Qualcuno, per favore, butti giù il mausoleo all’assassino Graziani

D’accordo, la statua di Indro Montanelli resta dov’è. Ed è giusto così. Ma del mausoleo a Rodolfo Graziani nel tranquillo borgo di Affile (valle dell’Aniene, una settantina di chilometri da Roma) che cosa ne vogliamo fare? Riciclarlo non si può: è troppo brutto. Nessuno che abbia un minimo di buon gusto accetterebbe di prenderselo. Per farne che, poi? Bisognerebbe abbatterlo. Anzi: bisognerebbe averlo abbattuto già da un bel pezzo. Almeno dall’autunno del 2017, quando il sindaco che aveva avuto la bella idea di erigerlo, tale Ercole Viri, e i due assessori che lo avevano spalleggiato, Giampiero Frosoni e Lorenzo Peperoni, furono condannati dal Tribunale di Tivoli a otto mesi di carcere il primo e a sei mesi ciascuno i secondi per il reato di apologia del fascismo. Oppure dalla primavera dell’anno scorso, quando la condanna è stata confermata in appello.

ll Sacrario al Soldato d’Italia M.llo Rodolfo Graziani sorge con tutte le sue maiuscole nel bel mezzo del parco naturale di Radimonte che pure avrebbe avuto, di suo, una qualche naturale bellezza. È un cubone di mattoni in improbabile stile littorio sormontato da un’inutile cupola e dalle scritte “PATRIA” e “ONORE”, che erano poi le parole d’ordine dell’esercito della Repubblica di Salò. Venne eretto nel 2012 su progetto di un architetto di cui (per sua fortuna) non ci è stato tramandato il nome, per iniziativa dell’amministrazione comunale, la quale sentiva l’impellente bisogno di immortalare la memoria del celebre concittadino, che poi, a voler sottilizzare, tanto concittadino non era essendo nato a Filettino, una ventina di chilometri più su, verso l’Abruzzo. Forse per sfregio, forse per beata inconsapevolezza toponomastica, il piazzale su cui si scelse di innalzarlo era, e forse è ancora, intitolato a Sandro Pertini. Se esiste un aldilà, si può immaginare come l’abbia presa, l’irascibile  presidente partigiano, l’idea di condividere quello spazio terreno con uno dei peggiori criminali fascisti della storia d’Italia.

Un imbroglio alla Regione Lazio

I soldi per la realizzazione dell’opera venivano dalla Regione Lazio. O meglio: da un imbroglio ordito ai danni della Regione Lazio, la quale in realtà quei fondi li aveva stanziati per la sistemazione del parco di Radimonte. Il Comune di Affile invece li spese per il mausoleo e la presidente della Regione, che all’epoca era Renata Polverini, a capo di una giunta di destra, tacque e acconsentì. Poi se ne pentì, quando le denunce e l’apertura di inchieste della Procura e della Corte dei Conti le fecero capire in che pasticcio rischiava di trovarsi, ma ormai era troppo tardi. Non sappiamo se siano arrivate, a lei, al sindaco Viri e agli assessori, richieste di indennizzo dei danni erariali. Speriamo di sì.

La storia potrebbe finire qui, in attesa che un ordine di abbattimento dell’orribile intruso da parte di qualche tribunale o da una resipiscenza della giunta Zingaretti restituisca l’onore perduto al parco di Radimonte. E però proprio nei giorni in cui la querelle sulla statua di Montanelli ha acceso appassionate discussioni sul rispetto della storia e anche delle sue meno nobili vestigia, la vicenda del Sacrario all’Assassino merita qualche riflessione.

Una, per cominciare, la più semplice. Come può essere venuto in mente al sindaco Viri e alla sua giunta di dedicare un monumento proprio a Graziani? Essere di destra, anche estrema, è una cosa, celebrare le peggiori imprese del fascismo è un’altra. Non sapevano chi fosse stato l’uomo cui dedicavano tanto onore? Eppure non sarebbe stato certo difficile informarsi aprendo qualche libro di storia o, come sicuramente si usa anche ad Affile, navigando qualche minuto sulla Rete.

Il boia del Fezzan

Rodolfo Graziani, detto anche il “boia del Fezzan”, fu comandante militare in Libia e nell’Africa orientale italiana e amministratore civile, addirittura “Viceré”, in Etiopia. Dopo la prima guerra mondiale, giovanissimo colonnello per meriti militari, fu tra gli avanguardisti del fascismo e Mussolini in persona, subito dopo la presa del potere, gli affidò l’incarico di riconquistare la Libia, in cui il potere coloniale italiano si era dissolto durante la guerra. Graziani guidò una campagna rapida e vittoriosa per riprendere la Tripolitania, ma incontrò molte difficoltà in Cirenaica, dove la resistenza era guidata da un leader forte e amato dal popolo, Omar al-Mukhtar.

Nominato vicegovernatore della Cirenaica nel gennaio del 1930, Graziani decise che l’unico modo per domare la rivolta fosse quello di fare terra bruciata intorno ai guerriglieri. Così tutti gli abitanti del Gebel, la regione montuosa dell’interno dov’era più attiva la resistenza, furono costretti a trasferirsi verso la costa.

