Putin “zar” fino al 2024
ma già inquieta il dopo

La sola incognita nelle urne russe rischiava di essere la disaffezione al voto. Non tanto per un calo di popolarità del presidente Putin, quanto piuttosto per l’esito scontato delle elezioni: quarto mandato, dopo la stagione 2000-2008, i quattro anni da premier in staffetta con Medvedev giusto il tempo di emendare la Costituzione e tornare al solito posto nel 2012, stavolta per sei anni rinnovabili. Putin è stato prevedibilmente rieletto ieri in una consultazione dove era affiancato da sette comparse, nessuna in grado di scalfire il suo consolidatissimo potere, quando pure non esente dal sospetto di essere lì solo per accreditare la democraticità del sistema.

Fuori dalle scene il solo vero antagonista, Alexei Navalny, costretto ai margini da una condanna per appropriazione indebita politicamente sospetta. Non avrebbe comunque potuto insidiare la rielezione di Putin, puntando il dito come suo consueto sulla corruzione dilagante. Il suo appello al boicottaggio del voto non è bastato a togliere al quarto mandato dell’eterno presidente il sapore di un’incoronazione: Putin ha raccolto oltre il 76% dei voti, la percentuale più alta di sempre, dodici punti in più che sei anni fa. Anche se l’affluenza alle urne è stata più bassa che nel 2012, meno di quanto avrebbe desiderato il presidente, ci sono margini più che sufficienti perché parli di un trionfo. Le denunce per brogli (urne piene di schede prima ancora di aprire i seggi, osservatori esclusi, telecamere oscurate) restano sullo sfondo.

L’opposizione zittita, il controllo sui media e sulle periferie attraverso governatori di nomina. Gli oligarchi pasciuti nell’era Eltsin ridimensionati o addomesticati, la lunga stagione di vacche grasse alimentata dal prezzo del gas, stagione ora tramontata ma non del tutto dimenticata. Il braccio di ferro con l’Occidente, in Crimea, in Siria, l’annuncio di una nuova corsa nucleare, nel segno di un ruolo da superpotenza che il presidente russo ha difeso con tutte le sue forze di fronte a chi relegava l’erede dell’Urss ad una dimensione solo regionale e la insidiava alle porte di casa.

Le leve del potere di Putin sono – e sono state – molteplici. Non ultima la capacità di restituire ai russi una qualche stabilità dopo il crollo sovietico e l’orgoglio di appartenere ad un Paese con una voce, forte, in capitolo. Nei modi e con politiche zariste, sempre più centralizzate ed estranee a valori democratici occidentali. Ma non impopolari in un Paese che non ha mai attraversato una vera epoca democratica.

Putin ha fatto a stento una campagna elettorale preferendo sollecitare anche con qualche coercizione l’affluenza ai seggi, puntando ad un’aritmetica elettorale che gli consegnasse comunque la maggioranza  del Paese: il consenso di oltre il 50% dei russi, non solo degli elettori. Avrebbe ottenuto invece  il 45% circa in termini assoluti, sotto le sue aspettative.  A che cosa servisse questa investitura straordinaria è quello su cui ci si interroga. Perché se la rielezione di Putin era cosa certa, molto meno è che cosa accadrà nei prossimi sei anni e nel 2024, quando il presidente dovrebbe uscire di scena allo scadere del secondo mandato consecutivo (il quarto in totale).

Una transizione non facile, almeno a guardarla con gli occhi di oggi. Per l’enormità del potere che Putin ha nelle sue mani e per l’effettiva assenza di figure che possano presentarsi come eredi, naturali o meno. “Se c’è Putin, c’è la Russia. Se non c’è Putin, non c’è Russia”, diceva nel 2014 lo speaker della Duma Vyacheslav Volodin.

Scenari che inquietano le elite russe, anche se il dopo Putin appare ancora un argomento tabù, se ne può parlare solo a mezza bocca. Secondo fonti del Cremlino citate dalla stampa, il presidente non avrebbe preso nessuna decisione al riguardo, e se anche lo avesse fatto non lo ha lasciato trapelare. Ma si avvertono movimenti dietro alle quinte.

Per il solo fatto che non si profili un nome sugli altri, sono in tanti a credere di poter avere una parte in commedia. E tanti che proprio per questo sperano che Putin prepari gradualmente la sua uscita dalla scena politica nel 2014. Tenendo conto che allora il presidente avrà 72 anni, non tanti da condannarlo necessariamente alle seconde file.
Si profila dunque una stagione di incertezza. Sempre che il tempo non suggerisca altri percorsi. Kostantin Malofeyev, un finanziere legato al Cremlino sostiene un’organizzazione che invoca il ritorno della monarchia e vede in Putin il possibile nuovo zar. Un’idea meno bizzarra oggi di quanto sarebbe stata solo qualche tempo fa, prima che in Congresso del Popolo in Cina abolisse il limite di due mandati, riconoscendo implicitamente il diritto di Xi Jinping di restare presidente a vita. Putin per ora esclude un passo analogo. Ma l’ipotesi Xi stuzzica persino Trump: “Penso che sia grandioso – ha detto – forse un giorno dovremmo farlo anche noi”.