nero non lo sappiamo. Non ancora, almeno. Ma possiamo sperare. Non fosse altro perché, grazie a Stephen Hawking e ad altri fisici, oggi sappiamo che i buchi neri non sono poi così neri. La meccanica quantistica impone la possibilità che essi possano evaporare. E la speranza (non ancora provata) è che questa evaporazione possa dirci qualcosa su cosa avviene all’interno di un buco nero.

         Ma per ora accontentiamoci di aver visto cosa avviene all’esterno di un buco nero. E davvero non è poca cosa.

         Ma cosa c’entra tutto questo con Gianni Rodari? Beh, giudicate voi. Quel grande scrittore – non osiamo chiamarlo collega – parla di buchi neri nel 1964, nella prima puntata, Quella mattina al Trullo, di una serie di racconti che sul Corriere dei Piccoli danno vita alla serie La torta in cielo.

         Fin qui nulla di strano. Gianni Rodari sapeva di scienza. E già da qualche l’aveva iniziata a trasfondere, quella sua cultura scientifica, in tutte le sue opere, perché aveva capito prima di moltissimi altri che l’umanità stava entrando in una nuova era, fondata appunto sulla scienza, di cui l’esplorazione dello spazio cosmico era una evidente manifestazione.

         Ma nel caso del racconto ambientato nel quartiere romano del Trullo ci troviamo davanti a ben più di una profonda analisi. Siamo davanti a un’autentica anticipazione.

I fisici, infatti, iniziano a usare il termine “buco nero” solo tre più tardi, nel 1967, grazie a un’intuizione di John Craig Wheeler, che in una conferenza battezza “black hole” (buco nero, appunto) un oggetto relativistico con una forza di gravità così grande – il cui campo gravitazionale è capace di deformare in maniera così potente lo spaziotempo – che neppure la luce può sfuggirgli.

         Senza conoscere la matematica della relatività né i dettagli della teoria, Gianni Rodari anticipa Wheeler nell’utilizzo di una metafora. SE pensate che questa sia una forzatura dettata dall’ammirazione per il nostro Gianni, leggete quanto scrive lo stesso John Wheeler in un libro, Cosmic Catastrophes pubblicato nel 2000: «I buchi neri sono diventati un’icona culturale. Sebbene poche persone capiscano la fisica e la matematica insite nei buchi neri previsti dalle equazioni di Einstein, praticamente tutti comprendono il simbolismo dei buchi neri come bocche spalancate che inghiottono qualsiasi cosa intorno a loro e non lasciano nulla fuori».

         Ora i fisici, prima di Wheeler, chiamavano “stella nera” o “stella scura” quell’oggetto relativistico dotato di una gravitazionale così grande da inghiottire qualsiasi cosa intorno a lui e non lasciare nulla fuori, neppure la luce. Ma, come scrive Leonard Susskind, quei nomi non coglievano la caratteristica essenziale di dell’oggetto: quella di essere un profondo buco nello spazio dotato di un’attrazione gravitazionale irresistibile.

         Il termine “buco nero” esprime con una metafora comprensibile a tutti una profonda realtà fisica. Gianni Rodari lo ha compreso prima di tutti, descrivendo gli eventi che accadono un giorno qualsiasi lì al Trullo.