Fu un esodo tragico. I deportati dovevano camminare in colonne per centinaia di chilometri senza cibo e senza acqua. Chi rimaneva indietro veniva ucciso a fucilate sul posto. L’esodo dal Gebel fu come le marce della morte cui i nazisti avrebbero costretto gli ebrei dai lager dell’est a quelli dell’ovest nell’inverno del ’45: una crudeltà mai vista prima, o forse solo nel 1915, nella grande deportazione degli armeni da parte dei turchi. Ammassati nei campi sulla costa, centinaia di migliaia di cirenaici morirono in pochi mesi per la denutrizione, la mancanza di acqua potabile, le infezioni e il tifo. Alla fine degli anni ’40, quando l’ONU aprì un’indagine su Graziani la deportazione del Gebel fu considerato il suo primo crimine di guerra. Ma non certo l’ultimo.

Nel settembre del ’31 al-Mukhtar venne catturato e impiccato. È considerato l’eroe nazionale della Libia e qualcuno ricorderà il giorno in cui Gheddafi scese dall’aereo che lo portava a Roma in visita ufficiale con la sua fotografia attaccata al petto, con grave imbarazzo dell’amico Berlusconi che era lì per accoglierlo.

Liquidata la resistenza in Cirenaica, la missione libica di Graziani poteva considerarsi conclusa. Ma altre imprese, altri crimini, lo attendevano. Nella primavera del ’35 Mussolini lo volle a capo delle truppe che dalla Somalia italiana dovevano invadere l’Etiopia mentre il corpo di spedizione guidato dal maresciallo Badoglio puntava su Addis Abeba. Le operazioni, come in Cirenaica, erano condotte con grandi dispiegamenti di truppe e di armi, soprattutto con l’aviazione che veniva impiegata contro le truppe del negus abissino ma anche, senza alcuno scrupolo, contro la popolazione civile.

Prima della Spagna e del conflitto 39-45, quella in Abissinia fu la prima guerra in cui si fece ricorso a bombardamenti di massa contro i civili. Anche contro gli ospedali. Tra le accuse del dossier dell’ONU figurano anche i bombardamenti deliberati di strutture della Croce Rossa. In particolare uno, che provocò la morte di tutti i malati e del personale di un ospedale gestito dagli svedesi, provocò proteste in tutto il mondo.

Ma non erano certo le proteste mondiali che potevano fermare la guerra di Graziani. Dai documenti custoditi negli archivi militari non risulta se fu lui oppure Badoglio a suggerire per primo a Mussolini di autorizzare l’uso dei gas asfissianti che comunque, tanto per non trovarsi impreparati, i comandi della spedizione avevano fatto portare in Abissinia all’inizio della spedizione. Certo è che il duce del fascismo fu subito entusiasta dell’idea, purché si usasse l’accortezza di tenerne l’uso il più possibile nascosto agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Le armi chimiche, infatti, erano espressamente vietate da una convenzione firmata da tutti gli stati, anche l’Italia, nel 1925 sull’onda dell’orrore provocato dall’uso dell’iprite nelle battaglie della prima guerra mondiale.

Le armi chimiche

Graziani approfittò abbondantemente del placet di Mussolini.  I suoi aerei furono mandati sempre più spesso a lanciare bombe di gas asfissianti, di arsina e di fosgene che bruciava vive le persone colpite non solo contro le truppe ma anche contro i villaggi dove si sospettava si nascondessero i resistenti nonché, in più di un caso, anche contro le masse di persone inermi che cercavano solo scampo. Una pratica criminale e anche vigliacca, giacché i nemici non possedevano aerei e quindi non erano in grado né di opporsi ai raid né di vendicarsi. I bombardamenti chimici in Abissinia sono forse la pagina più vergognosa di tutta la storia militare italiana.

O forse no, perché accadde anche di peggio. “Pacificata” l’Etiopia (in realtà la resistenza continuava nelle forme della guerriglia in quasi tutte le regioni), Graziani venne promosso dal Re e Imperatore a “Viceré” dell’Abissinia. Era come “Viceré” che il 19 febbraio del 1937 partecipava nel palazzo del governo di Addis Abeba a una cerimonia per salutare la nascita del Principe di Napoli quando d’improvviso, dalla folla riunita perché era stata promessa la distribuzione di piccole somme di denaro, partirono diversi colpi di fucile.

Graziani fu ferito gravemente e questo scatenò il furore dei fascisti, aizzati dal federale di Addis Abeba Guido Cortese. Per tre giorni la città fu percorsa da squadre di fascisti e di soldati, ma anche purtroppo di civili, coloni, edili e autisti di camion, armati di fucili, pistole, asce, coltelli, bastoni che uccidevano ogni africano che incontravano.

