Quando al governo vanno
gli uomini
che odiano le donne

L’ossessivo richiamo all’ordine e alle frontiere delle piccole patrie, l’affermazione dei “valori” più retrivi, l’ammirazione per la disciplina e la forza e per chi le incarna … in questo clima stanno crescendo le nuove generazioni. Come sempre accade nei periodi bui, le donne ne fanno le spese.

Perché sarà il ministro Fontana, notoriamente sessista ed omofobo, a rappresentare l’Italia alla conferenza della commissione Onu sulla condizione delle donne, che si svolgerà a marzo?

Perché il ddl Pillon, che annulla decenni di conquiste civili, vien  portato in Senato e ha probabilità di essere approvato?

Simone Pillon

Perché il congresso oscurantista di Verona, organizzato dalle famiglie pro life e dai lobbisti della destra integralista, viene patrocinato dal governo?

Perché dopo 40 anni c’è una nuova recrudescenza dell’offensiva reazionaria contro l’aborto?

Perché si tornano ad esibire – triste memoria – le donne come fattrici?

Perché registriamo un ostracismo crescente all’educazione di genere nelle scuole?

Perché si parla con insistenza di riaprire le case chiuse?

Come mai il governo grilloleghista chiude i rubinetti ai centri antiviolenza?

Come spiegare la recrudescenza recente degli attacchi misogini nel web, delle aggressioni omofobe nelle città? Le parole dell’odio risuonano ovunque.

Per quali meriti Enrico Esposito, noto soprattutto per i suoi tweet sessisti e omofobi, viene nominato vicecapo dell’ufficio legislativo del ministero dello sviluppo economico? “Non c’è modo migliore di onorare le donne che mettere una mignotta in quota rosa” è la vetta ineguagliata del suo pensiero.

Una legge nazionale dispone che le Regioni inseriscano nelle leggi elettorali “un meccanismo di riequilibrio del genere meno rappresentato”, ma si rimanda il più possibile

Torneremo a questo?

questo momento, per non cedere poltrone.

L’identificazione del potere con l’essere umano di sesso maschile rientra in un preciso contesto culturale.

Il gioco maschio funziona così da sempre: tante mimose l’8 marzo, ma quando c’è da correre per un posto di potere la scelta cade invariabilmente sugli uomini. Divisi in tutto, qui marciano uniti.

In Sardegna sette maschi si sono contesi la poltrona di governatore; se si aggiungono l’Abruzzo e la Basilicata, dove si voterà tra un mese, si arriva a quindici a una. I 1.500 incarichi alla guida di un ministero della Repubblica sono andati a una ministra soltanto 83 volte, e con il governo Conte la quota è la più bassa dal 2013. Le donne tra i sindaci sono 14 su cento e al vertice delle Regioni ce n’è soltanto una.

Figure chiave della Lega, dei 5Stelle, del Pd? tutti uomini.
D’altronde, dopo il massacro sessista di Laura Boldrini e delle altre, ci vuole coraggio per esporsi alla gogna.

Dite che le quote sono inutili, una sciocchezza. Allora trovate un’altra soluzione per risolvere questa situazione paradossale. E non dite che contano solo le idee e le professionalità. Le donne non hanno idee? Siamo più sceme o meno preparate? Dai risultati a scuola e nelle Università questo non risulta.

Certo le quote non sono la panacea, ma tamponano un vulnus della democrazia, abituano a votare sia uomini che donne, ci costringono a confrontarci con i nostri pregiudizi e retaggi culturali.

Per tutte queste ragioni le donne hanno deciso di scendere in sciopero l’8 marzo.

Paura, eh?