Quando è lo sport a scrivere il libro
della nostra civiltà

Lui e lei davanti a casa. Entrambi su di peso, entrambi tra i quaranta e i cinquanta. Lui con i baffi. Lui imbraccia un fucile, qualcosa che sa di mitragliatore, e lo punta contro i manifestanti, perché non sfiorino il suo giardino. La gente in strada resta esclusa dall’inquadratura. Non si intuiscono incidenti o violenze, vetrine sfondate o incendi. Si possono intuire solo slogan e voci contro il razzismo, un’altra tra le tante proteste nel mondo dopo l’assassinio di George Floyd. Questa volta siamo a St.Louis, Stati Uniti. Splendida sequenza quella dei due sulla porta della villetta, sembra tratta da un film, uno di quei film che ci hanno raccontato l’America profonda, l’America violenta, mediocre, cattiva e razzista, persa in orizzonti senza confini, quella che ha poco da spartire con New York, che vota Trump e che i nostri giornali non ci raccontano. Splendida immagine raccolta da alcuni siti.

Poi si legge che Starbucks, la catena del caffè, annuncia il fermo alla pubblicità sui social media, su facebook in particolare, per protesta di fronte al controllo troppo blando dei gestori sui contenuti d’odio… Come prima avevano deciso Coca Cola, Daigeo (multinazionale degli alcolici), Unilever. Sarà anche questa una furba azione di marketing, ma potremmo riconoscerne un valore: intanto sono voci contro l’odio, contro il razzismo, contro tutte le varianti del razzismo. Gesti simbolici. Chissà che cosa sarà brillato nella mente della abominevole coppietta di St. Louis. Ma i gesti simbolici, uno in fila all’altro, alla fine qualcosa insegnano.

Tommie Smith e John Carlos

Quanta storia hanno scritto ad esempio Tommie Smith e John Carlos, quando sul podio, alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, alzarono il braccio e il  pugno chiuso, con il guanto nero, chinando la testa, mentre saliva la bandiera statunitense  contro il cielo nero e risuonava l’inno (a loro, sul podio di un’altra gara, si unì Larrie James)?  Un’istantanea che fissa qualcosa di irripetibile, contro l’ingiustizia. Lo fecero per solidarietà con un movimento pacifista e antirazzista, Olympic Project for Human Rights (Progetto olimpico per i diritti umani), poche settimane dopo il massacro di Tlatelolco, il 2 ottobre 1968, quando la polizia e l’esercito spararono sugli studenti che protestavano nella Piazza delle tre culture, uccidendone secondo i comunicati ufficiali trenta, trecento secondo altre fonti.

Luz, l’amico di Jessie Owens

Di storia ne ha scritta assai poca invece Luz Long, ufficiale della Luftwaffe che morì trentenne il 10 luglio 1943 a Gela, ferito in combattimento dopo lo sbarco americano. Luz Long era, prima di essere trascinato in guerra, uno dei più amati atleti tedeschi. Alle Olimpiadi di Berlino, nel ‘36, quelle che avrebbero dovuto rappresentare una sorta di apoteosi del nazismo, fu sconfitto da Jesse Owens, il campionissimo, il nero che fece morire di rabbia Hitler. Luz Long invece con Owens strinse amicizia, riconoscendone il valore. Pare che sia stato lui a offrire a Owens consigli decisivi nella “sua” specialità, il salto in lungo. Owens vinse così l’oro. Luz Long gli rimase amico finché visse. Resta una bellissima fotografia dei due campioni che si parlano sorridenti.

Nel 1995, quando Nelson Mandela consegnò la Coppa Webb Ellis a Francois Pienaar, al capitano cioè del suo Sudafrica, tutto il mondo capì che la stagione dell’apartheid in quel grande paese africano era conclusa. Gli Springboks avevano sconfitto gli All Blacks neozelandesi nella finale della Coppa del mondo. Avevano scelto uno slogan per i loro mondiali, “One team, one country”. Una sola squadra, un solo paese. Non c’è in fondo sport come il rugby capace di rappresentare l’unità: fine della segregazione, fine della divisione fra bianchi e neri. Poi venne altro ovviamente in Sudafrica, a dimostrazione che cancellare il razzismo non significa cancellare la povertà, l’emarginazione, lo sfruttamento, cioè un’altra divisione, questa volta di classe.

Lo sport comunica simboli e la sua forza scavalca i risultati. Se il giovane Marcus Thuram, attaccante del Borussia M’gladbach, nato a Parma, figlio di quel Lilian Thuram formidabile difensore di Parma e Juventus, si inginocchia in campo in memoria di George Floyd, molti altri seguiranno l’esempio. Marcus, intervistato, ha raccontato che deve molto agli insegnamenti del padre. Lilian lo si ricorderà per la qualità del suo calcio, ma avrebbe altri meriti: è sempre stato in prima fila nella battaglia per i diritti civili (come raccontò nei suoi libri: “Le mie stelle nere” e “Per l’eguaglianza. Come cambiare i nostri immaginari”). Una foto lo ritrae mentre sfila a Parigi in un corteo che chiede il riconoscimento delle coppie omosessuali.

La faccia tinta di nero

Marcus Thuram

Una ventina di anni fa, nel 2001, i giocatori del Treviso scelsero di scendere in campo con la faccia tinta di nero per solidarietà con un loro compagno, l’attaccante nigeriano Omelade, offeso dai buu razzisti dei cosiddetti tifosi della curva. Zoro, con la maglia del Messina, colpito allo stesso modo vigliacco, decise che era meglio andarsene. Lo convinsero a rimanere in gioco l’arbitro e l’interista Adriano. Anche Balotelli, dopo aver scagliato il pallone verso le tribune, s’arrese e rimase.  Aveva ragione lui in quella pedata plateale e liberatoria.

I giocatori di pallacanestro dell’Armani si presentarono invece con un cerotto nero sul braccio: era un modo per dimostrare la loro vicinanza con Abiola Awara, cestista del Geas di Sesto San Giovanni, bersagliata d’insulti. Capiterà ad altre sue colleghe.

Il minuto di silenzio o le partite del cuore non si negano mai. La solidarietà nelle disgrazie o contro il razzismo è un rito, non si sa per quanti corrisponda a un sentimento sincero e per quanti no. Poi c’è chi comanda e chi organizza, chi tira le fila e che pare abbia in testa un imperativo: “The show must go on”. Lo spettacolo deve continuare. Non ho mai visto un arbitro mandare tutti negli spogliatoi all’ennesimo buu contro un giocatore nero poco gradito alla teppaglia. Ipocrisia e interessi si danno la mano.

Ma il buono resta e fa bene, anche se è solo un’istantanea.