I tucul della periferia vennero incendiati, le donne violentate, vecchi e bambini e intere famiglie uccisi senza pietà e spesso in modo orribile. Ci sono delle foto che ritraggono soldati che alzano le baionette con le teste dei “ribelli” infilzate.  Le testimonianze dei giornalisti stranieri sono agghiaccianti e lo furono anche quelle dell’inviato del Corriere della Sera, allora totalmente asservito al regime, Ciro Poggiali che coraggiosamente diede conto della selvaggia violenza della vendetta fascista. Secondo le autorità italiane del tempo i morti in questi disordini furono trecento. Secondo i resoconti degli ambasciatori stranieri furono più di tremila. Gli storici etiopi calcolano in trentamila le vittime complessive delle violenze di quei giorni in tutto il paese.

Certo, i morti di quel fine febbraio non possono essere attribuiti a Graziani, che era in ospedale gravemente ferito. Ma quello che accade dopo, sì. Qualche settimana dopo l’attentato, le indagini puntarono su due giovani eritrei legati alla resistenza. I due erano cristiani e pareva che avessero avuto contatti con i monaci del monastero di Debra Libanos, il più grande centro religioso copto del paese. Tanto bastò perché Graziani ordinasse una punizione esemplare del clero copto. Il 19 maggio del ’37 un reparto di truppe coloniali, italiani ma anche ascari eritrei di religione musulmana, capitanati dal generale Pietro Maletti fece irruzione nel monastero. I monaci vennero portati in un campo vicino poi Maletti chiese istruzioni a Graziani. Questi rispose con questo telegramma: “L’avvocato militare comunica proprio in questo momento che habet raggiunto prova assoluta correità dei monaci convento Debra Libanos con gli autori dello attentato. Passi pertanto per le armi tutti monaci indistintamente, compreso vice-priore. Prego darmi assicurazione comunicandomi numero di essi. Dia pubblicità et ragioni determinati provvedimento”.

La strage di Debra Libanos

In un primo momento, Maletti pensò di risparmiare i diaconi, cioè i giovani seminaristi non ancora consacrati, e i pellegrini, ma il giorno dopo Graziani fu perentorio: vanno uccisi tutti.

Nessuno conosce esattamente i numeri della strage. Le fonti italiane parlano di 449 morti, ma le ricostruzioni degli storici che hanno indagato alla fine della guerra indicano un numero di vittime tra 2300 e 2500. A Debra Libanos gli uomini di Maletti uccisero tutti: monaci, diaconi, seminaristi, serventi laici e un numero imprecisato di pellegrini che erano convenuti per una festa religiosa. Si è trattato, probabilmente, del più grave crimine mai compiuto da forze militari italiane. Il che non ha impedito al generale Maletti, che sarebbe morto nei combattimenti contro gli inglesi in Cirenaica nel ‘43 guadagnandosi una medaglia d’oro postuma, di essere considerato un eroe di guerra. Solo qualche mese fa il comune in cui il generale era nato ha deciso di dedicare alle vittime di Debra Libanos la strada che portava il suo nome.

Ma torniamo a Graziani. I suoi metodi brutali e le sue ambizioni sfrenate alla fine convincono Mussolini a rimuoverlo e a sostituirlo come “Viceré” dell’Abissinia con il più presentabile e accetto alla casa regnante Amedeo duca d’Aosta. Graziani viene richiamato a Roma e per lui comincia un umiliante anonimato. Ma la sua carriera non è finita. Dopo la costituzione della Repubblica di Salò, Mussolini lo nomina ministro della Difesa. Da capo politico delle Forze armate della Repubblica sociale avrà la responsabilità di tutte le azioni militari dall’estate del ’43 alla primavera del ’45: fucilazioni di partigiani, rappresaglie sugli ostaggi, rastrellamento degli ebrei da consegnare alle SS, completo asservimento dell’apparato militare italiano ai comandi tedeschi.

Per questi motivi, finita la guerra, Graziani verrà giudicato da un tribunale militare e condannato, nel 1950, a 19 anni di prigione con l’accusa di collaborazionismo. Sarà l’unica condanna che lo colpirà: le autorità italiane e quelle di occupazione britanniche rifiuteranno di consegnarlo all’Etiopia e alla Libia perché venisse giudicato per i crimini in Africa, nonostante le gravissime imputazioni contenute nei documenti dell’ONU. Dei 19 anni che avrebbe dovuto scontare 13 e 8 mesi gli verranno condonati e nel clima dell’amnistia generale per i fascisti Graziani tornerà libero dopo pochi mesi. Si iscriverà al Movimento sociale nel ’52 e i suoi indiscutibili meriti fascisti gli varranno la nomina a presidente onorario del partito. Il 7 giugno del ’53, durante un comizio ad Arcinazzo, pochi chilometri da Affile, Giulio Andreotti lo vede tra la folla e lo invita a salire sul palco. Quell’uomo ha ancora un suo seguito di fedelissimi e in campagna elettorale tutto fa brodo. Ancor oggi si discute se in quell’occasione tra i due ci fu pure un bacio. Chissà.

Questo è l’uomo cui è dedicato il mausoleo di Affile. Fa male pensare che solo in Italia è possibile una rimozione così sfrontata e così colpevole del passato colonialista e fascista. Si tratta d’un problema molto complicato che non si risolverà facilmente. Ma intanto un piccolo gesto potrebbe aiutare. Chi ha l’autorità per farlo, faccia scomparire quell’insulto all’onore degli italiani.