Quando Amendola “minacciò” Ingrao:
“Tu segretario? Ti butto dalla finestra”

Nel 1998 sulla Rivista Calabrese di Storia Contemporanea (diretta da Nando Cordova, uno storico scomparso in giovane età e in diverse occasioni anche collaboratore dell’Unità) mi capitò di pubblicare un saggio che avevo – era un frammento della mia tesi di laurea – dedicato proprio alla seduta del Comitato Centrale del PCI del novembre 1961 di cui parla nel suo scritto inedito Pietro Ingrao. Fu – indubbiamente – il CC più drammatico della storia del PCI, perché non solo riguardava un tormentato passaggio della destalinizzazione (cominciata al XX congresso del Pcus e continuata a corrente alternata fino a sfociare, inaspettatamente, nel XXII congresso di quel partito) ma riguardava la parte che negli anni più duri dello stalinismo era toccata ai comunisti italiani esuli a Mosca, cominciando da Palmiro Togliatti che era ai vertici del PCI e della III Internazionale.

Quel XXII Congresso a Mosca era stato davvero strano: nella relazione introduttiva non erano emersi passaggi nuovi di polemica con il passato staliniano. La questione tornò a sorpresa nell’intervento di una vecchia bolscevica amica della Krupskaja, la compagna di Lenin e rivoluzionaria amatissima. Fu un intervento quasi onirico: “Ho sognato Lenin – disse la donna – che mi ha detto di non sopportare la vicinanza di Stalin all’interno del suo mausoleo”. Questo cambiò radicalmente il significato di quel congresso. Riemersero in maniera drammatica i tragici eventi delle purghe staliniane e riemersero anche i complotti per coinvolgere nelle purghe i comunisti di tutto il mondo. Tra le vittime diversi italiani, il più noto era Paolo Robotti cognato di Togliatti che rimase per un anno e mezzo detenuto alla Taganka con l’accusa di tradimento, spionaggio attività antisovietiche provocazione. L’obiettivo della purga era lo stesso Togliatti che i servizi segreti sovietici cercarono di far accusare dallo stesso Robotti, invano.

Togliatti – come racconta anche Pietro Ingrao – tornò da Mosca e si trovò a dover affrontare un Comitato centrale che lui non voleva ma che era stato convocato in sua assenza sull’onda dell’emozione politica suscitata dal congresso del Pcus. La sua relazione introduttiva fu straniante: del patos di Mosca non rimaneva nulla, della nuova spinta alla destalinizzazione non c’era traccia, restava semmai una grande ammirazione (Ingrao dice agiografica, a ragione) dei risultati dell’economia sovietica. Fu la relazione di Togliatti e la sproporzione tra l’emozione suscitata in Italia anche nel Pci e il suo palese voler minimizzare e rimuovere quando non addirittura il suo fastidio rispetto alle spinte cruscioviane a rendere quel CC uno snodo drammatico.

Fu Aldo Natoli, considerato legittimamente come uno dei dirigenti più vicini ad Ingrao, a sollevare per primo il tema del congresso straordinario da convocare al più presto per prendere atto delle novità e modificare posizioni che apparivano non più sostenibili. Ma fu Giorgio Amendola (un po’ isolato anche dai suoi, in verità) a rilanciare l’idea del congresso straordinario riempiendola di contenuti politici. Nel mio saggio avevo pubblicato il testo integrale dell’intervento di Amendola (era tra le carte riservate della Direzione del PCI presso l’archivio dell’Istituto Gramsci) che conteneva critiche inedite per la loro schiettezza al rapporto con l’Urss e anche ai deficit di democrazia interna del Pci, della necessità di chiudere con la stagione dell’unanimismo. Un testo parzialmente reso pubblico in una sintesi (un po’ addolcita anche per mano dello stesso Amendola) sull’Unità nel consueto resoconto del CC.

Mi capitò di parlare – doveva essere il 1995 o ’96 – con Pietro Ingrao proprio di quel Comitato centrale. Ricordo di avergli detto che, in quella occasione, probabilmente aveva commesso un errore. Il congresso straordinario sarebbe stato un modo per anticipare di qualche anno nel rapporto tra Pci e Urss quello che arrivò faticosamente tra la pubblicazione del Memoriale di Yalta del 1964 e le vicende del 1968 cecoslovacco. Lui dissentiva con forza usando gli stessi argomenti del suo saggio, anche se con espressioni ben più colorite e con qualche ricordo personalissimo sullo stato dei rapporti all’interno del Pci. “Tu non sai che cosa significa partecipare per anni, ogni lunedì mattina, alla segreteria e, appena io prendo la parola Pajetta apre ostentatamente il giornale e lo sfoglia rumorosamente”, come a dire che qualunque cosa dicesse Ingrao non contava nulla. Ingrao parlò addirittura di cattiveria e disse che una volta – tra il serio e lo scherzoso, ma i toni seri apparivano agli occhi di Ingrao ben più forti – discutendo con lui nel lungo corridoio affacciato sul cortile interno dell’ultimo piano di Botteghe Oscure, Giorgio Amendola gli aveva detto: “Pietro piuttosto che farti diventare segretario del partito ti butto da quella finestra” . E’ ovvio che non si stesse parlando di buttare dalla finestra nessuno e che non si trattava di una minaccia fisica, ma è altrettanto ovvio che Ingrao vivesse la guida di Togliatti come un punto di equilibrio fondamentale. Attaccarlo in quel CC e chiedere il congresso straordinario avrebbe rotto quell’equilibrio e Ingrao impedì che avvenisse col suo “non schierarsi”. Togliatti gestiva la sua centralità nel partito, garantendo tutte le voci che vi si esprimevano e anzi puntando a tenerle in equilibrio senza che lo scontro interno favorisse troppo l’una o l’altra “frazione” per usare il linguaggio terzinternazionalista di Ingrao, che preferisce questa parola alla più prosaica corrente. La morte di Togliatti sarebbe arrivata tre anni dopo e la rottura dell’equilibrio col congresso del 1966.