Quando a migrare
sono le verdure

Parlando di migrazioni siamo già andati molto indietro nel tempo, a quelle di altre (precedenti) specie umane e alla diffusione planetaria di Homo sapiens. È inevitabile: anche la nostra evoluzione è un percorso lentissimo e non lineare, scandito dalle nicchie di ecosistemi che abbiamo via via antropizzato. In parallelo, sono cominciate a migrare le nostre idee senza il fisico di chi le aveva pensate, comunichiamo trasmettiamo insegnamo conoscenza, in questa rubrica avete visto ripercorrere alcune formidabili migrazioni di uomini, di idee e di scienza portate da “intellettuali”. Il nostro migrare non è stato comunque mai solitario, mai solo umano. Se decine di migliaia di anni fa fuggivamo da un ambiente inospitale, altre specie animali scappavano accanto a noi (noi correndo, loro a proprio modo). Oppure seguivamo specie migratorie, cercavamo luoghi con specie animali e vegetali che sapevamo indispensabili ad alimentarci. Ovvio che anche altre specie siano venute con noi, più o meno intenzionalmente. Pare che la domesticazione del gatto abbia avuto un fortissimo impulso sulle navi che (con schiavi ai remi) avevano a bordo (intenzionalmente) cereali e (non intenzionalmente) topi.
Nelle nostre identità nazionali non c’è un ecosistema fisso di fattori biotici e abiotici che abbiamo antropizzato. I popoli hanno tracciato e spostato confini e portato, dentro quei confini, specie “prese” in altri ecosistemi. Sono meticci anche tutti gli ecosistemi umani del pianeta. Prendiamo erbe e ortaggi, famiglie alimentari vegetali che mangiamo, i cui individui sono piante intere o parti di piante (fiori foglie frutti radici semi steli). È stato di recente pubblicato in Italia un volume di Évelyne Bloch-Dano (Neuilly-sur-Seine, 1948), “La favolosa storia delle verdure”, (Add 2017). Perlopiù un tempo le “verdure” erano cresciute spontanee, raccolte (gli umani errando per il pianeta) e mangiate; poi coltivate (prima qui, poi là; a periodi più, ciclicamente meno) da popoli di umani agricoltori e agricultori, che selezionavano specie in relazione all’ecosistema in cui volevano piantarle (magari dopo lunghe intenzionali migrazioni e continue sperimentazioni). Della famiglia delle Asteracee vengono presi in esame il cardo (uno stelo), il carciofo (un fiore), il topinambur (una radice); delle Brassicacee il cavolo (foglia); delle Apiacee pastinaca (radice) e carota (radice); delle Fabacee pisello (seme) e fagiolo (seme); delle Solanacee pomodoro (frutto) e peperoncino (frutto); delle Cucurbitacee la zucca (frutto). Le riflessioni provengono dalla cultura francese, ma sia per le definizioni (nelle varie lingue) che per l’etimologia (e lo stesso genere dei termini), sia per l’origine geografica che per la “traduzione” culinaria, come pure per i nessi con letteratura, pittura, simboli e metafore si tiene conto più dell’alimento umano che della nazione alimentata.
La storia del gusto in cucina nasce in momenti diversi nei vari paesi (in Francia nel XIV secolo), va spesso in parallelo con l’economia domestica, le buone maniere e, infine, con la gastronomia (in Francia a metà del XVII secolo). I conquistadores riportarono in patria ricchezze come pomodori, volgari fagioli, zucche, peperoncino, parte delle loro simbologie e mitologie. La gastronomia europea contemporanea non è autoctona, piuttosto è conseguenza della colonizzazione cinquecentesca delle Americhe. E viceversa: Colombo ha con sé i piselli e li fa seminare a Santo Domingo. Pensiamo ai vitigni, lo stesso naturale terroir non spiega tutto: a partire dal 1863 arriva da noi la terribile crisi della filossera (insetto di origine americana), superata trent’anni dopo con l’innesto quasi ovunque di alternativi ceppi (americani) su cui ancor oggi crescono i nostri vitigni.
La ricerca di chi fu il primo autoctono (cui rifarsi e da non contaminare) è un errore scientifico prima che politico, la nostra “natura” è insieme animale e umana, meticcia e co-evoluta, non c’è razza che tenga. Le migrazioni di alimenti e cibi, delle alimentazioni e delle cucine umane saranno un altro oggetto della nostra ricerca. Abbiamo un gran bisogno della collaborazione dei lettori (e degli studiosi).